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JoJo Rabbit: la nostra recensione

Dopo mesi di premiazioni e di gran parlare, anche da noi approda finalmente nelle sale JoJo Rabbit, in uscita il 16 gennaio. Abbiamo avuto la possibilità di guardarlo in anteprima, per constatare se effettivamente l’entusiasmo che ha accompagnato la proiezione del film in ogni festival da quest’estate a oggi fosse effettivamente giustificato. Alla fine bisogna riconoscerlo: Taika Waititi, regista di Thor- Ragnarok, ha davvero colto nel segno con questo suo ultimo film.

 

 

Dopo aver incassato più di un miliardo di dollari con il terzo film del Marvel Cinematic Universe dedicato a Thor, il regista cambia completamente genere e firma una pellicola unica, un’opera in bilico tra dramma e commedia, una storia umana e agrodolce dalle tinte surreali. Oggi più che mai c’è bisogno di storie che insegnino il rispetto e la tolleranza, in un mondo dove razzismo e intolleranza la fanno spesso da padrone. In quest’ottica, Waititi è riuscito a raccontare una storia che parte dall’esempio di discriminazione tra i più violenti e sconvolgenti del ‘900, ovvero l’oppressione degli ebrei da parte della Germania nazista, per portare avanti un discorso facilmente applicabile al nostro presente, con le dovute proporzioni. Quella che il regista ci presenta nel film è una Germania allo stremo, prossima alla sconfitta, ma in cui vige ancora un nazionalismo sfrenato, di cui è una efficace rappresentazione proprio il protagonista del film, quel JoJo nel titolo che darebbe la vita per la sua patria, ma che, soprattutto, ha come amico immaginario nientemeno che Adolf Hitler

 

 

A funzionare in particolar modo nel film è proprio la presenza di una versione macchiettistica ed infantile del führer, proiezione mentale del disagio del piccolo JoJo, che cerca di colmare con il nazionalismo estremo il vuoto che sente di avere dentro di sè. Interpretato dallo stesso Taika Waititi, l’Hitler di questo film appare inizialmente come bonario e quasi simpatico, per poi diventare sempre più realistico ed inquietante mano a mano che il dubbio circa gli ideali distorti del nazismo si insinua nel cuore del protagonista. JoJo Rabbit è una storia bizzarra, che vuole dimostrare come le diversità non esistano ma che, soprattutto, ognuno si crea il proprio posto nel mondo. Un racconto di formazione diretto con maestria, con una fotografia dai colori pastello in contrasto netto con l’ambientazione bellica, in cui la serenità cerca di penetrare la barriera d’acciaio della violenza fisica e psicologica, riuscendoci solo in parte.

JoJo, interpretato dall’eccezionale attore bambino Roman Griffin Davis – che per il ruolo è stato candidato come migliore attore protagonista agli scorsi Golden Globe – è un personaggio emblematico, un innocente ricettacolo che viene riempito prima di ideali malati, che accoglie con avidità per crearsi una propria identità, per poi iniziare a maturare un’idea propria, avvolto da sentimenti più puri e per lui irresistibili che gli vengono infusi prima dalla madre, interpretata da una convintissima e strepitosa Scarlett Johansson, e da Elsa, personaggio fondamentale che rappresenta l’incontro di due mondi apparentemente diversi, ma profondamente simili.

 

 

Il rapporto tra JoJo e sua madre è probabilmente uno degli elementi più riusciti del film, ricco di simboli, legati soprattutto al ballo come sinonimo di libertà e alle calzature, con continui riferimenti ai lacci delle scarpe come vincolo che può essere sciolto. Il protagonista si interfaccia con una serie di figure che, nella sua crescita, prende come modello di riferimento, ma è interessante come si possa notare che quelle maschili siano per lo più nocive, eccezion fatta per l’eccentrico Capitano Klenzendorf, interpretato da Sam Rockwell, che con le sue bizzarrie costituisce una parodia dell’autorità tedesca in piena regola. È proprio qui che il film ha uno dei suoi maggiori punti di forza: un surrealismo che irrompe con forza per poi fondersi ad un ben più crudo realismo, che rende alcune scene toccanti e metaforiche. Sono quindi le figure femminili a formare maggiormente il carattere del piccolo JoJo, non costringendolo a credere in qualcosa, ma dandogli gli strumenti per farlo pensando con la propria testa, maturando quel carattere forte che nemmeno lui sospetta di avere.

Il rapporto tra JoJo e Hitler è quanto di più peculiare si possa pensare, in quanto è presentata come una solida relazione di amicizia, ma sbilanciata, in cui JoJo non si accorge di mettersi da solo in posizione di inferiorità rispetto al führer, rendendolo sempre più autoritario con il passare del tempo. La Monica eccezionale di Waititi rende il personaggio divertente, inquietante e folle, culminando in alcune scene di enorme impatto, sia visivo che psicologico. La visione dell’intolleranza globale del regista esplode maggiormente durante i dialoghi tra JoJo e Hitler, rendendo chiaro il messaggio che si vorrebbe mandare, colmo di amore e privo di qualunque ipocrisia.

 

 

L‘unico difetto del film, se proprio vogliamo cercare il pelo nell’uovo, è una leggera fretta nella seconda parte, dove sembra che si voglia concludere la storia rapidamente, dopo una lunghissima introduzione dei personaggi, affettandone lo sviluppo. Questo si può notare nel cambiamento nel rapporto tra JoJo e il suo amico immaginario, che avviene repentinamente tra un dialogo e quello successivo qualche giorno dopo, anche se, a conti fatti, non risulta particolarmente fastidio, ma si sarebbe potuto porre rimedio con un passaggio in più.

Il punto forte rimane senza dubbio il finale: potente, sia visivamente che narrativamente, in grado di concludere degnamente una storia raccontata con raffinatezza ma anche con un tocco comico perfetto, mai troppo esagerato o carente. Riuscire a narrare con ironia uno dei periodi storici più bui dello scorso secolo non solo è complicato, ma anche audace, soprattutto se si pensa che la figura di Hitler viene inizialmente posta come gioviale e divertente. Waititi ha saputo premere sull’acceleratore quando era giusto farlo e frenare con delicatezza quando la storia lo richiedeva. Il tema della diversità è analizzato su più livelli, da quella etnica a quella fisica, culminando in una commistione sublime che spazza via ogni tipo di emarginazione, impartendo allo spettatore una lezione non stucchevole, in modo da non scadere nella banalità, come sarebbe stato facile se non ci fosse stato il pugno del regista saldamente chiuso sul comparto narrativo, che è una delle perle più preziose della pellicola.

 

 

JoJo Rabbit è una fiaba in grado di commuovere, far sorridere ma anche, e soprattutto, riflettere, giocando con elementi spesso difficili da combinare ma sapientemente mescolati nel calderone di una storia che sulla carta era un azzardo. La regia di Waititi regala scene emozionanti, giocate sui campi lunghi e su movimenti di macchina precisi e puntuali, senza disdegnare un massiccio uso di piani sequenza a regola d’arte. Se Waititi era riuscito a farsi apprezzare dal grandissimo pubblico con Thor Ragnarok, qui riesce nell’impresa di raccontare qualcosa di decisamente più profondo, ma senza perdere il suo stile dissacrante, confermandosi anche un ottimo interprete.

Senza dubbio il fatto che il film arrivi in Italia dopo mesi di celebrazione e chiacchiere varie ha aiutato a far crescere la curiosità nel pubblico e, stavolta, l’attesa è stata ben ripagata. Qualcuno dia un premio a Waititi per l’interpretazione, incrociamo le dita.