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Rifkin’s Festival, recensione in anteprima del film di Woody Allen

La riapertura delle sale è stata un’occasione per presentare cartelloni particolari, in grado di alternare proiezioni di grandi classici ritrovati a qualche novità attesa pazientemente dagli appassionati della settima arte. Tra le nuove proposte, che timidamente stanno affacciandosi a questo nuovo (ma al tempo stesso delicatissimo) capitolo della distribuzione cinematografica nostrana, troviamo anche Rifkin’s Festival, l’ultima fatica di Woody Allen.

Il film, che arriverà nelle sale il prossimo 6 maggio per Vision Distribution, mette in scena, nei suoi 92 minuti, un condensato della visione di Allen, raccontando le vicende di Mort Rifkin (Wallace Shawn), un critico cinematografico che, insospettito da una possibile infedeltà coniugale della moglie Sue (Gina Gershon), deciderà di accompagnarla durante il Festival internazionale del cinema di San Sebastián, durante il quale Sue dovrà seguire per tutto il festival il giovane e talentuoso regista Philippe (Louis Garrel). Abbiamo visto in anteprima per voi questa nuova pellicola, con la fortuna di poter assistere alla proiezione direttamente in sala. Cosa ci attende in questo nuovo lavoro di Woody Allen?

Rifkin's Festival

Rifkin’s Festival: quintessenzialmente Allen, nel bene e nel male

Rifkin’s Festival rappresenta in un certo senso un ritorno al passato per il regista con una commedia dolceamara in cui gli aspetti più caratteristici della sua produzione artistica trovano spazio in maniera calcolata e metodica. Gli elementi caratteristici della retorica di Allen ricorrono con numerosi riferimenti alla storia del cinema, alla psicoanalisi, ai rapporti coniugali disfunzionali e alla satira politica, religiosa e del mondo dello showbiz.

Il film ci propone un protagonista, interpretato in modo convincente da Shawn, che è l’archetipo del protagonista alleniano, ovvero un uomo ostaggio delle sue idiosincrasie, manie e fobie senili. Nel ruolo di Mort Rifkin, Shawn, riesce a entrare nella pelle di un personaggio che è palesemente scritto per essere interpretato da Allen stesso, riuscendo così a fare suoi i manierismi tipici di Allen. Una scelta, quella di Allen, di rimanere soltanto dietro alla macchina da presa dovuta all’età ormai avanzata del regista che altrimenti avrebbe reso davvero poco credibile il rapporto tra il personaggio di Rifkin con quello della dottoressa Jo Rojas (Elena Anaya), di cui si invaghisce.

Rifkin è un disincantato critico cinematografico fortemente ancorato al suo passato professionale (quando era insegnante di storia del cinema) e alla sua incapacità di trascendere dai suoi numi tutelari della storia del cinema. Da diverso tempo a questa parte è impegnato, senza successo, nella scrittura del suo primo romanzo. Una vera e propria impresa titanica poiché egli non è disposto a produrre nulla che non sia un capolavoro, causando così una continua spirale di insoddisfazione e fallimento. Con una certa dose di coraggio, si può affermare che Rifkin’s Festival riecheggia di alcune suggestioni, simmetrie e similitudini con Manhattan (a questo link è disponibile il Blu-Ray), soprattutto nella caratterizzazione dei due rispettivi protagonisti Mort e Isaac.

Rifkin's Festival

Un altro aspetto ricorrente dell’estetica dell’ Allen più recente è aver ripreso la bellezza di San Sebastian, proponendo al pubblico alcuni scorci caratteristici, caratterizzati da una fotografia calda e luminosa, della città spagnola. In questo senso in Rifkin’s Festival ritroviamo quella sorta di turismo cinematografico proposto in film come Vicky Cristina Barcelona, Midnight in Paris e To Rome With Love. Parlando di questo aspetto, occorre segnalare doverosamente che la fotografia è stata curata dal maestro Vittorio Storaro, vera e propria leggenda vivente, che con Rifkin’s Festival annovera la sua quarta collaborazione con Allen.

Metatesto e cinefilia

Il film, ambientato durante un importante festival internazionale di cinema d’autore, è un modo per ironizzare sul caravanserraglio dei festival e di tutti gli improbabili personaggi che, per alcuni giorni all’anno, gravitano attorno a tali cornici rendendole “il centro del mondo”. Mentre Rifkin si ritrova fisicamente al festival cinematografico, parteciperà anche a un altro festival particolare: quello che, a causa delle sue vicissitudini, avviene nella sua testa. La sua permanenza nella città basca gli darà infatti modo di riflettere su alcuni eventi personali, che si manifesteranno sotto forma di sogni di ispirazione cinefila.

Allen gioca con le atmosfere di Fellini, Godard, Truffaut, Bunuel, Bergman e Welles, ricreando alcune delle scene più iconiche del cinema d’autore del secolo scorso, al fine di fornire allo spettatore un contesto soggettivo sugli eventi, un approfondimento sul protagonista e un omaggio alla storia del cinema. Questo “cinema dentro il cinema”, vero elemento cardine della vicenda, è senza dubbio un aspetto che renderà Rifkin’s Festival un film sicuramente apprezzato dagli estimatori degli autori omaggiati; tuttavia questo genere di citazionismo, per altri, potrebbe essere alla lunga ridondante o, addirittura, poco comprensibile se non si ha una buona familiarità con il cinema del novecento.

Un cast convincente ma non stellare

Uno degli aspetti più evidenti di questo film è l’assenza di starpower del suo cast, anche perché ormai il nome di Allen è irrimediabilmente legato a molteplici controversie, non ultime le accuse di abusi sessuali. Questo ha portato moltissimi attori a dissociarsi dal lavoro di questo regista.

Rifkin's Festival

Nelle pagine della sua autobiografia Allen ha infatti scritto che la difficoltà maggiore legata alla produzione di questo film è stata scritturare gli attori, che hanno improvvisamente iniziato a voltargli le spalle. Nonostante l’assenza di grandi nomi (ad eccezione di un cameo di Christoph Waltz) questo non è necessariamente un aspetto negativo: Gina Gershon e Louis Garrel hanno un’ottima intesa e sono il contrappunto perfetto a Wallace Shawn.

In conclusione

Rifkin’s Festival è un film caratterizzato dalla presenza di molti degli elementi stilistici di Allen in un concentrato di ironia sottile e tributi cinefili carichi di nostalgia. Si tratta di un titolo, che pur risultando un piacevole intrattenimento, potrebbe non essere adatto a un’ampia platea. Nel film non vi è niente di innovativo: è una storia che si guarda bene dall’esplorare territori al di fuori della comfort zone del suo autore ma, nonostante questo, potrà essere apprezzato dagli estimatori del regista e dai cinefili.