Cinema e Serie TV

Intervista a Niccolò Sacchi, Berry Bees e la vittoria ai Diversity Media Awards

Cosa significa essere diversi? Ma soprattutto, la domanda corretta dovrebbe essere “da chi siamo diversi, se ognuno di noi è diverso da chiunque altro?“. Di recente si sono tenuti i Diversity Media Awards 2020la premiazione che anche quest’anno ha potuto dare spazio e voce alle produzioni volte a promuovere la diversità integrata nella nostra società e nel nostro quotidiano. Prova soprattutto a rispondere alla nostra domanda la serie vincitrice, Berry Bees, una coproduzione internazionale di Atlantyca con SLR Productions, Telegael e Studio Cosmos-Maya con la partecipazione di Rai Ragazzi e NINE Network. Questo titolo è stato premiato come Miglior Serie Kids dell’anno ai Diversity Media Awards 2020. In onda su Rai GulpBerry Bees è un concentrato di tutti gli ingredienti amati da ragazze e ragazzi: azione, avventura e segreti.

Il premio è stato assegnato in base a una ponderazione tra i voti espressi dal pubblico online e il parere della commissione di Diversity. Berry Bees, risultando non solo la serie kids più amata dal pubblico, ma anche particolarmente apprezzata dalla commissione. Con le sue tre eroine protagoniste non stereotipate affronta i temi dell’empowerment femminile e dell’etnia in modo originale e altamente innovativo, rendendola un prodotto unico nel mercato italiano. I Diversity Media Awards, gli “Oscar dell’inclusione”, premiano i contenuti mediali che si distinguono per la rappresentazione inclusiva di genere e identità di genere, orientamento sessuale e affettivo, etnia, età e generazioni, disabilità.

Temi centrali anche della serie animata Berry Bees, che vede protagoniste tre ragazzine che conducono una vita apparentemente normale, almeno quando non sono impegnate a salvare il mondo per conto della B.I.A (Bee Intelligence Agency), un’agenzia segreta che le ha scelte per le missioni in cui gli agenti adulti non possono intervenire. Abbiamo dunque voluto approfondire il tema di questa serie con l’intervista a Niccolò Sacchi, Executive Producer di Atlantyca e regista di Berry Bees, che ci ha parlato non solo della produzione in questione, ma anche della sua esperienza pregressa e dei sogni futuri.

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L’intervista

Ci concentriamo sul tuo ruolo: come sei arrivato a essere regista in questa serie, e prima ancora come sei arrivata in Atlantyca?

Sono arrivato in Atlantyca ormai 15 anni fa, agli inizi, come direttore di produzione e supervisionavo la serie di Geronimo Stilton. Dopodiché seguendo varie produzioni, come Bat Pat, la terza stagione di Geronimo Stilton fino a Berry Bees e sono stati i lavori che ho seguito in Atlantyca, prima seguivo la pubblicità per i bambini, come ad esempio quella dei Kinderini di Kinder Ferrero.

L’esperienza alle spalle è tanta, ma come ti sei avvicinato al mondo dell’animazione e dei Kids?

Al mondo dell’animazione sono arrivato un po’ per caso; stavo seguendo un percorso di produttore di progetti in live action e per via dei lavori per Ferrero, in uno spot live action hanno chiesto una tecnica mista con live e animazione, un po’ come Roger Rabbit e Space Jam. Da lì mi sono buttato nel mondo dell’animazione e ci siamo follemente innamorati: mi ha risucchiato le ore delle giornate e poi tutta la vita. Ogni volta che vedo un personaggio che prende vita, è un’emozione indicibile e la lacrimuccia scende sempre.

Al momento a quanti personaggi hai dato vita e a quali tieni di più della tua carriera?

L’esperienza con Geronimo Stilton è stata molto importante, ma un’altra altrettanto di rilievo è stata con Bat Pat perché, per quanto sia una produzione per bambini, all’interno ci sono parecchie citazioni che gli adulti sono in grado di cogliere.

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Hai sempre lavorato dunque in prodotti di spessore, come Geronimo Stilton, e parlando di significati che possono essere importanti, ma in grado di essere trasmessi ai bambini, arriviamo a Berry Bees. Come è nata l’idea di questa serie e soprattutto parliamo anche della lavorazione al prodotto.

Atlantyca parte quasi sempre da progetti di publishing, quindi dai libri, anche nel caso di Berry Bees, ma i volumi erano ancora in fase di progettazione. Poi Caterina Vacchi, alla quale è stato presentato il progetto, ha deciso che era il prodotto ideale per il mercato del momento: con un forte empowerment femminile, ragazze che possono essere eroine per maschi e per femmine e in grado di andare contro gli stereotipi. Ci siamo appassionati e abbiamo cercato gli sceneggiatori, sin dall’inizio ho lavorato con loro per sviluppare il design dei personaggi nelle linee grafiche, non tanto per renderli diversi dai libri, ma per semplificarli con piccoli trattamenti per aiutare l’animazione. Da lì abbiamo trovato dei partner di produzione internazionali, uno indiano, uno australiano e uno irlandese (sembra una barzelletta, ride ndr), e questo ci ha permesso di aprirci a un tipo di comunicazione molto più globale, ma è anche complicato perché ogni produttore ha il suo ecosistema televisivo alle spalle.

E questo lavoro di semplificazione dei concetti, e quali, quanto è stato facile o difficile nella realizzazione?

Combattere contro gli stereotipi è stato molto difficile. Se pensi a un personaggio come Juliette che è una bambina bionda, mentalista (quindi si deve travestire da altri personaggi), i disegnatori erano spesso portati a rappresentarla come “la bella bionda” che ammalia, la svampita, e questo passaggio era proprio uno degli schemi da rompere, ma è stato abbastanza complicato. A livello di etnie, abbiamo deciso per caso di mettere insieme tutti i bambini in una grande tavola e ci eravamo resi conto che avevamo inserito tutte le etnie del mondo, grazie anche al lavoro con tante strutture diverse, rappresentando anche i casi più “particolari”, come i personaggi biondi con gli occhi marroni, per fare un esempio.

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C’è stata anche la capacità di sviluppare tanti temi attuali, non solo come l’impronta ecologica, ma anche tematiche quali i social network, la condivisione degli idoli dei cantanti famosi, gli stereotipi dell’apparenza in foto, come nei selfie. La scelta dei temi come è avvenuta?

Con il concetto di base della serie, ovvero il fatto che siano tre spie con l’obiettivo di intervenire ogni volta che ci sono dei casi che coinvolgono i bambini: dal cantante di cui sono fan, ai social network e da lì abbiamo costruito 52 storie, il format televisivo classico che prevede questo numero di puntate, ciascuna di 11 minuti circa.

Avete prodotto la serie in epoca del primo lockdown? Come è stato?

La abbiamo terminata proprio durante il primo lockdown, stando in smart working da fine febbraio 2020 e la abbiamo chiusa da casa. Avevamo già terminato le principali animazioni in presenza, ed è stato un po’ più difficile chiudere le ultime animazioni, ma comunque abbiamo gestito molto bene il lavoro, consegnando perfettamente in tempo la serie. Abbiamo una compagine co-produttiva internazionale, lavoriamo spesso da remoto per confrontarci con altri Paesi.

La serie è stata eletta come migliore serie degli Awards: come è stato ricevere questo premio per te, che significato ha?

E’ una cosa contraddittoria, perché è bellissimo averlo vinto dopo aver vinto tre MOIGE con Geronimo Stilton, ma dall’altro lato mi fa un po’ tristezza dover vincere un premio per una cosa che dovrebbe essere normale. Abbiamo rotto gli stereotipi senza mai cadere in cose scontate, come rappresentare ad esempio un indiano nelle classiche modalità, invece in questa serie abbiamo voluto allontanarci da questo tratto presentandoli come se fossero appunto bambini.

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Delle critiche mosse a questo prodotto, ce ne sono state?

Sicuramente ce ne sono state e ce ne saranno, ma non mi sono arrivate personalmente, se non per quanto riguarda la ricerca dell’errore tecnico e artistico.

Se dovessi presentare questa serie a un bambino in target, come gliela spiegheresti?

Una serie dove tre eroine si trasformano e hanno gadget fantastici che il bambino può usare quotidianamente, o può ricostruirsi; una serie di ispirazione, di vita quotidiana e ognuno di noi potrebbe essere un eroe a prescindere dalla provenienza.

Se avessi un figlio di otto o dieci anni, gli diresti: “Guardala perché…“?

Perché l’ho fatta io (ride, ndr). E’ un po’ difficile, gli direi di guardarla perché diverte e insieme insegna qualcosa, vedi il tuo mondo in maniera differente, dove ci sono tre supereroi, uno dei quali potresti essere tu, piccolo spettatore. C’è un mondo pulito come lo vedi tu. Del resto, i bambini non hanno pregiudizi, sono i prossimi adulti e se riuscissimo a trasmettere il messaggio che le cose che loro vivono sono normali e che dovremmo vivere tutti senza pregiudizi, quella abitudine la porterebbero con sé da grandi.

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In questo momento Berry Bees è su RAI PLay e RAI Gulp, ma sarà anche in concessione altrove?

E’ solo su queste due piattaforme, c’è anche all’estero in tanti Paesi e arriverà anche altrove, stiamo vendendo il format. Il diritto italiano è tutto di RAI, ma si sta lavorando per andare anche su Amazon Prime Video e altrove in streaming.

Per quanto riguarda te stesso, quali sono i prossimi progetti a cui sai già di dover lavorare, e i tuoi sogni lavorativi che vorresti realizzare?

Al momento sto lavorando su due progetti di cui posso dire poco, ma uno è un ritorno alle mie origini e quindi mi affascina molto. L’altro invece è un progetto di animazione per un target molto piccolo. Il sogno nel cassetto è un lungometraggio per un target di bambini ma non solo, una sorta di Space Jam.

Chiudiamo con una domanda: se qualcuno dei nostri lettori volesse intraprendere il tuo percorso, cosa consiglieresti? O magari ha già cominciato e non sa come fare quel passo in più?

Se dovessi dare consigli a chi sta crescendo, consiglierei innanzitutto di non smettere mai di imparare, continuare ad apprendere e non perdere la passione e la linfa, riprenderla da qualsiasi artista si abbia davanti, soprattutto in questo mondo. Saper gestire e seguire ogni singola persona, saper assecondare le loro caratteristiche perché c’è sempre bisogno di un confronto per crescere in questo lavoro.

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