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Hook, quando Steven Spielberg prese Peter Pan e fece una magia

Il film del 1991 rappresenta un punto fermo nella carriera del regista e nella Storia del Cinema, per il coraggio dell'idea e per la realizzazione ineccepibile.
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Nota del curatore. Siamo circondati da storie bellissime, e assediati da parecchie bruttine o pessime. Ma dobbiamo guardare in alto per vedere quelle poche, pochissime, che lasciano un segno profondo come Peter Pan.

Sono storie che possono anche darci la nausea. Possiamo anche detestarle, ma nessuno di noi può in tutta onestà ignorare la loro ingombrante presenza in … beh, ovunque. Peter Pan è una di queste storie, una di quelle che hanno tracciato la strada per gli anni successivi e allo stesso tempo ci hanno offerto e ci offrono nuovi strumenti per capire il passato.

C’è un po’ di Peter Pan in Peter Quill/Starlord, in Bruce Wayne/Batman, nei maschi della famiglia Skywalker, in Peter Parker, in David e Gigolò Joe, in Marty McFly e nel professor Vinkman. A dirla tutta, credo che sarebbe piuttosto difficile trovare un protagonista maschile che non si possa accostare nemmeno un po’ al ragazzo che non voleva crescere.

Eppure la rilettura che mise in scena Spielberg con il film di cui parliamo oggi fu e resta qualcosa di unico e speciale.

Valerio Porcu

 

Certi film nascono da un’idea tanto folle quanto vincente, sin dal primo momento.

Se vi avessero detto, “immaginatevi un film con Peter Pan da grande, con figli, lavoro e tutto il resto. Ah, soffre anche di vertigini, odia l’avventura, e non crede nella fantasia”, con tutta probabilità avreste riso della cosa, desiderando di poterci dare comunque un’occhiata giusto per curiosità.

Difficile dirlo ora però, sapendo che circa trent’anni fa, nel 1991, quel film si fece davvero. Vien da chiedersi comunque cosa deve aver pensato Steven Spielberg quando un’idea bizzarra di questo tipo ha iniziato a girargli per la testa, suggerita dallo sceneggiatore Jim Hart: la possibilità di dare un futuro al personaggio divenuto l’icona della giovinezza (al punto di diventare addirittura il nome di una disturbo psicologico, la sindrome di Peter Pan appunto).

E chissà invece cosa avrebbe pensato J.M. Barrie, che scrisse il libro originale e lo pubblicò nel 1902. Alla sua vita è dedicato lo struggente Neverland, di Marc Forster, con Johnny Depp e Dustin Hoffman, ma ciò che sappiamo di lui non ci aiuta a immaginare se sarebbe stato contrariato o deliziato, da un film come Hook: Capitan Uncino, tanto audace da concedersi il lusso di dedicare il titolo al cattivo della storia. Coraggio che sarebbe stato celebrato un anno dopo anche dal musicista Edoardo Bennato, con la sua raccolta Capitan Uncino (ma forse, lo ammettiamo, è una pura coincidenza).

A diventar grandi di rischia di diventare Uncino

Il film uscito nel 1991, diretto dallo stesso Spielberg (Ready Player One, The Post, Il Ponte delle Spie) rientra nella categoria dei what if : lo scrittore J.M Barry, vicino di casa dei Darling, sente dalla sua finestra le storie che ogni sera venivano raccontate su Peter Pan, e decide di farne un libro, non pensando che tutto quello che stava scrivendo fosse niente meno che la pura realtà. Peter c’è, esiste davvero. E addirittura cresce. Sceglie di sposarsi con la nipote di Wendy e metter su famiglia, diventando contro qualunque aspettativa un uomo d’affari di successo. Purtroppo, dimenticandosi l’isola che non c’è. E la fantasia del fanciullo contenuta in essa.

Uno sviluppo narrativo tanto semplice quanto geniale, per certi versi in linea con i primi rimaneggiamenti  della storia fatti dallo scrittore scozzese (che aveva già ipotizzato gli incontri fra Peter e la discendenza di Wendy). Sicuramente in linea con le tematiche care al regista statunitense, come il recupero dell’infanzia. Uno sviluppo semplice, certo, ma anche audace. Per la prima volta infatti Peter Pan veste i panni della sua nemesi, Uncino. È la stessa Wendy, invecchiata splendidamente nei panni di Maggie Smith (la prof.ssa McGonagall nella saga di Harry Potter), a ricordarglielo appena varcata la soglia della sua casa: Peter tu sei diventato un pirata. Ed è anche lo stesso Spielberg nelle sue interviste a sottolineare come le due figure, all’inizio del film, siano praticamente sovrapponibili.

La prima scena è dedicata allo spettacolo teatrale di Peter Pan, una trovata che ci ricorda la derivazione teatrale originaria dell’opera, approdata solo qualche anno più tardi alla forma romanzesca. Quasi immediatamente ecco il distacco dalle origini: il Peter cresciuto si mostra come un uomo totalmente assorbito dai suoi affari, tanto da non trovare più nemmeno il tempo per andare a vedere le partite di baseball del figlio. Oltretutto è praticamente terrorizzato dall’idea di volare.

Sarà l’arrivo alla casa di nonna Wendy a tentare di rimettere in ordine le cose, una casa dove ogni parete sembra parlare di quelle antiche avventure dimenticate. Una frattura, un tentativo di risveglio, che avviene anche a livello fotografico, con l’entrata in scena dell’anziana signora in una fioca luce blu, che in quel momento spezza appositamente l’illuminazione accesa della scena. Un metodo visivo che tenta quasi subito di risvegliare la magia della storia. E, tramite la voce della stessa Wendy, chiede agli spettatori di lasciar perdere per un momento la propria età: “Fermatevi subito. Non si cresce in casa mia”. Come non si cresce sull’isola che non c’è.

Isola che di lì a poco farà il suo debutto sullo schermo, diventando l’unico set su cui si svolgeranno il resto degli eventi. Un’isola ricreata su set meravigliosamente artigianali; fantastica nonostante comprenda anche qualche pericolo. Non solo indiani o pirati. C’è di più: il vero pericolo sull’isola che non c’è è il tempo. Gli orologi impazziscono (la prima cosa che vede l’occhio di Robin Williams appena arrivato), i bambini rimangono per sempre tali. Eppure il più grande rischio si nasconde nei ricordi, perché l’isola “è un’isola che fa dimenticare”.

Un film di ieri per il mondo di oggi

Queste basi narrative permettono al film di esplodere tutti i suoi contenuti, i quali non si limitano al difficile percorso di recupero dell’infanzia. Il suo messaggio più globale sta nella ricerca di un equilibrio che prevede sia il recupero dell’infanzia, quanto la necessità di saper crescere e andare avanti – in altre parola diventare adulti senza diventare Uncino. Processo che per compiersi non può prescindere dal recupero della propria immaginazione; è il motore di tutta l’opera, ben rappresentato dalla cena con i bimbi sperduti.

Proprio l’immaginazione diventa l’ago della bilancia di questa difficile ricerca di equilibrio: può farti ritrovare i pensieri felici necessari per tornare a volare, ma anche farti dimenticare chi sei. Spielberg non si accontenta di far ritrovare a Peter Pan i pensieri felici della sua infanzia dimenticata (sua madre) ma, tramite un percorso in flashback magistralmente diretto, si ricollega al presente più prossimo del personaggio, facendogli capire che l’unico pensiero felice capace realmente di tornare a farlo volare è proprio quello di essere diventato lui stesso genitore, sottolineando come sempre il ruolo centrale che riveste la famiglia nelle opere del regista.

Il film riesce così ad essere un viaggio nel viaggio: un viaggio verso un’isola dimenticata e ritorno; un viaggio verso la propria infanzia indirizzato verso un’età adulta più completa, in cui possano coesistere sia uomo che bambino, sia presente che passato. È Uncino qui a limitarsi, rimanendo l’incarnazione del terrore del tempo, un pirata che nasconde sotto folti e nobili capelli scuri l’immagine di un vecchio che non vuole accettare di essere già stato raggiunto dall’età, rappresentazione perfetta, ed in anticipo sui tempi, della società attuale.

Ed ecco perché un film come Hook diventa importante ora, quasi più che alla sua uscita. Da successo del passato (pur con qualche critica), a film di cui ora si sente addirittura il bisogno.

E per fortuna, come generalmente tutte le opere di Spielberg, si può dire che sia invecchiato benissimo, nonostante i trent’anni dalla sua uscita. Non tanto sul comparto tecnico (comunque godibilissimo e capace ancora di meravigliare con le sue ricchissime scenografie), quanto più nella sua regia. L’effetto  “cinema di Spielberg”, qui ad uno dei suoi apici, riesce ancora a fare scuola dimostrandosi senza tempo, con la giusta dose di semplicità e stratificazione. Una semplicità che rende questa formula sempre genuina in ogni suo minimo spezzone, grazie alla quale anche una partita di baseball su un vascello pirata di pochi minuti può arrivare ad avere un pathos incredibile.

Siamo tutti figli di questo cinema ed è spiazzante realizzare ancor più la sua potenza ora, in un momento storico dove forse l’eccessiva voglia di razionalizzare qualunque tipo di scena ne fa scomparire l’autenticità, rendendo la replica di questo tipo di prodotti forzata e, in definitiva, impossibile.

Grande cast e grandi autori

La grandezza raggiunta da questa pellicola non può legarsi solamente a registi o sceneggiatori. I volti di Robin Williams, Dustin Hoffman, Julia Roberts, Bob Hoskins (davvero, non era Lucio Dalla), sono stati un mezzo fondamentale per rivoluzionare l’immaginario degli spettatori, e con le loro prestazioni attoriali. E un grande plauso va anche alle fantasiose e incalzanti note di John “Star Wars” Williams, hanno saputo  centrare anche loro l’obiettivo di portare novità nella tradizione; imperdibile, a tal proposito, la collezione in sei vinili dedicata alle molte collaborazioni tra Williams e Spielberg.

Scrittori, attori, musicisti, regista … tutti hanno collaborato a portare l’idea del ragazzo che non voleva crescere mai in una nuova dimensione. Una nuova realtà impensabile prima di vederla realizzata in questo modo. Rendendo Hook il portatore di un messaggio ancora più leggibile, e forse per questo più importante, per il mondo odierno.

Se vi interessa sapere se abbiate o meno bisogno di rifare questo viaggio verso l’isola che non c’è, fatevi una semplice domanda: riuscite ancora a battere le mani e dire “io credo nelle fate?” Se rispondete no consideratevi già con il biglietto in mano, pronti a partire per una storia che il cinema non potrà mai smettere di tramandare.

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