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Godzilla II: King of the Monsters – La recensione del terzo film del Monsterverse

Torna al cinema uno dei mostri più iconici della storia, torna il “lucertolone” per antonomasia con Godzilla II: King of the Monsters. La Warner, come sappiamo, ha tentato di emulare il Marvel Cinematic Universe con il suo universo cinematografico Dc. Il progetto è stato abbandonato dopo qualche anno, a causa dei risultati poco edificanti di critica e pubblico, virato poi sulla recente e ben più proficua produzione di cinecomic stand alone, vedasi Aquaman Shazam.

Il perchè il progetto di creare un universo condiviso sia fallito è presto detto: dove Kevin Feige e gli altri pezzi grossi dei Marvel Studios hanno costruito le fondamenta del mondo cinematografico che conosciamo mattone su mattone, film dopo film, in Warner sono stati colti dalla voglia di recuperare terreno in un ambito che avevano trascurato, senza programmaticità, divorati dalla fretta di fare, senza fermarsi a ragionare. Era quindi impensabile che la stessa major riuscisse nell’impresa di creare qualcosa di simile, ma a partire da una materia completamente differente: i kaiju dell’universo di Godzilla, nato dalla mente visionaria di Tomoyuki Tanaka, produttore della giapponese Toho, e concretizzatosi per la prima volta sul grande schermo nello storico film omonimo di Ishiro Honda nel 1954.

Godzilla

Un iconico mito della cultura pop nipponica, a cui nemmeno Hollywood ha saputo resistere, a più riprese, nel corso dei decenni. A quanto pare ci sbagliavamo e con Godzilla II: King of the Monsters qualcosa è cambiato.

Godzilla sbarca in USA

Quando , nel 2014, approdò nelle sale il Godzilla diretto da Gareth Edwards, tutti sapevamo quali fossero le intenzioni di Warner, ovvero gettare le basi per qualcosa di più grande. Letteralmente. Il film fu un discreto successo sia di pubblico che di critica, nonostante le solite schiere di detrattori, ma quello che un po’ tutti si chiedevano è se sarebbero riusciti a costruire realmente quello che avrebbero voluto. Ma è qui che è avvenuto il miracolo: il cosiddetto Monsterverse è ormai ben avviato e anche Kong: Skull Island (che cronologicamente si ambienta prima del film di Edwards) era riuscito a convincere, sebbene fosse stilisticamente molto diverso e più scanzonato del suo predecessore. Addirittura è ormai certo che vedremo il crossover tra Godzilla e Kong, previsto per il 2020. Con Godzilla II: King of the Monsters, si prosegue invece direttamente la storia iniziata nel primo, a partire da un mondo profondamente cambiato dalla ricomparsa dei Titani, mostri antichi quanto il pianeta stesso, rimasti addormentati nelle profondità della Terra per migliaia di anni. La premessa è interessante ed estremamente collegata a quanto raccontato fino a questo momento, ma forse un po’ troppo lunga. Decisamente lunga e affidata a personaggi fin troppo stereotipati.

 

 

Come un deja vu

Probabilmente chi ha adorato il Godzilla di Edwards rimarrà soddisfatto anche da Godzilla II: King of the Monsters, dove i combattimenti tra i Titani (un ringraziamento sentito a Pacific Rim per aver fatto desistere Warner dall’utilizzare il termine kaiju) sono davvero spettacolari e realizzati con una delle migliori cgi degli ultimi anni. Chi lo aveva apprezzato per il lato tecnico, invece, potrebbe notare la differenza tra la regia autoriale di Edwards e quella di Michael Dougherty, già regista di Krampus e co-sceneggiatore di X-Men 2. Per quanto le precedenti esperienze di Dougherty fossero infatti incoraggianti, rimane solo un buon mestierante, ma ci si possono dimenticare le atmosfere angoscianti che era riuscito a creare Edwards, in cui gli esseri umani erano solo formiche alla mercè di dèi primordiali.

Non che non ci sia stato il tentativo in Godzilla II: King of the Monsters di riproporle, ma l’effetto è decisamente più quello di un film catastrofico molto tipico, senza particolari idee visive che fanno gridare al miracolo, come si può evincere dai movimenti di macchina talvolta pigri, che non raggiungono la raffinatezza di scene come quella dell’elicottero che precipita, che nel primo film era stata particolarmente d’impatto. Chi non aveva gradito l’eccessivo spazio dato ai personaggi umani, scritti in maniera scialba, potrebbe avere come un deja vu. Ancora una volta, infatti, i Titani hanno il loro spazio, ma a farla da padrone è una trama che coinvolge direttamente la Monarch, organizzazione dedita allo studio e alla ricerca delle creature, e ad alcuni dei suoi membri. Stavolta, per fortuna, i personaggi sono sì appena accennati nella caratterizzazione e spesso affondati negli stereotipi, ma hanno anche una funzione più marcata, forti anche di una trama che gli sceneggiatori hanno cercato di rendere più articolata, per quanto semplice.

Il messaggio ecologista in Godzilla II: King of the Monsters inoltre è più potente e viene esplorata maggiormente la natura di Godzilla e degli altri monumentali mostri. Il problema maggiore del film risiede in due fattori principali: le interpretazioni degli attori, che spesso non sembrano particolarmente convinti, e la ripetitività delle situazioni. L’unica che pare essersi davvero impegnata è Millie Bobby Brown, a cui è stata data l’occasione di affrancarsi dal successo di Stranger Things, passando finalmente al grande schermo. Lo sforzo dell’attrice è stato notevole, ma la sceneggiatura non le è di certo venuta in aiuto. E’ vero che la trama di base prova in tutti i modi a risultare interessante, è vero che si è cercato di dare una funzione a ciascun personaggio, ma troppo spesso i dialoghi sono assurdi o completamente fuori luogo, così come non poche situazioni.

Vera Farmiga, ad esempio, si aggira per tutta la durata del film con una faccia perennemente afflitta che rende il suo personaggio ancora più fastidioso, senza riuscire davvero a dargli un’identità definita. Non si sa mai se detestarlo o compatirlo e, in buona sostanza, si finisce con il dimenticarlo pochi minuti dopo la visione. A completare il quadro ci pensa un insipido e “improsciuttito” Kyle Chandler, troppo goffo per spacciarsi come eroe, troppo poco carismatico per recitare la parte dell’antieroe. Di Ken Watanabe c’è ben poco da dire: stesso ruolo, stessa espressione di chi ha indossato il maglione ad agosto e se n’è accorto troppo tardi, che sfoggiava anche nel primo film.  Nonostante gli sforzi, la sensazione che si prova ogni volta che i Titani scompaiono dallo schermo per lasciare posto agli umani, è una noia profonda. Noia che però, per lo più, scompare proprio quando a farla da padrone sono i mostri.

Scontro tra Titani

Una delle lamentele più comuni che circolavano all’epoca in cui uscì nelle sale il film di Edwards era l’inaspettatatamente scarso screen time dedicato al vero protagonista della pellicola. Non poi così scarso in realtà, ma è anche vero che la sua prima apparizione avveniva dopo una buona mezz’ora dall’inizio del film, anche se si trattava del tipico espediente volto a rendere la sua comparsa ancora più gradita al pubblico, dopo una lunga attesa. Ecco, essendo già stato introdotto il personaggio, sarebbe stato logico anticiparne l’entrata in scena nel sequel, ma a quanto pare gli sceneggiatori hanno ritenuto opportuno farlo entrare in azione, ancora una volta, dopo quasi quaranta minuti. E, come nel film precedente, sono di nuovo gli altri Titani ad avere più spazio nella prima metà, il che può anche essere sensato, dal momento che non sono poche le nuove creature introdotte. Da Mothra, visivamente spettacolare e nella sua rivisitazione migliore, a Rodan, fino ad arrivare a lui. Il motivo per cui in tanti attendevano di guardare questo film: Ghidorah. Il falso re, il mostruoso kaiju a tre teste, versione perversa e inarrestabile dell’Idra, affascinante essere della mitologia greca.

E’ il caso di dirlo: ogni scena di Godzilla II: King of the Monsters in cui i Titani si affrontano è maestosa, chiassosa e di grande, grandissimo intrattenimento. Manca l’eleganza alla regia che Edwards padroneggiava perfettamente, ma per chi cerca solo il puro spettacolo l’ultima mezz’ora è oro puro. In particolar modo è interessante la divisione, qui più che mai netta, tra Titani protettori e Titani distruttori, che in un certo senso rimanda in più di una scena al dualismo tra gli Autobot e i Decepticon nell’universo di Transformers, non necessariamente riferito ai film: la devastazione qui è senza dubbio più limitata e ragionata rispetto alle pellicole dirette da Michael Bay, senza che a farne le spese sia l’intrattenimento. Godzilla stesso appare più buono rispetto a quanto si era già visto, pronto a tornare nel suo antico ruolo di dio benevolo, ma a tratti indifferente nei confronti dell’umanità che lo aveva sempre venerato. in un certo senso diventa più chiaro perchè in tempi antichi venisse adorato: il ricrearsi dell’ecosistema ancestrale fa capire che il più forte tra i forti diventa il più amato dai deboli, a prescindere da quale sia la sua natura, se effettivamente buona, o solo dominatrice e non votata al più totale nichilismo, come è quella di Ghidorah. Il motivo è ben spiegato nel film in maniera semplice ma efficace.

L’unico neo in Godzilla II: King of the Monsters è che in alcuni momenti le situazioni si ripetono eccessivamente e si ha l’impressione di guardare scene molto simili tra loro, ma tutto sta nella percezione dello spettatore. Chi ha un palato cinematograficamente più fine vedrà nell’ultima parte una baracconata divertente, ma alla lunga noiosa. Chi non cerca nient’altro che palazzi crollanti, bestie enormi che se le danno di santa ragione e non ha alcun interesse a cercare una logica nelle azioni dei personaggi, uscirà dalla sala più che soddisfatto. Del resto, da un film del genere nessuno pretende una grande profondità e basta poco per non rimanere delusi. non del tutto, almeno. Nonostante l’impegno della produzione, però, Godzilla II: King of the Monsters rimane inferiore rispetto alla maggior parte dei film originali giapponesi dedicati al personaggio e, di sicuro, lontano anni luce dalla maestosità complessiva del più recente Shin Godzilla diretto da Hideaki Anno Shinji Higuchi, che in meno ha solo qualche milione di budget, ma è infinitamente meglio strutturato sotto ogni punto di vista, ricco di idee visive che solo una mente geniale può partorire. Come sempre, i soldi garantiscono spettacolarità, per il resto ci vuole una visione che certe produzioni Hollywoodiane, semplicemente, escludono in favore di una semplicità più vendibile.

La menzione speciale di oggi va alla colonna sonora, che è adeguata alle scene più ricche di pathos, ma anche ironica, soprattutto nel riproporre alcuni temi che provengono direttamente dai film giapponesi, unica scheggia impazzita di una produzione piuttosto standardizzata.

Tirando le somme

In Godzilla II: King of the Monsters non stiamo parlando di un film particolarmente originale, che spesso sa di già visto, ma nemmeno di un disastro. Questo nuovo capitolo del lucertolone più famoso della Storia del Cinema è soddisfacente sotto alcuni punti di vista, deludente in altri frangenti, ma che riesce in buona parte nel suo intento di intrattenere, pur con qualche momento di stanchezza che può finire con l’annoiare. A conti fatti, una sola cosa viene in mente, pensando al design notevole dei titani e agli strabilianti effetti visivi: sempre e comunqueviva il Re.

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