Un progetto che sfida ogni logica dell'efficienza moderna: un ricercatore giapponese specializzato in scienze spaziali ha realizzato un'unità USB dalle dimensioni di un piatto da portata che archivia appena 128 byte di dati. L'autore, noto su X come @dyd_Nao, ha scelto deliberatamente di utilizzare la tecnologia Magnetic Core Memory, una forma di memoria che precede addirittura i circuiti integrati e che dominava l'informatica negli anni '50 e '60. Il risultato è un dispositivo dalle proporzioni assurde che rappresenta però un affascinante tributo archeologico all'evoluzione della memoria informatica.
La Magnetic Core Memory rappresenta un capitolo fondamentale nella storia dell'informatica. Questa tecnologia, utilizzata per la prima volta nel 1953 nel computer Whirlwind del MIT, funzionava attraverso minuscoli anelli di materiale ferromagnetico avvolti da fili metallici. La griglia centrale visibile nelle foto pubblicate dall'autore del progetto costituisce il cosiddetto core plane, la struttura che conteneva fisicamente i bit di informazione. Dal 1955 fino agli inizi degli anni '70, questa fu la forma standard di RAM nei computer, prima che Intel rivoluzionasse il settore con i chip DRAM 1103 nel 1970, introducendo una soluzione più economica, veloce e densa.
部品一通り載せ終わった ちゃんとUSB-A端子ついてるしどう見てもUSBメモリやな pic.twitter.com/Lnpbrxmczn
— dydt (@dydt_Nao) January 31, 2026
Il vantaggio principale di questa tecnologia era la sua natura non volatile: i dati persistevano anche senza alimentazione elettrica, caratteristica che la rendeva superiore alla DRAM moderna sotto questo aspetto specifico. Tuttavia, i suoi difetti erano numerosi e significativi. La densità di archiviazione risultava estremamente bassa, i costi di produzione erano proibitivi e la scalabilità praticamente inesistente, dato che molti moduli venivano letteralmente creati a mano. Questa memoria offre anche un'eccellente resistenza alle radiazioni, caratteristica potenzialmente utile in ambienti spaziali, ma questa proprietà viene vanificata dalla vulnerabilità dei componenti elettronici di supporto necessari al funzionamento.
Il limite più peculiare della Magnetic Core Memory è il processo di lettura distruttiva: ogni volta che si accede ai dati, questi vengono automaticamente cancellati. I sistemi basati su questa tecnologia dovevano quindi riscrivere immediatamente le informazioni dopo ogni operazione di lettura, una soluzione ingegneristica che aggiungeva complessità e latenza alle operazioni. Nel contesto del dispositivo USB creato da @dyd_Nao, questo significa che collegare l'unità e leggerne il contenuto comporta la perdita immediata dei dati, a meno che il controller non implementi un meccanismo di riscrittura automatica.
Con una capacità di 128 byte distribuita su una superficie delle dimensioni di un piatto, la densità di archiviazione di questo dispositivo è letteralmente milioni di volte inferiore a quella di una moderna chiavetta USB. L'autore del progetto ha comunque equipaggiato l'unità con un connettore USB-A standard, conferendole l'aspetto autentico di una periferica di archiviazione, seppur dalle proporzioni grottesche.
Questo progetto è l'ultimo di una serie di esperimenti hardware legati al retrocomputing, dove l'obiettivo non è l'utilità pratica ma l'esplorazione tecnica e la dimostrazione di competenze ingegneristiche. La domanda che guidava lo sviluppo non era "dovrei farlo?" ma piuttosto "posso farlo?", un approccio che caratterizza molti progetti della comunità maker e degli appassionati di storia dell'informatica. Sebbene nessuno consiglierebbe di utilizzare questa soluzione per archiviare dati reali, il valore educativo e la complessità tecnica richiesta per interfacciare una tecnologia degli anni '50 con lo standard USB moderno meritano riconoscimento.
L'iniziativa ricorda altri progetti analoghi che hanno portato alla luce tecnologie obsolete, come le ricostruzioni di computer valvolari o le implementazioni moderne di logica a relè. Nel panorama attuale, dove gli SSD NVMe superano i 15 GB/s in lettura sequenziale e le memorie DDR5 raggiungono frequenze oltre gli 8000 MHz, questo disco USB da 128 byte rappresenta un contrappunto ironico che sottolinea quanto sia evoluta la tecnologia di archiviazione negli ultimi settant'anni. La distanza tra la Magnetic Core Memory tessuta a mano e le NAND flash 3D con oltre 200 layer è tanto abissale quanto affascinante da contemplare.