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Storie senza metodo: Stephen King e la sorgente delle storie

Stephen King è uno degli scrittori più famosi del mondo. Lo è da decenni. È anche uno degli scrittori più saccheggiati dell’ultimo secolo e, molto probabilmente, dell’intera storia della letteratura. Dovrei controllare, per esserne certo, ma credo che solo Shakespeare abbia ispirato più film, serie tv, spettacoli, cartoni animati o radiodramma di lui. E, se vieni battuto da Shakespeare, non puoi certo lamentarti.

Stephen King, però, soprannominato spesso – forse troppo spesso – il Re del brivido, o solo il Re, è anche uno degli scrittori su cui pesa più implacabile il pregiudizio. Anzi, i pregiudizi: quello di essere solo uno scrittore horror, e non ci sarebbe niente di male, considerando che il romanzo occidentale viene definitivamente codificato tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 proprio grazie al genere horror; quello di essere un produttore seriale di storie sempre peggiori, e faccio fatica a essere d’accordo, considerando la grandezza di libri come Revival, Joyland, Notte buia, niente stelle, Duma Key o 22/11/’63 e non aggiungo altri titoli per non dilungarmi; quello di essere uno scrittore tutto sommato mediocre; ma, soprattutto, quello di essere uno scrittore di successo.

La fonte delle storie

King è uno scrittore di enorme successo. Un successo che ha alimentato il sospetto – come spesso accade agli scrittori che vendono milioni e milioni di copie, come ad esempio J.K. Rowling – che, se è capace di parlare a tutti, sta parlando troppo facile.

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Ma Stephen King è il Re, lo è davvero, per una serie di motivi: è il più formidabile narratore in circolazione, capace come nessun altro di fare quello che fanno da secoli i narratori, cioè posarci una mano sulla spalla, fissarci dritti negli occhi e dirci ‘Ehi, ho una bella storia da raccontarti. Ti va di ascoltarla?‘ e di iniziare a raccontare con voce calma, paziente, implacabile, facendoci dimenticare il mondo attorno, al punto tale da renderlo ancora più vero. Ma c’è un altro motivo per cui credo che King sia impareggiabile: va a pescare dove le storie hanno la loro sorgente. E lui sa dove si trova quella sorgente.

Come faccio a saperlo? Perché, nel corso degli anni, con pazienza, senza perdersi mai d’animo, con una generosità che ne decreta l’ulteriore grandezza, si è preso la briga di indicarcela, di raccontarcela, di condividere il suo segreto, di spiegarci cosa sgorgava da quella specie di fenditura nella roccia della nostra umanità. In altre parole, Stephen King è anche un grande critico letterario.

Per spiegarlo, e per spiegare perché si tratti a sua volta di un produttore di storie senza metodo – è il titolo di questa rubrica, nel caso ve lo foste dimenticati, e, nel caso, non potrei biasimarvi – ho deciso di prendere come esempi tre testi scritti in un lungo arco di tempo cioè tra il 1976 e il 2000.

Il primo è la magistrale e molto celebrata prefazione a A volte ritornano, la sua prima raccolta di racconti del 1976. In quella prefazione, oltre a spiegare perché abbia deciso di scrivere horror – per il semplice fatto che gli piace, ma nessuno chiede mai a un avvocato perché ha scelto di fare proprio l’avvocato, non con la stessa schifata inquietudine, almeno –, a un certo punto si fa una domanda precisa, una di quelle domande che, appena pronunciata, attira l’attenzione di chiunque: cos’è la paura? E perché la gente legge roba tanto spaventosa? Come ha scritto Jonhathan Gottschall in un bellissimo saggio pubblicato da Bollati Boringheri, intitolato L’istinto di narrare e sottotitolato Come le storie ci hanno reso umani, se le storie servono a farci elaborare il dolore, lo fanno in maniera molto strana, cioè proiettandoci in un inferno di ulteriore dolore, morte e sofferenza. È così, non è difficile capirlo, basta pensare a un film, un romanzo, un fumetto o una serie che amiamo: dolore e sofferenza a pacchi.

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Ma il segreto è proprio lì, come dice King in quella prefazione: nessuno, quando passa accanto a un incidente stradale e vede sull’asfalto un cadavere coperto da un lenzuolo bianco, è capace di distogliere lo sguardo. Perché quel cadavere siamo noi, saremo noi, e il conforto di non essere sotto quel lenzuolo non ci toglie mai del tutto l’inquietudine che un giorno lo saremo. La vita è piena di piccoli e grandi orrori, e nelle storie cerchiamo quelli, anche quando ci fanno ridere. Lo zio King ce lo spiattella in faccia e aggiunge:

Siamo spesso, nella quotidianità, come le maschere della Commedia e della Tragedia, sorridiamo di fuori, facciamo una smorfia di dentro. C’è un punto centrale di scambio dentro di noi, un trasformatore, dove i fili che partono dalle due maschere si collegano. Ed è quello il punto dove così spesso il racconto dell’orrore colpisce nel segno“.

E cosa fa davvero il racconto dell’orrore, cosa c’è dentro quelle storie di mostri e figure archetipiche, King si è preso la briga di spiegarlo in un lungo e fondamentale saggio sul genere horror – e non solo – del 1981, intitolato Danse Macabre.

L’origine dell’orrore

Facciamo un passo indietro. Nel 1912, il neurologo e psicoanalista britannico Ernest Jones pubblica uno lavoro intitolato Psicoanalisi dell’incubo. Si tratta di uno studio pionieristico sul significato piscoanalitico degli incubi e sul loro legame con alcune credenze medievali. Jones esamina in particolare l’origine psicologica e il carattere onirico di alcune figure che popolavano l’immaginario del cittadino di epoca medievale e probabilmente anche moderna.

Le figure in questione sono il Vampiro, il Lupo Mannaro, le Streghe e il Diavolo. Secondo l’autore il Diavolo rappresenta la malvagità dell’uomo e quella di Satana – un altro nome per definire lo stesso fenomeno – è la storia di una paura costante, cioè del terrore di qualcosa in grado di paralizzare coloro che assistono alla sua apparizione.

Curiosamente, le figure indicate da Jones sono molto simili a quelle individuate da Stephen King in Danse Macabre. King sostiene che tre figure dei Tarocchi hanno di fatto gettato le basi per lo sviluppo dell’immaginario orrorifico in cui siamo immersi: il Vampiro, il Licantropo e la Cosa Senza Nome.

Stephen King individua le tre figure sulla base di argomenti solidissimi:

Uno dei temi più comuni della letteratura fantastica” scrive in Danse Macabre, “è quello dell’immortalità. ‘La cosa che non vuole morire’ è stato un elemento base del genere, dal Beowulf ai racconti La verità sul caso di Mr. Valdemar e Il cuore rivelatore di Poe, fino alle opere di Lovecraft (come Aria fredda), di Blatty e persino, Dio ce ne guardi, di John Saul”.

King arriva poi al cuore del discorso, concentrandosi su tre romanzi fondamentali, che hanno di fatto creato un canone:

Tutti e tre vivono in una sorta di limbo” scrive, “fuori della cerchia splendente dei ‘classici’ riconosciuti della letteratura inglese, e forse a ragione. Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde fu scritto di getto da Robert Louis Stevenson in tre giorni. Sua moglie ne fu così inorridita che Stevenson bruciò il manoscritto nel caminetto… Poi, però, lo riscrisse di sana pianta in soli altri tre giorni. Dracula è un vero e proprio melodramma palpitante annidato nella struttura del romanzo epistolare, convenzione già agonizzante vent’anni prima. […]. Frankenstein, il più famoso dei tre, fu scritto da una fanciulla di diciannove anni, e benché sia stilisticamente il migliore è anche quello meno letto; mai più l’autrice avrebbe scritto così in fretta e bene, con tanto successo… E con tanta audacia.

Alla luce della critica più severa, tutti e tre i libri possono considerarsi nient’altro che romanzi popolari dell’epoca, con poco che li distingue da altri romanzi più o meno simili. […] Ma questi tre romanzi sono qualcosa di speciale. Stanno alle fondamenta del gigantesco grattacielo di libri e di film gotici del Novecento che sono conosciuti con il nome di ‘racconto moderno dell’orrore’. Più importante ancora, al centro di ciascuno di questi tre romanzi si erge (o arranca) un mostro che è venuto a ingrandire quella che Burt Hatlen chiama la ‘polla dei miti’, ossia l’insieme della letteratura d’immaginazione in cui noi tutti, anche coloro che non la leggono o che non vanno al cinema, siamo collettivamente immersi. Come in una quasi perfetta mano di Tarocchi in cui siano rappresentate le nostre idee del male più feconde, i tre romanzi possono fissarsi precisamente sulle figure del Vampiro, del Licantropo e della Cosa Senza Nome”.

E dopo aver individuato quelle che ha definito figure dei tarocchi e parlato della polla dei miti, decide di darci scacco matto, andando a stanare il ventre molle della nostra coscienza, il luogo in cui cediamo anche senza volerlo, il punto in cui le gambe cedono e il cervello inizia a ronzare.  Un luogo in cui si incontrano e configgono il nostro rapporto col corpo, col mondo e con la natura, cioè tre forme di relazione che hanno segnato e continuano a segnare qualunque forma di narrazione faccia leva sulla paura e il terrore.

Ma, più in generale, qualunque forma di narrazione, al punto da plasmare e riplasmare l’immaginario, andando a toccare nervi scoperti – o molto scoperti – di noi esseri umani e del pianeta su cui viviamo. Tanto da immaginare che il Cosmo, gli abissi, altre galassie o le profondità marine custodiscano mostri ed entità capaci di sovvertire il nostro inconscio e la nostra vita conscia.

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Il genere horror, cioè, è stato capace negli ultimi cinquanta o sessant’anni di lavorare su quelli che King definisce ‘punti di pressione fobica’. Ecco come li descrive il Re e da quali riferimenti parte per farlo:

L’orrore è arte? Raggiunge lo status di arte semplicemente perché è in cerca di qualcosa che sta oltre l’arte, che fa dell’arte una preda; è in cerca di ciò che chiamerei punti di pressione fobica. Il buon racconto di orrore danzerà fino al centro della tua vita e troverà quella porta della stanza segreta di cui solo tu credevi di conoscere l’esistenza: come hanno fatto notare sia Albert Camus sia Billy Joel, lo Straniero ci rende nervosi… ma ci piace indossare la sua faccia, in segreto.

Sono i ragni a spaventarti? Bene. Abbiamo i ragni, come in Tarantola, Radiazione BX distruzione uomo e Il regno dei ragni. E i topi? Nell’omonimo romanzo di James Herbert, li puoi sentire arrampicarsi su di te… E mangiarti vivo. I serpenti? Claustrofobia? Le altezze? O… qualsiasi cosa.

Poiché i libri e i film sono mezzi di comunicazione di massa, il campo dell’horror è stato spesso capace negli ultimi trent’anni di fare ancora meglio di queste paure personali. In questo periodo (e in minor grado nei settant’anni precedenti), il genere horror è spesso riuscito a trovare dei punti di pressione fobica nazionale, e i libri e i film che hanno avuto maggior successo hanno quasi sempre chiamato in causa ed espresso paure che esistono in un vario spettro di persone. Tali paure, spesso politiche, economiche e psicologiche piuttosto che soprannaturali, danno alle migliori opere dell’orrore un appagante senso allegorico, ed è quel tipo di allegoria con la quale i registi vanno a nozze. Forse perché sanno che se le cose cominciano a diventare noiose, possono sempre far uscire il mostro dal buio.

Come non volergli bene? Come non amare uno scrittore che ti racconta come fa a stanare il buio, il terrore e a renderlo tanto avvincente, anche quando racconta storia di crescita – come in Il corpo, da cui è stato tratto Stand by me, o It –, oppure parla del nostro rapporto con la morte – come in Pet Sematary – o del senso di ingiustizia che nasce dalla terra insanguinata nel cuore del cuore del suo paese natale, gli USA, come in Il miglio verde e molti altri racconti?

Quella generosità è la stessa che lo ha spinto a condividere la sua cassetta degli attrezzi in On Writing, la sua autobiografia di scrittore, pubblicata negli USA nel 2000, e nella quale dice almeno due cose fondamentali: che la trama non conta – avete capito perché ‘senza metodo‘? -, dal momento che un what if, cioè un innesco narrativo abbastanza potente è in grado di generare una storia nel suo complesso; e che scrivere è di fatto telepatia. Se io voglio fare arrivare nel vostro cervello un coniglio in gabbia con un otto blu sulla schiena, ci arriverà. Soprattutto quell’otto blu. Lo state vedendo anche voi? Tutto merito dello zio King.

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Quindi, se un giorno dovessero dirvi che King è uno scrittore dozzinale, non menzionate i capolavori che ha scritto, i film che ha ispirato, il successo ottenuto. Rispondete solo: sì, ma almeno lo sai che è un critico formidabile?

Se volete conoscere meglio il mondo di Stephen King, vi consigliamo la lettura di Danse Macabre