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Cocaine – La vera storia di White Boy Rick: la recensione

Cocaine – La vera storia di White Boy Rick ci porta nell'inferno della crisi economica statunitense degli anni ottanta, tra droga e irrealizzabili tentativi di riscatto. Un film sulle macerie materiali e spirituali di vite senza redenzione.

1984. Dietro i finestrini sporchi e appannati di un’auto ormai vecchia scorre una Detroit anonima e degradata, fatta di notte e di pioggia, di luci acide, ciminiere industriali e macerie. Interi quartieri abbandonati e sventrati, scavati dall’interno e svuotati dalla disoccupazione, dalla crisi economica degli anni ’80, dalla droga e dall’abbandono. Tra queste macerie, come topi in mezzo a quelli veri che popolano le rovine, vive Richard Wershe Jr, Rick per gli amici, suo padre e sua sorella maggiore. Una famiglia, ma disastrata come ciò che gli sta attorno, la cui storia ci è raccontata in Cocaine – la vera storia di White Boy Rick, in arrivo nei cinema dal prossimo 7 marzo.

Rick ha solo 14 anni nel 1984, ma già commercia armi col padre, per arrotondare. Non per vivere alla grande, ma almeno per sopravvivere all’annientamento totale. Questa attività lo porterà in contatto con le bande di spacciatori e man mano, in un lento vortice, gli darà l’illusione di salire qualche gradino sociale. I club, i festini, Las Vegas. Politici e spacciatori di alto livello.

Senza volerlo davvero, ma senza avere mai altra scelta, Rick diventerà però anche informatore di poliziotti che è difficile distinguere dai delinquenti, poi spacciatore, traditore, padre. E infine carcerato, per ben 30 anni, dal 1987 al 2017. Rick, così come il padre, non è nemmeno cattivo, ama sinceramente la sua famiglia, cerca di aiutare la sorella tossica, fa quel che può. Ma non può molto tra le macerie di una società in disfacimento e questo, Cocaine lo racconta molto bene. Siamo molto distanti qui dalla sarcastica e brillante parabola narrata in un’altra storia di droga ispirata a fatti reali, Blow di Ted Demme (e qui il trailer è quanto mai ingannevole).

Quella di Rick non è la versione cinica e malata del sogno americano, conquistato attraverso lo spaccio di droga da un annoiato rampollo della piccola borghesia, che sceglie la strada più efficace per guadagnare il successo materiale a cui tutti aspirano. No. Cocaine è un film di resistenza e di guerra, la storia di una lenta ma inesorabile sconfitta, ben rappresentata dalla sconfortante ammissione finale di un Matthew McConaughey nuovamente magistrale nelle vesti di un padre unto, fuori forma e irrimediabilmente perdente.

Francese di origine algerina formatosi cinematograficamente nel Regno Unito, Yann Demange – già segnalatosi col precedente ’71 – dipinge con l’ausilio della fotografia iper realistica di Tat Radcliffe una storia cruda nei contenuti quanto nella forma, ma senza mai farci perdere la necessaria empatia con questa deviante famiglia disastrata.

Lontano dallo stile scoppiettante e dal montaggio ritmato di Demme, Cocaine è un film di piani sequenza e macchina a mano, di primissimi piani alternati ad altri più lunghi, a mostrarci quelle stesse persone all’interno di un contesto, che è il vero artefice del loro essere irrimediabilmente perduti. La regia di Demange è chiaramente europea e memore delle lezioni di cineasti come i fratelli Dardenne o l’ormai dimenticato (ma non da me) Érick Zonca.

Cocaine dunque non procede, non evolve, ma si avvita lentamente su sè stesso, proprio come la vita di Rick, in un costante riproporsi di situazioni che non portano da nessuna parte se non alla morte o al carcere. Rick sfiorerà l’una e avrà in sorte l’altro.

Se ancora non lo conoscete guardatevi Rosetta dei fratelli Dardenne, e scoprirete da dove arriva questo Cocaine.