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L’evoluzione nel linguaggio di Wes Craven da Nightmare a Scream

Il regista ha segnato la storia dell’Horror e probabilmente anche la fine del genere.
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Nota del curatore. Per quanto si dica il contrario, un regista è sopratutto un artigiano, non un artista. Un produttore, in genere, vuole qualcuno che conosca il mestiere, e che sia in grado di girare velocemente e mantenendo i costi sotto controllo. E, fortuna nostra, ci sono molti professionisti che possono rispondere a questa chiamata. E che sanno stare soprattutto in sala di montaggio. Buon per loro.

Sono pochi, invece, quelli che sanno – o possono permettersi – di riversare il proprio stile personale nei film che fanno. Ancora meno sono i veri autori, quelli che il film lo pensano e lo scrivono prima di girarlo. Sono una minoranza notevole, che con ogni film offre un piccolo contributo alla Storia del Cinema, nel bene e nel male.

Wes Craven erano uno di loro. Non è stato certo infallibile – alcuni suoi lavori sono stati mediocri; ma l’articolo di Mauro Paolino che state per leggere ci ricorda perché è stato un regista importante, un regista vero, qualcuno che ha fatto cinema per dire qualcosa. E che è riuscito a costruirsi un percorso e a seguirlo coerentemente, guadagnandosi a pieno diritto un posto tra i grandi della settima arte.

Valerio Porcu

Tra Freddy Krueger e Ghostface (il serial killer con la maschera dell’urlo di Munch) non è difficile riconoscere quanto la mente che diede loro vita sia stata decisiva per la definizione della cultura pop degli anni ottanta e novanta.

Wes Craven, dunque, è stato anche fonte d’ispirazione per tutto il cinema horror di questi primi due decenni del ventunesimo secolo. Per questo motivo lo si può paragonare a mostri sacri del genere come Carpenter, per restare in ambito cinematografico, o anche Stephen King, che il nostro autore non si esimerà dall’omaggiare ponendolo nella libreria in una scena di Nightmare – Nuovo incubo (1994).

Ebbene, tra il primo Nightmare – Nel profondo della notte (1984) e Scream (1996) passano dodici anni. Guardando questi due cicli non risulta semplice né immediato individuare una cifra stilistica comune. In realtà, come vedremo, i due film segnano l’inizio e la chiusura di un percorso autoriale improntato ad una riflessione sul genere stesso, concentrandosi in particolare nella sottocategoria dello slasher, a volte un po’ trascurata dai critici più autorevoli.

Nightmare – Dal profondo della notte, il primo passo

Nightmare – Dal profondo della notte, è inutile negarlo, sente il peso degli anni, pur con alcune scene tuttora magistrali (il corpo trascinato tra gli armadietti della scuola e tutta la sequenza finale). La regia di Craven è ancora abbastanza grezza, nonostante si tratti già del suo ottavo film – firma il suo primo lungometraggio nel 1972, e trova il successo cinque anni dopo con Le colline hanno gli occhi.

La scelta registica più evidente è quella di mostrare il più possibile, di andare a cercare la repulsione nello spettatore: l’autore vuole destabilizzare mostrando l’orrido, il proibito, giocando col disgusto in un montaggio che non teme associazioni d’immagini senza un senso razionale.

Nightmare – Dal profondo della notte è un film sui sensi: parte da quelli primordiali dei protagonisti, fino alla scoperta della sessualità (la mano artigliata tra le cosce della Langenkamp è una scena cult), per mettere alla prova il pubblico dell’epoca. La rappresentazione della violenza sarà un elemento costante nella poetica di questo autore, il quale sviscera con ironia le difficoltà dei rapporti intergenerazionali: i giovani sono in una situazione incomprensibile ad un adulto, la loro realtà è artefatta, onirica.

Craven rappresenta con efficacia un mondo in cui il confine tra realtà e sogno viene a mancare e, anche a costo di scadere nel ridicolo, il suo Freddy Krueger rimane iconico perché mostra esplicitamente il torbidume della mente. La pelle bruciata è esposta come tutto ciò che vi è di malato nell’animo umano e che, quindi, non andrebbe mostrato.

Dovevi essere morta

Il gusto per la rappresentazione del truculento che permane anche nella sua stravagante opera successiva: in Dovevi essere morta (1986) il regista dà sfogo a tutta la sua vena umoristica con questo simpatico ibrido tra lo Steven Spielberg di E.T. l’extraterrestre e Mary Shelley. I personaggi si appiattiscono e le situazioni si fanno estremamente più sciocche, e nella seconda parte i picchi di violenza sono tanto grossolani da risultare volutamente comici (forse inconsapevoli anticipazioni di ciò che verrà).

La recitazione approssimativa, la trama insipida e l’aridità di alcune scene lo rende non solo un film secondario nella filmografia dell’autore, ma un film poco riuscito in generale, che però può far sorridere lo spettatore consapevole, che non potrà non notare il feticismo di Craven nei confronti di uomini carbonizzati in fornaci. Uomini, va precisato, sempre colpevoli di atti di violenza contro una persona più debole, donna o bambino che sia.

Il serpente e l’arcobaleno

Una prova di maturità si rivela essere Il serpente e l’arcobaleno (1988) che, tra chiari rimandi al Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato, un’inedita capacità di ricreare le atmosfere esotiche dell’Amazzonia e di Haiti e un accennato sottotesto politico, un finale esageratamente pulp, torna sempre a parlare di uomini di ritorno dalla morte.

In seguito, con La casa nera (1991) si fa un passo decisivo verso il Wes Craven più conosciuto: quello ironico e dedito alla riflessione sul genere stesso, alla sua destrutturazione.

Ecco allora che l’archetipica casa stregata diventa un grande giocattolo comandato a piacere dai due antagonisti; Craven “aggiorna” le presenze spettrali, mettendole in scena come corpi di giovani adulti a cui è stata strappata la possibilità di una vita normale. Prime tracce di postmoderno si palesano in alcuni dialoghi: “Io non sto ad ascoltare. Non guardo e non parlo male”. Non porsi domande è l’unico modo per godersi un film del genere. E come uscirne? “Non voglio andar dentro, voglio andare fuori” “A volte il dentro diventa fuori”.

L’unico modo per non temere più l’horror è guardarlo e farne conoscenza.

Nightmare – Nuovo incubo

Il discorso metacinematografico intrapreso ne La casa nera viene sviluppato a pieno in Nightmare – Nuovo incubo (1994). Tornando alla sua creatura più celebre, Craven riparte dal (suo) primo capitolo e lo rielabora portando avanti ed estremizzando la sua personale riflessione sulla finzione narrativa.

Questo film si svolge addirittura all’interno di se stesso, con attori e regista intenti ad interpretarsi, e ciò dà modo a quest’ultimo di sfogare la sua ironia alle massime potenzialità (Robert Englund in vesti da Nightmare al talk show con Heather Langenkamp è una perla).

Torna ancora la dicotomia realtà e sogno, o meglio film e realtà? Il continuo confondersi tra questi due piani interpretativi porta l’intera opera ad assumere un possibile significato psicologico: la presenza di Krueger, che aleggia astratta e spettrale, come nevrosi post-traumatica. Non è un caso che il villain sia presente più come proiezione mentale che come vera e propria entità fisica: il taboo è stato sconfitto, la sensibilità del pubblico si è evoluta e la violenza su schermo non ha più la stessa potenza espressiva che poteva avere negli anni ottanta.

Scream

Arriviamo così a Scream (1996), il capolavoro di Craven, con la complicità della geniale sceneggiatura di Kevin Williamson. Questa trilogia è la quadratura del cerchio di un discorso sulla violenza e sul genere iniziato più di dieci anni prima.

Partiamo dall’apparentemente irreale insensibilità dei media e dei giovani personaggi dell’opera: nella società delle immagini (il video-noleggio mostrato come punto di ritrovo) il pubblico appare ormai completamente desensibilizzato alle scene violente, quindi mostrarle diventa superfluo.

Ciò non significa che il regista vi rinunci, bensì scopre subito le carte in tavola: egli non ha paura di esplicitare le regole del gioco, magari anche con un divertente montaggio che le mette in relazione a un personaggio intento a rispettarle, e nel fare ciò porta a un naturale cortocircuito interno alla pellicola stessa.

Tutti sanno cosa deve succedere, spettatori e personaggi, ma ciò non impedisce al cineasta di creare scene che ancora oggi, ad oltre vent’anni di distanza dall’uscita del film, riescono a mettere ansia nello spettatore (per citarne un paio, la magistrale sequenza d’apertura e la protagonista chiusa nell’auto del vice sceriffo).

Se nei primi film Craven puntava molto sulla rappresentazione dell’orrido, del taboo, in Scream la violenza è addomesticata: una vittoria personale dell’autore in relazione al cambio culturale avvenuto tra anni settanta e novanta, su ciò che può essere mostrato e ciò che è inaccettabile. In linea col postmodernismo delle sue ultime opere, il regista si pone domande sul cinema dell’orrore, ironizza sulla stupidità dei protagonisti e la ripetitività delle situazioni: in questo caso i personaggi ne sono consapevoli, ma il cattivo, con la maschera dell’urlo di Munch, si pone sin dall’inizio in maniera tanto grossolana da ribaltare tutti i cliché.

Scream funziona in chiave orrorifica pur ponendosi come la definitiva ridicolizzazione del sottogenere slasher; in questo modo Wes Craven portò il genere horror ad una delle sue vette, firmandone allo stesso tempo la condanna a morte.

Retrocult cover

Retrocult è la rubrica di Tom’s Hardware dedicata alla Fantascienza e al Fantastico del passato. C’è un’opera precedente al 2010 che vorresti vedere in questa serie di articoli? Faccelo sapere nei commenti oppure scrivi a retrocult@tomshw.it.

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