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Cinema e Serie TV

Il Trono di Spade S08: la recensione. Vita e morte di una serie TV generazionale

Il Trono di Spade (game Of Throne) trova la sua conclusione con una stagione finale controversa e divisiva per i fan, donando comunque uno spettacolo visivo unico per il medium televisivo.

Iniziare questo articolo è una delle cose più difficili che ho mai fatto e probabilmente mai farò in questo settore, perché giudicare in una sola recensione l’ultima stagione, la serie in toto e il retaggio del Trono di Spade è un’impresa più ardua della scalata della Barriera con solo un picchetto arrugginito. In quasi 9 anni di trasmissione, lo show fantasy ispirato al ciclo dei romanzi di George R.R. Martin è divenuto non solo la punta di diamante per la HBO, uno degli show più seguiti (e piratati!) di tutti i tempi, ma un vero e proprio fenomeno di costume che ha sfondato le barriere del fandom personale per diventare vera e propria cultura di massa contemporanea, riuscendo persino a rallentare l’economia americana per poter seguire il tanto atteso finale di serie.

Prima del Trono di Spade nessuno nel medium televisivo aveva tentato di mettere in scena una storia fantasy di queste dimensioni produttive e complessità narrativa, e oggi viviamo nell’epoca in cui ogni network tenta di rincorrere il successo di critica e pubblico con prodotti propri o ispirati ad altri cicli di romanzi – la stessa HBO si è già spianata la strada presentando His Dark Materials – proprio come altre serie groundbreaking come Twin Peaks Lost hanno cambiato le carte in tavola della televisione contemporanea, ma nel caso del Trono di Spade l’effetto è decine di volte più potente. Allo stesso modo di tutti i grandi, è difficile mantenersi fedeli e coerenti fino alla fine, schiacciati dal peso delle aspettative che hai costruito sia a livello narrativo che di un pubblico più affamato ed esigente che mai. Sfortunatamente Il Trono di Spade anche in questo ha settato nuovi standard nel campo delle delusioni del pubblico.

Questa controversa ottava stagione è stata una lenta caduta di Icaro sotto molteplici aspetti, la maggior parte dei quali erano divenuti palesi da più di due annate. Se alla fine della sesta stagione gridavamo infatti ad una sistematica operazione di fanservice a sfavore del ritmo e della costruzione sensata dell’intreccio, per la conclusione David Benioff e D.B. Weiss sono riusciti a imbastire sei puntate in cui ogni aspetto unico dello show è stato appiattito all’inverosimile per fare spazio a tanto intrattenimento visivamente e tecnicamente ineccepibile – capace di far impallidire grosse produzioni di Hollywood – quanto in realtà vuoto e senz’anima, in cui personaggi e linee narrative che aspettavano una conclusione hanno trovato una fine prematura, senza neanche troppa attenzione.

Nelle appena sei puntate rimaste, i due David hanno dovuto concludere sia la lotta contro gli Estranei e l’esercito dei non morti sia quella fra le due Regine per conquistare la corona dei Sette Regni. Anche con un minutaggio medio più ampio rispetto al passato (dai 54 ai 78 minuti) per via della mole di eventi che accadono in ogni episodio la visione vola in un batter d’occhio. Prendiamo ad esempio il primo tronco della stagione, quello dedicato alla minaccia del Nord, che dopo due puntate di preparazione in cui assistiamo solo a siparietti ridotti all’osso fra vecchi e nuovi personaggi in passaggi spesso di una stucchevolezza rara. Gestire tanti personaggi è sempre stato un problema per serie corali come Il Trono di Spade, ma questo viene salvato donando il giusto peso fra principali e secondari, cosa che la Marvel nel suo MCU ha invece conquistato da anni. Arrivati al momento dello scontro nella tanto attesa e pubblicizzata Grande Guerra (8×03) ci si è parato dinnanzi uno dei momenti più imponenti e allo stesso tempo poveri nella storia di Westeros. Un assedio notturno senza fine in cui un manipolo di disperati combatte un nemico altresì invincibile, concluso con un colpo di scena di sicuro impatto, ma che vanifica otto anni di oculata costruzione di un nemico invisibile come il Re della Notte che muore senza aver svelato nessuno dei suoi molteplici misteri.

In questo momento è divenuto chiaro il gioco degli sceneggiatori. Non avendo più tempo materiale per approfondire e continuare a sviluppare anche la seconda parte della storia, la guerra con Cersei si è risolta in meno di due puntate in modo sbrigativo e senza il giusto pathos. Se in passato l’occhio attento della macchina da presa era imparziale sugli schieramenti e donava loro egual screentime per metterne in luce pregi e difetti, in questa stagione ci si è quasi del tutto concentrati sulla coalizione di personaggi con a capo Danaerys e Jon Snow, visti per gran parte del tempo come i “buoni” che rifonderanno i Sette Regni e li libereranno dalla tirannia. Cersei al contrario si vede fugacemente e non ha più alcun sviluppo nella sua caratterizzazione con scene al limite del comico e rendendola un villain bidimensionale che provoca gli “eroi” senza avere una reale strategia militare, in netto contrasto con i suoi precedenti inganni machiavellici.

Le virgolette su parole come buoni ed eroi perché sono concetti che nel Trono di Spade non dovrebbero esistere. Lo show ha sempre svelato una realtà grigia in cui non possono esistere schieramenti netti di buoni o cattivi, ma proprio in questa ultima stagione questo dogma incrollabile è stato messo da parte per aggiungere ancora più shock value al colpo di scena della penultima puntata. Perché sì, la decisione di Danaerys che ha tanto sollevato un polverone nel fandom era largamente prevedibile conoscendo i trascorsi narrativi della Regina, ma il modo in cui è stata resa a schermo ha dimostrato la scarsa cura nel costruire quel momento. Perché l’evoluzione finale del personaggio da liberatrice di popoli a tiranna che sostiene di essere sempre nel giusto era l’unica strada possibile, solo che la transizione è stata troppo veloce e repentina da vedere.

Perché quindi quel particolare momento passerà alla storia come uno dei momenti più controversi della storia delle televisione? Perché la sceneggiatura ha deciso di ignorare i punti cardine dello show per concentrarsi sull’intrattenimento più facile e apprezzabile. La distruzione di Approdo del Re è stata ripresa dal punto di vista più scioccante del popolo terrorizzato, cosa che in altri show è sempre stata ignorata, ma raggiungendo in questo modo la delusione del fandom che avrebbe preferito concentrarsi sui suoi personaggi più amati durante gli eventi in gioco. Non è un caso quindi che proprio i draghi, che negli anni scorsi si limitavano a poche scene a stagione per via del dispendio economico, quest’anno siano onnipresenti e rubino costantemente la scena agli umani.

Il sostanziale problema di questa ottava stagione è stato l’aver invertito di punto in bianco le priorità: se nelle prime stagioni  – che seguivano in modo più attento i libri – la narrazione non decollava mai per far posto alla caratterizzazione minuziosa dei personaggi, in questi ultimi sei episodi è avvenuto l’esatto opposto. A che pro quindi cambiare il target o tipologia di racconto, se ti sei quasi completamente alienato la sua sterminata fanbase e persino i tuoi interpreti, i quali non sono assolutamente contenti del risultato finale?

Potremmo stare ore e ore a parlare di ogni scena sbagliata, ogni personaggio snaturato e di un finale di serie così classico nell’esecuzione quanto vuoto in realtà di sostanza, senza guardare in faccia la realtà: Il Trono di Spade è crollato sotto le sue stesse ambizioni e le aspettative impossibili da soddisfare di tutta la sua community. Lo show rimarrà nella storia come un passo fondamentale dell’evoluzione del medium verso nuovi valori produttivi e dell’impatto culturale che non verrà mai eguagliato da un altro prodotto televisivo, ma la delusione per una stagione tanto ricca di potenzialità sprecate rimarrà una ferita nel cuore dei fan per molto tempo.

Ora che la controparte televisiva è finita, penso avrete tutto il tempo per mettervi a leggere i libri di Martin, magari nell’edizione lussuosa?