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Film al cinema Gennaio 2020: la nostra classifica

Quali sono stati i film più e meno belli di Gennaio 2020? Gennaio è giunto al termine e dal punto di vista cinematografico ha donato al pubblico un buon inizio anno con un cospicuo numero di pellicole di alto livello. Alcune, purtroppo, non sono state omaggiate positivamente al botteghino a favore di altre più insospettabili, ma adesso è giunto il momento di tirare le somme attraverso la personale lista dei migliori e peggiori film di gennaio.

L’elemento principale di questo mese è certamente la varietà, la quale ha permesso di visionare opere di differente natura partendo dalla comicità, passando per l’azione e la guerra e terminando con l’horror e l’animazione per bambini. Questa eterogeneità ha permesso di non annoiare mai il pubblico proponendo perlopiù pellicole di pregevole fattura che abbracciavano tutti i generi. Prima di iniziare con la lista ricordo che l’ordine di proposizione è puramente casuale.

I migliori

Fra i film proposti in sala solitamente alcuni riescono a spiccare sulla concorrenza e ad aggiudicarsi la palma di “migliori” fra i disponibili. Ecco quali sono per noi quelli di Gennaio 2020.

Jojo Rabbit

In Jojo Rabbit di Taika Waititi, regista neozelandese divenuto famoso maggiormente per aver diretto il film Marvel Thor: Ragnarok, ha deciso di distaccarsi dalla sua zona di comfort proponendo un film molto polemico, ma senza mai abbandonare la vena ironica che lo caratterizza. La sempre più alta diffusione delle nuove ideologie filo-naziste e filo-fasciste in tutto il mondo ha portato Waititi a realizzare una pellicola graziosa, elegante e soprattutto umoristica. Quest’ultimo elemento è fondamentale se si vuole raccontare una problematica reale cercando di coinvolgere un pubblico vario ed eterogeneo sia culturalmente che anagraficamente. Il regista ha quindi deciso di prendere di mira il negazionismo, il sovranismo, il razzismo e la violenza dilagante sbeffeggiandoli con una irriverenza dal gusto dolce, ma dal retrogusto amaro. Il nazismo, ad esempio, viene impersonato dal giovanissimo e timido Johannes, il quale da fervente amante dell’ideologia hitleriana finisce per disprezzarla, ma la sua giovanissima età rende la prima parte una vera barzelletta. Come ogni barzelletta che si rispetti serve la comparsa di almeno un altro personaggio bislacco e questo nel film è proprio l’amico immaginario di Johannes, nonché Adolf Hitler. Il ragazzino è poi circondato da persone che la vedono come lui e che lo portano nei campi di addestramento per la Gioventù Nazista, luoghi gestiti da un ex ufficiale che perse l’occhio in guerra e che, tra l’altro, ha pure tendenze omosessuali.

Lo stile visivo è un mashup di film differenti con citazioni che vanno da Moonrise Kingdom di Wes Anderson a La vita è bella di Roberto Benigni e Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino, ma Waititi mette subito in chiaro il suo punto di vista preferito che è quello dell’ingenua infanzia. Quest’ultima è anche merito di un meraviglioso Roman Griffin Davis che, grazie al suo naturale sguardo ingenuo, filtra il nazismo in un mix di leggerezza, dolcezza e orrore. Il pregio di Jojo Rabbit è proprio quello di ritrarre il nazismo come fosse una fiaba comica disturbata da frammenti di pesante violenza. In conclusione Jojo Rabbit è un film che dimostra tutte le qualità registiche di Taika Waititi confermandolo uno dei registi più promettenti degli ultimi anni. Se proprio si volesse trovare un difetto, potrei dire che alcuni aspetti della comicità, qualora non si conoscesse il regista e la sua comicità surreale, potrebbero sembrare esagerati e di difficile apprezzamento.

La ragazza d’autunno

La ragazza d’autunno merita certamente una posizione nella top non solo per la sua bellezza ed eleganza, ma anche per il grandissimo talento del regista russo Kantemir Balagov. Nonostante la sua giovane età (28 anni) e la sua poca esperienza da regista (è la sua seconda pellicola), Balagov ha saputo dimostrare di avere la giusta stazza per diventare un Maestro del cinema. È già divenuto celebre per aver vinto il premio di miglior regista e miglior film FIPRESCI nella sezione Un Certain Regard allo scorso Festival di Cannes, ma La ragazza d’autunno riesce ad essere un dramma esistenziale incredibile anche grazie all’interpretazione delle due protagonisti femminile e ad un finale ad effetto.

La tematica descritta è sempre quella della Seconda Guerra Mondiale, dopotutto sebbene questo mese abbia regalato tanta varietà come poco sopra accennato, bisogna ricordare che è anche il mese della Memoria. In La ragazza d’autunno, però, ci troviamo al termine della guerra ed esattamente in una Leningrado totalmente distrutta e martoriata dalle ferite. La distruzione non ha intaccato solo le strutture, ma anche i corpi e le menti dei pochi sopravvissuti. La magistrale camera registica, quindi, punta su Iya, una giovane infermiera interpretata dalla magnifica Viktoria Miroshnichenko, la quale soffre di un raro tipo di stress post-traumatico che la costringe ad improvvisi momenti di paralisi totale. La donna è anche madre di un bambino di due anni che cerca di accudire come può nonostante le oggettive difficoltà, ma un giorno l’arrivo della collega e migliore amica Masha, interpretata dalla giovanissima ed incredibile Vasilisa Perelygina, porterà le due donne ad affrontare insieme un terribile evento e di trovare la forza di rialzarsi per affrontare il primo autunno del dopoguerra. Menzione d’onore va fatta per il direttore della fotografia Ksenia Sereda il quale è riuscito nel complicato intento di mostrare un ambiente falsamente confortevole, senza mai buttarsi in inutili piagnistei e colpevolizzazioni. La ragazza d’autunno è un’opera corale in cui tutti sono vittime e complici, il finale è meraviglioso nel suo essere incredibilmente catartico.

Odio l’estate

È indubbio che ci siano pellicole decisamente migliori rispetto a Odio l’estate, il nuovo film del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo diretto dallo storico regista Massimo Venier, ma sento di inserirlo tra i migliori di gennaio poiché si tratta dell’effettivo vero ritorno del trio dopo ben sedici anni di lavori tra il mediocre e il pessimo. Merito va certamente dato al regista Massimo Venier che, dopo aver diretto i grandi classici quali Tre uomini e una gamba, Così è la vita, Chiedimi se sono felice, La leggenda di Al, John e Jack e Tu la conosci Claudia?, riesce finalmente a far tornare in auge il trio. Aldo, Giovanni e Giacomo ritrovano, quindi, il perduto affiatamento e dimostrano come la squadra nonostante l’invecchiamento, sia sempre forte e mai stanca. I tre hanno ancora tanto da mostrare e da dire e lo fanno con qualche sguardo e nostalgia al passato, ma consapevoli dei limiti e delle paure del futuro.

Odio l’estate è un film comico, ma non demenziale e a tratti anche malinconico. È come vedere gli amici di lunga data che avevate perso di vista, magari proprio le vecchie amicizie estive, che dopo anni e anni che non si riconoscono più, finalmente arrivano ad essere quelli di un tempo. Vi abbracciate e vi sentite rassicurati, ma sapete che non durerà per sempre e quindi cercate di godervi il poco tempo che avete. Ecco, Aldo, Giovanni e Giacomo hanno finalmente capito che devono semplicemente essere se stessi, senza finte maschere che stravolgono i personaggi mostrando al grande pubblico quello che in realtà non sono e non sono mai stati. Venier rischia, soprattutto verso la metà del film, staccandosi totalmente dalla sua stessa zona di comfort, ma regala al pubblico un film semplice, dalla comicità non sempre originale, ma funzionale e dal sapore agrodolce.

I peggiori

La speranza di ogni amante della settima arte è sempre quella di non imbattersi in nessun film da inserire in una categoria dei “peggiori”… ma fra le decine di prodotti proposti ogni mese qualcuno purtroppo arriva a ricadere fra i “meno riusciti” fra quelli arrivati in sala. Ecco quali sono per noi quelli di Gennaio 2020.

City of crime

Da amante dei gialli, dei thriller e dei polizieschi le aspettative erano davvero grandi verso questa nuova pellicola di Brian Kirk, la quale comprende anche un cast di tutto rispetto. Purtroppo le aspettative sono state tutte parzialmente deluse. City of crime è una pellicola che unisce l’azione con la suspense e gli intrighi e riesce perfettamente nell’intento di incuriosire e attenzionare lo spettatore minuto dopo minuto. All’interno del film, inoltre, è presente anche l’elemento “corsa contro il tempo” che regala ritmi alti e un coinvolgimento da parte del pubblico davvero notevole.

Il problema più grosso che, di fatto, distrugge totalmente il senso del film è la sceneggiatura. City of crime si muove spedito e in maniera coraggiosa su solidi binari predefiniti che rendono ogni decisione incredibilmente pilotata e spesso inutile, finendo per far divenire il protagonista, Chadwick Boseman, una sorta di marionetta. Quest’ultimo, a volte, sembra che venga sballottato da una parte e dall’altra della città senza alcun motivo poiché il risultato finale sarà sempre e solo quello che già ci eravamo immaginati. Una volta arrivati al finale, la sensazione di appagamento per aver risolto l’indagine viene invece surclassata dalla sensazione di delusione poiché la soluzione si era già immaginata dopo pochi minuti dall’inizio della proiezione. Insomma, non è proprio quello che ci si aspetta da un thriller.

Underwater

Sarà che i film di fantascienza sono un mio punto debole, sarà che ero incuriosito dalla presenza di Kristen Stewart e Vincent Cassel, sarà che ero fortemente interessato dal citazionismo nei confronti di Alien, ma la visione è stata tutt’altro che gradevole. La trama di Underwater è poco originale, infatti racconta di un gruppo di scienziati che, in fondo all’oceano, riesce a sopravvivere all’esplosione di una base sperimentale di perforazione. Tutti insieme uniscono le forze per raggiungere una piattaforma dismessa dotata di capsule di salvataggio. A capo del gruppo il capitano e Norah, un ingegnere che ha perso il proprio amore della vita in mare. Durante il raggiungimento della piattaforma, la squadra si rende conto di non essere da sola: è infatti tenuta sott’occhio da una folta armata di mostri marini nascosti nel buio.

Già dalla trama sembra di essere d’innanzi ad un Alien sottomarino, ma i problemi arrivano quando il citazionismo si mostra in tutta la sua esagerazione e sconsiderazione, infilando all’interno del calderone anche Gravity di Alfonso Cuarón da cui riprende la struttura del viaggio tra stazioni, ma inserendola nel contesto subacqueo. I personaggi non sono altro che degli stereotipi classici senza originalità: l’eroina timida, ma intelligente, la spalla comica, il capitano saggio, il marine americano e la stagista inesperta. Quali sono le armi che utilizzano per vincere il grande e temibile pericolo sottomarino? Il sentimentalismo e la virilità, nella sua versione eroica e la comicità nella sua versione più umana. Fino all’ultimo si spera che succeda qualcosa lontano dai cliché, ma al di là di qualche inutile e blando erotismo, anche le fasi più concise sono mediocri.

Hammamet

Prima che iniziate a venire incontro con torce o forconi, è giusto fare delle premesse. Hammamet è un film che attendevo fin dal suo annuncio sia per la bravura incredibile di Pierfrancesco Favino (già i primi trailer erano stupendi sia dal punto di vista estetico che recitativo), sia per le prodezze del Maestro Gianni Amelio che per la figura politica di Bettino Craxi che, da appassionato di politica quale sono, non avendo potuto vivere in diretta il Governo Craxi, speravo di poter scoprire qualche dettaglio in più sull’illustre personaggio. Invece mi sono trovato davanti ad un film che ha soddisfatto solo due delle mie tre attese.

Pierfrancesco Favino è straordinario, l’interpretazione e il trucco sono magnifici. Così come sono magnifici gli attori comprimari e la regia del Maestro Amelio il quale non cade mai in inutili virtuosismi, ma dimostra sempre di saper inserire delle chicche fotografiche e registiche nei punti giusti. Il film è lento e pesante, ma di fatto la tematica trattata è tutt’altro che leggera. Il vero problema è che sostanzialmente l’intero film rischia di cadere in un grave vortice di inconcludenza. All’inizio della pellicola osserviamo delle scene dedicate alla salita al potere di Craxi e al suo declino totale a causa degli errori compiuti dallo stesso, il quale si fece risucchiare da un sistema corrotto e dalla sensazione di essere un Dio sceso in terra. Da quel momento fino alla fine del film, il racconto si concentra sulla descrizione degli ultimi mesi di residenza forzata in esilio di Craxi e dei suoi familiari nel paese di Hammamet in Tunisia. A questo punto la pellicola diviene una sorta di “Grande Fratello” sulla vita familiare di Craxi che, di fatto, non permette di comprendere meglio la natura politica del personaggio. È quindi un film consigliato ad un pubblico di ultracinquantenni che hanno vissuto in diretta quei momenti e che sono curiosi di sapere, in linea di massima, cosa facesse Craxi in Tunisia accettando anche dei vistosi errori storici e un certo effetto nostalgia in alcune sequenze narrative.

Menzione bonus: Tolo Tolo e 1917

Immagino già che molti si chiederanno perché non siano stati inseriti i due protagonisti più importanti di questo mese: Tolo Tolo di Checco Zalone campione di incassi in Italia e 1917 di Sam Mendes vincitore di premi illustri ai Golden Globe e candidato a ben dieci Oscar tra cui miglior film. Ecco a voi i motivi.

Parto con Tolo Tolo, il film d’apertura di gennaio che ha fatto tanto discutere sia per le tematiche trattate che per l’enorme successo di pubblico. Personalmente ho gradito particolarmente la pellicola di Zalone, il quale ha dimostrato coraggio e intelligenza nel raccontare alcune tematiche quali l’immigrazione e il fascismo con la sua consueta ironia e irriverenza. È, però, un film che mette troppa carne sul fuoco, ma solo in parte questa diventa un buon arrosto.

Immigrazione, problema del lavoro al sud, mancanza di meritocrazia, guerra, povertà, fascismo, Italia vista come zimbello dell’Europa, i ricchi che speculano sui poveri, “la pacchia”, la ridistribuzione dei migranti e c’è pure spazio per una velata critica alla sinistra italiana, al governo italiano e per spiegare l’immigrazione ai bambini a mo’ di rottura della quarta parete con canzoncina e cartone animato annesso. Insomma, troppe tematiche che finiscono per rendere il film molto didascalico, con un montaggio poco convincente e senza una vera meta.

1917, invece, è un film splendido. Registicamente sublime, con un piano sequenza magistrale e dal punto di vista attoriale non ci sono difetti. Ho notato, però, un grosso difetto che compare costantemente in questo genere di film: l’esagerata volontà di patriottismo. Durante la visione del film si rimane estasiati dalle vicende narrate, dall’emozione che esse scatenano nello spettatore e dalla bellezza grafica, ma una volta usciti dal cinema a mente serena ci si chiede: “Ma certe scene non sono un po’ esagerate?”. Non voglio spoilerare nulla, sia chiaro, ma posso semplicemente dire che la figura del protagonista e la sua glorificazione mi sono sembrate un tantino portate all’eccesso finendo per rendere parzialmente irrealistiche alcune vicende. Non bisogna mai dimenticare che la pellicola è ambientata durante la Prima Guerra Mondiale, pertanto alcune cose rischiano di far storcere il naso. Sono comunque delle banalità e di poco conto rispetto alla magnificenza della pellicola, ma non mi hanno permesso di inserirlo tra i tre migliori.