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Recensione: Creed II, un film commovente, potente e bellissimo

Fare un film come Creed era, di per sé, qualcosa di incredibilmente complesso. C’era il bisogno di passare il testimone da una generazione all’altra, di dare nuova luce ad una leggenda del cinema per mezzo di uno dei suoi attori più iconici, Sylvester Stallone, il cui legame con Rocky si manifestava attraverso recitazione, sceneggiatura e regia. Si chiedeva, insomma, di scollare Stallone dal mito di Rocky, e successivamente di mettere il mito da parte per andare avanti, passare oltre, per fare di quelle leggende degli esempi a cui guardare, ma pur sempre puntando al futuro. Poteva essere, in potenziale, un film veramente deludente Creed, e invece Ryan Coogler portò a casa il risultato in maniera quasi impeccabile. Nuova storia, nuovo eroe che viene dal niente, e un Rocky Balboa vecchio e molto stanco, probabilmente pentitosi di aver passato gran parte della sua vita inseguendo la violenza, e il desiderio di essere campione. In sintesi: un successo.

La premessa è lunga ma doverosa, perché come potrete intuire non è semplice fare un sequel di un film così idealmente “complicato”. Qualcuno dirà che è solo un film di pugilato, senza capire che non sono mai “solo film” e non è mai “solo pugilato”.

Creed II era, dunque, un film veramente facilissimo da sbagliare, complice lo straordinario lavoro del regista del primo film, qui sostituito da un più incerto Steven Caple Jr. Eppure le cose sono andate decisamente meglio del previsto, e questo a prescindere da quanto siano alte o basse le vostre aspettative in sala, perché Creed II è un bel film, è un grande intrattenimento, è decisamente buon cinema.

A distanza di 30 anni dagli eventi di Rocky IV, ovvero dello scontro tra Ivan Drago (Dolph Lundgren) e Rocky Balboa, con il primo reo di aver ucciso sul ring, a suon di pugni, l’amatissimo Apollo Creed (Carl Weathers), il pugile russo si trova nella condizione di aver perso tutto. Il suo Paese lo ha abbandonato, la sua gloria di “uomo perfetto” è ormai svanita, sua moglie lo ha lasciato. Tutto quel che resta nel cuore di Drago è il furore, la rabbia per la perdita, la voglia di tornare a farsi amare dalla sua patria che, nel mentre, è stato costretto a lasciare per rifugiarsi a Kiev assieme a suo figlio Victor (il pugile Florian Munteanu), addestrato allo scopo di riprendersi l’onore strappatogli dal campione d’America.

Campione che è oggi Adonis Creed, che con uno scontro veloce ma sofferto, conquista la cintura che era stata di suo padre e di suo “zio” consacrandosi il degno erede di ambo i pugili, e cominciando così la sua definitiva ascesa nel mondo della boxe professionistica, con il titolo di “campione dei pesi massimi”.

Creed II

Arrivati in America per riprendersi la loro vita a riacquistare fama in terra natia, i Drago sfideranno quindi Adonis (e conseguentemente Rocky, suo allenatore e suo “angolo”) per il titolo, avviando una serie di situazioni che, al di là del ring, parlano di una lotta interiore, vissuta prima tra sé stessi e poi tra le due generazioni di campioni e figli d’arte. In quella che è una trama certamente molto telefonata, ma ricchissima, anzi satura di momenti emozionanti e toccanti.

Gran parte del merito è imputabile allo stesso Stallone, la cui recitazione toccante e sublime aggiunge una carica emotiva invidiabile alle scene che lo vedono co-protagonista. Senza togliere alcun merito a Michael B. Jordan, certamente tra i più interessanti e promettenti nuovi volti della Hollywood di oggi, è evidente che questo Creed II sia più un film su Rocky che su Adonis, a differenza di quanto invece era stato fatto con l’episodio precedente. E va bene, non è una questione di protagonismo da parte di Sly, è solo il suo commiato, il saluto ad un personaggio profondamente legato all’attore, quasi sovrapponibile per quella che è stata la storia di riscatto personale che lega indissolubilmente l’attore e la sua maschera.

Creed II

La presenza di Dolph Lundgren, un vecchio ma ancora carismatico Drago, non fa che accentuare questa sensazione di un Rocky IV 2.0, vissuto ad anni di distanza con il cuore carico di una vecchia e amara nostalgia, per altro perpetrata durante la pellicola per mezzo di alcuni filmati estrapolati direttamente dal quarto episodio, che caricano ancor più la tensione emotiva che, quando poi esplode (ed esplode meravigliosamente verso la chiusura) colpisce direttamente al cuore con un jab così forte e ben assestato da spezzare il fiato.

Ora, detta così sembrerebbe il film perfetto, il Rocky perfetto, peccato solo che Creed 2 porti con sé alcuni difetti che, nel bene o nel male, lasciano un certo senso di amarezza (ma, attenzione, non di delusione). In primis la regia di Steven Caple Jr., che si sforza di scimmiottare lo stile del suo predecessore senza riuscire mai a catturarne le inquadrature e la sintesi. Il tutto è poi ulteriormente aggravato da alcuni momenti, in cui la camera, che sia fissa o in movimento, è affossata da movimenti sgraziati o, peggio, da una sensazione di tremore così forte che verrebbe, in almeno un paio di occasioni, da pensare che il cameraman fosse in bilico su un monociclo.

Creed II poster

Ci sono poi delle sequenze che lasciano il tempo che trovano, e che risultano forzatamente esagerate o deboli, come quella dell’allenamento di Adonis, che gioca tutta sé stessa nel contrasto “ambientale” con il medesimo allenamento che compiette Rocky, per opera di Paulie, nel gelo della steppa russa. Adonis non è Rocky. Non ha lo stile tecnico di Rocky, e non può allenarsi come il suo mentore, e pertanto nel dover battere Drago non può ripercorrere in toto i suoi stessi passi. Un messaggio che risulta lapalissiano tanto ci viene spiattellato in faccia, ma che manca del pathos della scena originale, pur cercando di recuperarne la sofferenza fisica.

Per fortuna sono attimi, momenti, che non stemperano più di tanto né l’attenzione dello spettatore né la prova attoriale del cast che, com’era ovvio aspettarsi, regala allo spettatore alcune prove veramente degne di nota. Se di Sly abbiamo già detto, di Michael B. Jordan potremmo dire per ore. Il suo Adonis Creed porta a termine la sua maturazione, passando da reietto della strada a campione, infine a uomo. Dove “uomo” non definisce uno status di virilità per antonomasia, ma di fragile e profonda umanità.

Creed sorge, poi si spezza, in un alternanza di emozioni che passano dalla rabbia alla frustrazione, al dolore sino alla “passione” che, come in un excursus biblico, porterà poi alla consacrazione. Anche qui era facilissimo sbagliare, banalizzare, anche rendersi ridicoli nel perpetrare (per l’ennesima volta) il sogno del giovane che vuole inseguire il mito del padre e del campione, che viene suggerito ma che poi trova una sua più precisa direzione, come per altro verrà palesato per bocca dello stesso Adonis, ormai in chiusura di pellicola.

Oltre le emozioni, c’è poi la grande prova fisica, di un Jordan scultoreo, “adonico” che si presenta sul ring più definito e tonico che mai, a dispetto di un avversario, Viktor, di diverse spanne più alto e più prestante. Serve una buona sospensione dell’incredulità, o una scarsa conoscenza della boxe, per credere che i due possano competere per lo stesso titolo, che siano “dello stesso peso”, ma al di la di questo il loro scontro è rappresentato con grande forza, e trasuda potenza ad ogni colpo, ad ogni pugno. Per sublimarsi, infine, come nella migliore tradizione “mitica”. Con i padri che si ricongiungono ai figli, anche solo filosoficamente, con le eredità che si perpetrano, con le ambizioni che vengono premiate da chi sa mettere se stesso in quello che fa a patto, ovviamente, di sapere che direzione prendere.

Creed 2 è un film commovente, potente e bellissimo. Un film che si prende i suoi tempi con intelligenza, che sa creare una tensione narrativa accattivante ed empatica, e che riesce persino a commuovere in certi frangenti grazie ad una interpretazione straordinaria dei suoi attori. Stallone, in particolare, ci regala un’interpretazione “familiare” e toccante, e fa da giusta cornice alla consacrazione di un Adonis Creed determinato ma fragile. Un film che riesce a colpire ed emozionare a prescindere da Rocky IV, di cui è la conseguenza ideologica più ovvia, e che non sceglie la via facile della citazione amarcord per emozionare il pubblico in sala, se non quando proprio necessario, e credeteci, succede praticamente una sola volta sul finale, quando ormai siamo già in estasi.

L’arrivo nelle sale di Creed II è l’occasione perfetta per recuperare il brand di Rocky, ancora oggi godibilissimo nonostante gli anni trascorsi. Su Amazon è disponibile un comodo ed economico cofanetto, da associare poi al primo Creed in edizione home video.