Cinema e Serie TV

Le signore degli schermi – Kamala e Fabiola: Non ho mai…

La diversità è uno dei temi più sensibili e affrontati nel cinema, facendo assurgere film e serie TV al ruolo importante e delicato di portavoce e altoparlante di punti di vista su questioni delicate. Lo fanno i “big” del settore, come Disney e il suo corto Out, lo fa Netflix con sempre più titoli ospitati sulla sua piattaforma. Alcuni ritengono che affrontare costantemente un tema, non faccia altro che sottolinearne la problematicità e la diversità degli attori in gioco; noi preferiamo chiamarla informazione e dimostrazione di quanto non ci sia nulla di anormale. Proprio come succede in Never Have I Ever, in italiano Non ho mai…, la serie sbarcata su Netflix lo scorso 27 aprile e che si è rivelata un vero e proprio melting pot di razze e culture conviventi nella stessa cittadina americana.

Per recuperare l’approfondimento dedicato al corto Out e al tema del Pride Monthtrovate qui il nostro articolo.

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Kamala: in catene per tradizione

Lo notiamo dalla primissima puntata, ed è proprio la protagonista a presentarcela: Kamala, giovane e bella cugina di Devi Vishwakumar, è fonte di malumore e invidia nella protagonista con la quale deve condividere lo stesso tetto, oltre ai litigi con mamma, la dottoressa Nalini. All’apparenza bellissima e perfetta, con un fascino esotico tale da far andare fuori strada giovani pretendenti che la corteggiano, ma è tutto inutile.

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Non perché Kamala sia algida e preziosa, o per non “mischiarsi” con etnie diverse da quella indiana, tutt’altro. La sua vita privata è molto più complicata di quella professionale, che la dipinge come brillante dottoranda in biologia e con una carriera spianata in terra americana. Kamala vorrebbe davvero vivere come una qualsiasi ragazza appartenente alla “libera cultura occidentale” (lo è davvero?), ma così non è.

Se vi siete persi la recensione di Non ho mai…, potete recuperarla subito a questo link.

Kamala ha un segreto, e non è l’unica nella serie Non ho mai…; nulla di terribile, chiariamoci, ma potrebbe essere davvero un’onta al pudore e alla rigidissima,quanto antiquata tradizione indù che la obbliga ad accettare un matrimonio combinato con una persona che nemmeno conosce. Il suo segreto però è che ha già donato il suo cuore a Steve, giovane ragazzo cinese con il quale ha una relazione da pochi mesi.

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L’uno sa tutto dell’altra, sono una coppia davvero tenera e che sa vivere in armonia il rapporto di amore sincero e tranquillo, ma noblesse (o meglio, tradition) oblige e Kamala è chiamata a rispettare i suoi obblighi. Cosa la attende? Nalini le suggerisce drasticamente, e dimostrando una mente fredda e calcolatrice, di sposarsi e tornare in America per proseguire la sua carriera universitaria e non rinunciare alla propria dipendenza.

Nonostante questo possa essere un buon compromesso, la ragazza non sembra entusiasta. Cerca risposte in serie TV come Riverdale o scambiando qualche confidenza con una ragazza della comunità indiana della città, ma le risposte le ha già nel suo cuore. Solo la paura la sta frenando.

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Fabiola: la paura della diversità

Kamala non è l’unica a temere la reazione della società e dei parenti più stretti, rivelando la propria identità e i suoi sentimenti, a lei così chiari, ma che teme così rischiosi. Agli occhi di chi? Di una famiglia ottusa e ancorata a tradizioni rigide e soffocanti? Può darsi, ma nemmeno Fabiola vive meglio la sua situazione. Di qualche anno più giovane della dottoranda, la ragazza è una delle due migliori amiche di Devi, alta, dai folti e riccissimi capelli neri e di origine africana.

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No, non stiamo chiamando in causa l’attualissima questione lanciata dall’hashtag #blacklivesmatter, non si parla di etnia, ma ancora una volta di identità sessuale. Se all’inizio della serie, le tre amiche Devi, Eleanor e Fabiola decidono di mettersi alla ricerca di un ragazzo con cui uscire e, sperabilmente, instaurare una relazione, proprio Fabiola è quella che dimostra più fatica e scarso interesse nel ragazzino che frequenta.

La “relazione”, da intendere come un paio di uscite per un gelato o cose simili, si chiude in fretta e in maniera indolore perché l’interesse della ragazza è rivolto decisamente altrove. Si tratta di Eve, una sua compagna di corso, slanciata e piuttosto carina, ma che non sembra ricambiarla inizialmente, avendo forse già donato il suo cuore a un’altra fortunata.

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Fabiola non riesce nemmeno a rivelare questo segreto alla famiglia, dopo averla riunita anche da remoto con una videocall per consentire al fratello di partecipare, proprio non le viene facile.

Il primo a venire a conoscenza del suo segreto è il robot che ha realizzato per il corso di scienze, di cui è patita, e poi Eleanor, che accoglie con grande gioia questa rivelazione. Tutto è facile tra amiche, almeno apparentemente, ma un po’ meno per la ragazza, che ancora una volta viene dipinta come la giovane che rifiuta di recarsi al centro estetico per una manicure o che è davvero timorosa di rivelare la sua identità anche solo alla cerchia più ristretta dei suoi affetti.

I due volti della stessa medaglia

Kamala e Fabiola sono i due lati della stessa medaglia dello stato sociale contemporaneo con il quale conviviamo; se da un lato, abbiamo dunque una difficoltà legata ad antiche tradizioni, che però dettano infelicità e una vita coniugale probabilmente fredda e legata solo a obblighi e doveri, e non a veri sentimenti e a una scelta libera e individuale del proprio partner. Dall’altro abbiamo a che fare con uno stigma sociale ancora troppo radicato e doloroso per chi lo deve sopportare.

Non ho mai...

Due condizioni non facili, una più pruriginosa dell’altra, ma quella legata alla difficoltà nell’esternare la propria identità è sicuramente dettata dall’ignoranza e da quella paura psicologica e ancestrale che porta l’essere umano a ritrarsi istintivamente dal “diverso”. Diverso da chi?, per dirla con il titolo del film con Luca Argentero e Claudia Gerini che già nel 2009 portavano sullo schermo le complicazioni legate all’esternazione della propria omosessualità, nel caso specifico.

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Il messaggio chiaro che Non ho mai… vuole lanciare è che le difficoltà e stereotipi relazionali sono sempre (purtroppo) vivi e attivi nella società contemporanea, la quale grida pubblicamente la propria apertura mentale e l’accettazione dell’altro, ma che risulta quasi una dichiarazione obbligata e di facciata se guardiamo poi ai dissidi che separano etnie, orientamenti sessuali, semplici opinioni discordanti.

Se dunque la lotta e la volontà di prevaricazione sono due elementi intrinsechi della natura umana, è bene convogliare tutta questa energia in una battaglia più utile per tutti, in un controsenso spesso citato: concorrere alla lotta per la convivenza pacifica tra esseri umani.

Accettare che sì, abbiamo a che fare quotidianamente con persone diverse da noi, ma pur sempre umane nella loro natura, ciascuna con bisogni, necessità e lotte intestine ingiuste e talvolta pericolose per il proprio equilibrio.

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Siate gentili con il vostro prossimo, perché potrebbe avere la vostra stessa necessità di confidare un segreto che ritiene così pesante, ma ultimamente così leggero se condiviso con una mente aperta e accogliente. Non è la condizione che vorremmo trovare tutti, in caso di estrema difficoltà?