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Le signore degli schermi – Esther Schwarz: Unhortodox

Non una serie che parla dell’esistenza di Dio o di questioni prettamente religiose, per quanto giochino una componente rilevante ai fini della trama, ma dell’esigenza e della necessità, del diritto di ricevere ascolto, chiunque noi siamo. Non è una religione, non è l’essere una donna yddish a dover cancellare questo diritto incontestabile e umano. Esty lo sa bene, Esty non si ferma e scappa, non per codardia, ma perché le sue fibre stanno diventando ormai della stessa consistenza di quelle delle maglie sociali e religiose che costituiscono le catene e le maschere di ferro soffocanti delle altre donne della comunità a cui appartiene. Rompere le regole significa rompere le catene e tornare a respirare a pieni polmoni. Shira Haas, protagonista dell’originale Netflix Unhortodox, racconta uno spaccato di vita così nascosto da sembrare surreale, in realtà affatto vero e proposto in una miniserie da vivere tutta d’un fiato, lo stesso fiato che rimane sospeso per via del disagio che ci crea la realtà cruda e illogica di una tradizione fin troppo conservatrice e anacronistica.

UNORTHODOX
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Spiegare le ali

Quante ragazze, al giorno d’oggi, pur vivendo in un Paese avanzato, libero e con la vocazione per il progresso, si trovano costrette a subire decisioni prese dall’alto dei propri genitori o famigliari, o ancora di più dai capi della propria comunità di appartenenza? Questo è il punto. La difficoltà di Esty è dettata da una serie di tradizioni, proprie della communità chassidica di cui fa parte, che la vedono “vittima” di un piano progettato a prescindere dalla sua volontà. A soli 19 anni si ritrova sposata da un anno con Yanky, un ragazzo che non sa nulla di lei, piccola donna che porta il peso gravoso e gravante di non aver ancora dato alla luce alcun figlio e che si è dichiarata fin dal primo incontro con lui: Sono diversa dalle altre ragazze.

La diversità è un bene, risponde lui, parole pronunciate con chiaro imbarazzo. Ma fino a che punto essere diversi è davvero un bene? Cosa è la diversità? Nel caso di Esty si pone uno stigma singolare, ma niente affatto raro (purtroppo): le viene affibbiata la fama di “diversa” perché sin da piccola si pone tante, troppe domande su cosa la circonda. Interrogarsi, chiedersi il motivo e la causa di quanto avviene; in una parola, “ragionare”. Far funzionare la testa, rompere gli schemi, guardare al di là del muro sempre più alto e stretto che crea quella comfort zone dettata dalla tradizione, dalla routine, da schemi e preconcetti dettati da qualcuno di cui, molto probabilmente, ignoriamo l’esistenza. Respirare e sopravvivere, quest’è. Ma è al contempo la diversità, l’anticonformismo è ancora una volta concepito come rottura e fonte di disagio e incertezza, un nemico da allontanare o, tutt’al più, da redimere, catturandolo e rieducandolo.

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Conservare la propria diversità

Il conservatorismo è davvero così cieco e ottuso? La ragione è difficilmente da una sola parte della trincea, ed è bene restare in questa metafora di guerra perché la comunità da cui proviene Esty è proprio frutto dei superstiti alla Seconda Guerra Mondiale. Creatasi in Ungheria e poi trasferitasi a New York, dove lei nasce e cresce tutto sommato nel benessere e negli agi economici, il fatto di discendere da chi ha avuto la tempra e la fortuna di sopravvivere a un conflitto così importante è sicuramente un’arma a doppio taglio, difficile da padroneggiare. Se questo significa avere un carattere forte e una testa dura, caratteristiche non mancanti in Esty, essere discendenti dei sopravvissuti all’Olocausto significa anche voler mantenere il polso sulla situazione che ha concesso loro di sopravvivere, ringraziando Dio e quindi stringendo ancora di più le maglie sociali.

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Esty però, in questa maglia così stretta, proprio non riesce a starci. La sua fuga non è solo dettata da un incredibile desiderio di libertà, ma anche da un’altra condizione altrettanto importante che sta vivendo: la gravidanza. Un fatto che non le impedisce di scappare, di farsi una vita nuova, o almeno provarci, di dare forma alla propria passione. Il riflesso di Esty è la risposta muta nello specchio di un locale notturno alla scritta a pennarello: “Why not daring?“. Perché no? Perché non mettersi quel paio di jeans che non aveva mai indossato prima e gettare via nelle acque di un lago la parrucca che nasconde la testa rasata, come in un nuovo battesimo purificatore e un inno alla nuova vita?

Esty insegna a dare voce alla propria natura, letteralmente, a far tacere le voci nella testa, a rompere le catene soffocanti per ricreare una nuova trama, seguendo per filo e per segno le parole del Talmud, uno dei testi sacri dell’ebraismo: Se non io, chi? Se non ora, quando?