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Predator: quando l’umano è la preda

Il decennio compreso tra il 1977 e il 1987 è stato uno dei più ricchi per quanto riguarda il cinema di fantascienza. In questa manciata di anni, sul grande schermo si sono succeduti alcuni dei grandi simboli della sci-fi cinematografica, da Alien a Star Wars, passando per Blade Runner e Terminator. All’interno di questa sfilata di personaggi iconici comparve un altro letale alieno che è divenuto un simbolo del cinema periodo, divenendo protagonista in seguito di una saga fantascientifica che si è spinta anche nel mondo dei fumetti: Predator.

La genesi dell’inarrestabile cacciatore di teste alieno, come spesso accade con i grandi film di quel periodo, affonda in progetti nati quasi per scherzo, ma le cui premesse sono poi divenute la base da cui venne poi realizzato Predator. E tutto iniziò con un certo Rocky Balboa.

Da Rocky a Predator

All’uscita di Rocky IV, si iniziò ad ironizzare su quanti altri film si sarebbero potuto realizzare sul pugile interpretato da Sylvester Stallone. In particolare, l’ironia si concentrava sull’avversario di Rocky, considerato che aveva già affrontati personaggi di un certo spessore, come Apollo, Clubber Lang e Ivan Drago. Insomma, la sensazione era che sulla Terra nessuno potesse affrontare Rocky, l’unico avversario che veramente avrebbe messo in difficoltà Rocky poteva essere un alieno.

Idea suggestiva che fornì a due sceneggiatori, Jim e John Thomas, un’intuizione incredibile: una squadra eterogenea di cacciatori alieni coinvolti in una battuta di caccia sulla Terra. Ai Thomas stuzzicava l’idea di ribaltare il concetto di preda, dando vita ad una storia in cui l’umano, solitamente il cacciatore, divenisse invece la preda. Non a caso, il titolo di lavorazione usato in questa sceneggiatura era Hunter, Cacciatore. A rappresentare gli sfortunati umani, avrebbe dovuto essere un soldato dall’addestramento incredibile, che avrebbe dato del filo da torcere ai bracconieri stellari, motivo per cui si decise di ambientare l’azione nella foresta pluviale del Centro America, considerato che all’epoca era teatro di diverse black ops americane.

 La sceneggiatura dei Thomas venne presentata nel 1985 alla 20th Century Fox, che la sottopose al produttore Joel Silver. Apprezzato per il suo lavoro sull’action movie Commando, Silver decise di trasformare il progetto di un film di fantascienza di serie B in una pellicola ad alto budget. Il suo approccio convinse la 20th Century Fox, che lo mise a capo del progetto, e la prima mossa di Silver fu di coinvolgere nella lavorazione come regista John McTiernan e Lawrence Gordon come co-produttore.

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Il primo nome che venne preso in considerazione per il cast fu quello di Arnold Schwarzenegger. Il muscolo attore aveva già lavorato con Silver in Commando, e per Predator venne scelto come interprete di Alan ‘Dutch’ Schaffer, il protagonista della storia. Inizialmente, Dutch avrebbe dovuto essere l’unico umano nel film, capace di tenere testa al letale cacciatore alieno in una lotta sfrenata. L’idea non convinse pienamente Schwarzenegger, che manifestò le sue perplessità agli sceneggiatori.

Convinti dalle idee dell’attore, McTiernan e la sua squadra modificarono il concept originale, introducendo l’elemento della squadra di recupero americana. Scelta che portò alla necessità di comporre una squadra di soldati duri e pronti a tutto, occasione perfetta per comporre un team di muscoli che è divenuto una leggenda degli action movie della storia.

Direttamente dalla saga di Rocky venne preso Carl Weathers, che interpreta una vecchia conoscenza di Dutch ed è il punto di contatto con la parte ‘spionistica’ della pellicola.

Dal mondo del wrestling arrivò Jesse Ventura, che interpretò Blain. Ventura non era solo dato del fisico massiccio richiesto, ma aveva anche un passato militare, dato che aveva servito come Navy S.E.A.L. e si era fatto anche la sua bella parte di Guerra del Vietnam (1966-1795). Curiosamente, oltre a Predator, Ventura si ritrovò a lavorare con Schwarzenegger anche per un altro film in quello stesso anno, L’implacabile, altra pellicola fantascientifica ispirata ad un romanzo di Stephen King, L’uomo in fuga (The Running Man).

Un passato militare, quello di Ventura, condiviso con l’attore Richard Chavez (Poncho), che aveva servito in Vietnam. Gli attori non avevano esperienze militari, soprattutto uno in particolare: Shane Black.

A dire il vero, Black non era nemmeno un attore, bensì uno sceneggiatore. La sua presenza nel cast fu una sorta di necessità, voluta da Joel Silver per una ragione ben precisa: costringerlo a lavorare! Black, infatti, alle prese con la stesura di una sceneggiatura per Silver, basata su una coppia di poliziotti, un bianco e uno di colore, alle prese con una brutta storia di droga, che poi divenne il film Arma Letale. Il set di Predator fece talmente bene al lavoro di Black che lo sceneggiatore nel frattempo scrisse anche una seconda sceneggiatura, L’ultimo boyscout!

Se assemblare la squadra di soldati fu apparentemente semplice, maggior impegno richiese curare il personaggio principale del film: l’alieno!

Creare il cacciatore

Dare vita all’alieno di Predator fu una sfida tutt’altro che semplice. Creare un alieno credibile non è mai facile, e la squadra di McTiernan si scontrò con numerose difficoltà. Il primo look dell’alieno era totalmente diverso da quello visto alla fine, e aveva una fisicità completamente differente, che lo rendeva più smilzo e agile rispetto al letale cacciatore alieno che conosciamo oggi.

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Nella prima versione, l’alieno avrebbe dovuto essere agilissimo e muoversi continuamente tra il fitto fogliame. A realizzarlo fu Richard Edlung, che creò un essere sproporzionato, con grossi occhi gialli incassati in una testa dalla forma canina, ma incapace di avere la necessaria agilità richiesta dalla figura del cacciatore alieno.

Si era anche realizzata un’apposita tuta rossa che avrebbe indossato l’interprete dell’alieno, la cui colorazione avrebbe consentito di lavorare in post-produzione sulla rimozione dell’alieno dalle scene per dare vita al celebre occultamento dei Predator. Era quindi necessario trovare un attore che riuscisse a indossare questa tuta e al contempo fornire una prestazione fisica all’altezza, un requisito che venne soddisfatto da una futura star degli action movie: Jean-Claude Van Damme.

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Una volta infilato Van Damme nella tuta dell’alieno, la prima sensazione non fu positiva. Contrariamente agli umani, massicci e visivamente forzuti, il risultato era quello di una creatura minuta e poco pericolosa, iniziando a far pensare che anche per l’alieno servisse un attore dotato di una certa fisicità. A questo, si aggiunsero anche le lamentele di Van Damme, che segnalava come la tuta fosse soffocante, al punto di ridurlo quasi allo svenimento in diverse occasioni, al punto che due soli giorni di riprese l’attore belga abbandonò il set, quando scoprì che oltre a dover faticare in modo assurdo il suo nome non sarebbe nemmeno apparso nei titoli di coda.

L’abbandono di Van Damme spinse McTiernan a rivedere il concept dell’alieno. Dopo aver visionato una proposta di Rick Baker, su consiglio di Schwarzenegger ci si rivolse ad un maestro del settore, Stan Winston, con cui l’attore aveva lavorato pochi anni prima per Terminator. Questo cambio consentì anche di realizzare un alieno il cui fisico potesse competere con quello dei forzuti umani, cosa su cui Winston lavorò da subito. I primi bozzetti del nuovo alieno furono creati da Winston durante un volo verso gli studi Fox in compagnia del regista di Aliens, James Cameron, che suggerì di introdurre l’elemento delle mandibole da insetto.

Il nuovo alieno era quindi più massiccio, novità che chiese un attore adeguato sotto la maschera. Ruolo che venne interpretato da Kevin Peter Hall, che superava i due metri di altezza.

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Pur avendo corretto la figura dell’alieno, non si riuscì a costruire una nuova tuta che consentisse a Hall di recitare in modo agevole, costringendo l’attore a condividere la durezza delle condizioni di lavoro che afflissero il resto del cast. Hall fu costretto, infatti, a recitare spesso senza nemmeno vedere dove stesse andando a causa del costume del Predator, memorizzando tutti i movimenti prima di girare le scene. Un impegno che venne riconosciuto facendogli interpretare il ruolo del pilota di elicottero che sul finale salva Dutch, dandogli la possibilità di recitare anche senza la maschera del Predator.

Per caratterizzare l’alieno, i proseguì per tentativi. Ad esempio, inizialmente il sangue alieno era del succo di arancia, ma l’effetto non era all’altezza delle aspettative, e infine di decise di usare il liquido dei lightstick mescolato con della gelatina.

Un film o un campo di sopravvivenza?

Realizzare un film come Predator si rivelò una vera odissea. La prima sfida fu lavorare in un ambiente ostico come quello della giungla, che costrinse la troupe a convivere con condizioni durissime, tra sanguisughe e condizioni climatiche tutt’altro che favorevoli. Le riprese iniziarono nel marzo del 1986, periodo in cui il clima non era particolarmente adatto, costringendo gli attori a recitare sotto delle forti luci che riscaldassero le location.

A rendere il tutto ancora più complicato fu il recitare sempre su terreni accidentati, che costringevano gli attori ad estenuanti marce e sforzi continui. Lo stesso Schwarzy ricorda che la lavorazione di Predator fu per lui una delle prove più estenuanti, considerato come per le scene dei suoi scontri con l’alieno era costretto a passare ore intere nell’acqua e patire il freddo.

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Queste dure condizioni, però, portarono anche alla creazione di una curiosa dinamica relazionale tra gli attori. La presenza di personalità forti e convinte di esser l’alpha del branco, infatti, diede vita ad una rivalità che spinse gli attori ad allenarsi nottetempo solo per non perdere tono muscolare e risultare il più fisicato. Per prendere in giro Ventura, Schwarzenegger convinse parte della troupe a testimoniare sempre che il bicipite dell’attore austriaco fosse più voluminoso di quello dell’americano, spingendolo ad allenarsi continuamente. E vincendo una bottiglia di champagne messa in palio dal cast.

Questa rivalità portò Schwarzenegger a perdere parecchio peso, quasi quindici chili, allenandosi continuamente per dare al suo personaggio la necessaria abilità per le scene più atletiche. Mentre il resto della troupe perse peso a causa della dissenteria, presa bevendo acqua non depurata negli alberghi messicani in cui alloggiavano.

Carl Weathers ha raccontato spesso delle competizioni tra gli attori, ricordando anche che proprio a Predator deve una brutta abitudine, per colpa di Schwarzenegger: fumare sigari. Da sempre appassionato fumatore, Schwarzy per tutto il film cercò di convincere Weathers a provarne uno, ma solo alla fine delle riprese l’attore di colore provò, ammettendo che la sensazione non era male. Al ritorno in America, Weathers ricevette da Schwarzenegger una confezione di sigari pregiati, e da quel momento prese il vizio del fumo.

A dare un minimo di respiro agli attori fu la vita privata di Schhwarzenegger. L’attore avrebbe dovuto infatti sposarsi proprio in quel periodo, il 26 aprile, e la produzione fece una pausa dal 25 aprile sino al 30 aprile, per consentire all’attore di godersi anche una brevissima luna di miele.

Più di un action movie

Predator entra di diritto nell’elenco dei film d’azione che fecero faville negli anni ’80. Nonostante l’innegabile anima fantascientifica ed action di Predator, non meno evidente è la vena satirica del film di McTiernan. La presenza di un cast volutamente iper-muscolare, con la presenza di battute divenute storiche, è un modo di ironizzare sull’impostazione tipica degli action movies del periodo.

Centrale nelle dinamiche del film è anche la caratterizzazione storica del periodo. Come in altri film del periodo, anche Predator si affida alla contemporaneità degli anni ’80, utilizzando il dettaglio delle piccole battaglie combattute nei paesi latino-americani da operativi americani, in quelle che erano note come black ops, interventi armati volutamente segreti. McTiernan ne fa un uso intelligente, trasformandole nel casus belli del suo film, a cui unisce una sottile critica all’uso delle armi, incarnata dalla celebre scena in cui i soldati sparano nella boscaglia alla cieca sperando di colpire l’invisibile nemico. Momento che ribadisce l’inutilità di un approccio violento a situazioni che non si comprendono, come dimostra il resto della pellicola, in cui alla fine il tutto si riduce ad uno scontro fisico e istintivo.

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In Predator, soprattutto, è avvincente il ribaltamento della prospettiva del rapporto umano-alieno. Dutch e la sua squadra ricordano l’equipaggio della Nostromo di Alien, sono la preda di un’entità senza nome e apparentemente inarrestabile. Contrariamente al film di Scott, però, in Predator non si assiste alla disperazione di un gruppo umano che tenta di sopravvivere, ma alla volontà di una squadra di uomini armati e convinti di una superiorità sicura garantita dall’arma più grossa. Sotto l’impianto di un action movie, quindi, ci sono risvolti più profondi che rendono Predator qualcosa di più profondo.

La figura del Predator, comunque, divenne un simbolo della fantascienza del periodo, al punto che diede vita ad una saga cinematografica. Come spesso accadde ai personaggi resi celebri al cinema nella decade, anche Predator ebbe una vita fuori dal grande schermo, diventando protagonista di una saga fumettistica di Dark Horse che proseguì quando raccontato da McTiernan, prima che l’uscita di Predator II rendesse le intuizioni del fumetto di Mark Verheiden e Chris Warner venisse escluso dalla continuity della saga, entrata poi all’interno del più ampio contesto dell’Aliens Universe.

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