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Sound of Metal, recensione del dramma candidato agli Oscar 2021

Probabilmente il titolo di questo film, per assonanza, vi ricorda la celebre canzone The Sound of Silence di Simon & Garfunkel, e sarebbe stato forse più appropriato per il tema che si affronta nella pellicola. Una storia di due ore che ci permette di annegare nell’assordante silenzio pesante e difficile che ingloba sempre più in modo opprimente la vita di un batterista nella sua sordità, un viaggio nei meandri della psicologia di una persona che faceva dell’udito il suo senso più importante rispetto agli altri cinque. Sound of Metal ha diverse buone ragioni per essere tra i candidati come Miglior Film all’edizione 2021 degli Oscar, un’occasione che il regista Darius Marder non ha voluto perdere per nessuna ragione. In vista delle prossime nomination, riscopriamo insieme questo titolo, uscito per la prima volta e disponibile a oggi sulla piattaforma streaming del colosso dell’e-commerce di Jeff Bezos, Prime Video.

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Sound of Metal, quando il silenzio sa comunicare

Amazon Studios, con la collaborazione di Stage 6 Films, ci presenta la storia del batterista metal Ruben agli esordi della sua patologia. Comincia a perdere l’udito in maniera improvvisa e spaventosa, e le cose non migliorano di certo quando il medico gli preannuncia una doppia sciagura: il suo stato non può che peggiorare, portando Ruben a credere che ormai la sua carriera e la sua vita siano finite. Ex tossico e pulito da quattro anni, vissuti con la fidanzata Lou, questi viene portato proprio dalla ragazza in un centro di riabilitazione per sordi, nel tentativo doloroso e disperato di evitargli una ricaduta e aiutarlo ad adattarsi alla nuova vita che lo attende. Se all’inizio Ruben non accetta per nulla questa decisione, si vede poi costretto a procedere su una strada difficile e anomala per lui.

Dovrà quindi adattarsi a un mondo dove tutti, in questa comunità, conoscono il linguaggio dei segni. Tutti, tranne lui. Un pesce fuor d’acqua, circondato da persone che sanno comunicare in maniera immediata, rapida e con una miriade di gesti che lui non conosce, o meglio, non ancora. Sarà grazie a diverse lezioni dedicate a questo linguaggio che potrà apprendere, seppure in maniera svogliata, come utilizzare al meglio e in maniera comprensibile la gestualità utile a fare parte di un mondo ormai fatto di silenzio.

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Quest’ultimo diventa vero e proprio protagonista di parecchie sequenze, dove l’attento montaggio ha saputo ricrearlo in maniera precisa, soprattutto nella fase iniziale in cui il mondo intorno a Ruben diventa sempre più ovattato. Una regia consapevole delle potenzialità della storia portata sullo schermo, resa ancora più potente dal messaggio veicolato proprio dai momenti in cui le parole non servono e fanno da protagonisti i gesti, gli sguardi, le urla, tutto restituito tra primi piani e campi più ampi che permettono di catturare momenti di vita quotidiana nella comunità. Tra grandi e piccini.

Spazio alle immagini e ai gesti

Il dialogo qui si perde: tutto o quasi viene comunicato in modi alternativi, aprendoci le porte di un mondo che viene comunemente messo in disparte, poco approfondito, dimostrandosi per quello che è: una realtà parallela, in quanto coesistente e integrata sempre più in una quotidianità dove è importante comprendere appieno lo stato psicofisico di coloro che sono affetti da queste patologie. Assistiamo a come si cerca di accettare la propria condizione fisica, abbandonando sempre più (di netto o con graduale costanza) il passato fatto di parole, suoni, concerti, musica. Lo shock iniziale della percezione ovattata e poi del silenzio si palesa senza preavviso, riproducendo l’alterazione del suono stesso, non più chiaro e definito anche e soprattutto durante i concerti, ma distante, in cuffia, disorientante.

Per Ruben la vita stava finendo, in preda alla disperazione di sapere che le sue orecchie sarebbero state in grado di captare, ciascuna, poco più del venti percento dei suoi che lo circondano. Un musicista che non poteva più tenere il ritmo della sua batteria e della sua passione, della sua vita. La riscoperta di sé in una nuova dimensione diventa catartica, per lui come per lo spettatore al contempo, in quanto riusciamo a percepire stati d’animo e intere situazioni solo attraverso il movimento degli occhi, della mimica facciale e dei gesti quanto sta accadendo in scena e nel cuore dei protagonisti.

Un’esperienza cinematografica e di vita

La regia mette in scena l’intera vicenda con scelte narrative talvolta chiare, altre volte ambigue, restituendo con diversi escamotage la sordità di Ruben. Assistiamo a un’alternanza di silenzi e di ritorno alla percezione di onde sonore in concomitanza dell’avvicinarsi e allontanarsi al protagonista dell’inquadratura, andando a comporre una sorta di puzzle che, tessera dopo tessera, riporta la difficoltà sempre più accettata e assimilata, non senza fatica, di questa nuova vita. Il risultato è un’esperienza di visione e ascolto, soprattutto dei silenzi e dei rumori, che riproduce lo smarrimento di un individuo abbandonato nel vuoto della solitudine della sua coscienza.

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Proprio l’interpretazione di Riz Ahmed è emblematica e decisiva per il risultato complessivo della pellicola. Già noto al pubblico per la sua presenza nel cast di titoli quali Venom, Jason Bourne o la serie The OA, in questo film è in grado di far trasparire tutte le fasi di un percorso lungo e difficile, ma riassunto con qualche fatica di comprensione in 120 minuti. Sound of Metal però, nel complesso, sa raccontare in maniera complessivamente ben riuscita, seppure con qualche difficoltà di comprensione in alcuni punti, l’immersione nel mare del silenzio della propria testa e nel proprio cuore, l’abbandono del proprio partner e la perdita dei punti cardine della vita precedente, entrando però in una nuova vita, osservata da un punto di vista decisamente diverso, ma pur sempre arricchente e commovente. Un progetto cinematografico che merita dunque di essere premiato, per quanto la sfida possa essere ardua. Proprio come quella affrontata da Ruben. Ma sarà stato in grado di vincerla?

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