La progressiva erosione della memoria che caratterizza la malattia di Alzheimer potrebbe trovare una nuova spiegazione nei meccanismi attraverso cui il cervello consolida i ricordi durante il riposo. Una ricerca condotta all'University College London (UCL) ha identificato un'anomalia specifica nel processo di "riproduzione" delle esperienze recenti, un fenomeno neurologico fondamentale che avviene nell'ippocampo e che risulta profondamente alterato nei modelli murini della patologia. Lo studio, pubblicato sulla rivista Current Biology, apre prospettive inedite sia per la diagnosi precoce sia per lo sviluppo di terapie mirate a ripristinare questi circuiti neuronali malfunzionanti.
L'ippocampo, struttura cerebrale essenziale per l'apprendimento e la memoria, contiene neuroni specializzati chiamati cellule di posizione, scoperti dal neuroscienziato di UCL Professor John O'Keefe, insignito del Premio Nobel. Questi neuroni si attivano in sequenze specifiche quando un individuo attraversa uno spazio: ciascuna cellula corrisponde a una particolare locazione e si accende quando l'animale o la persona raggiunge quel punto. Il dato cruciale è che durante le fasi di riposo successive, queste stesse cellule si riattivano nella medesima sequenza, permettendo al cervello di consolidare l'esperienza come memoria duratura.
Per indagare cosa accade quando questo processo viene compromesso, i ricercatori hanno monitorato l'attività elettrica di circa cento cellule di posizione simultaneamente in topi geneticamente modificati per sviluppare le placche amiloidi tipiche dell'Alzheimer. Gli animali dovevano esplorare un labirinto semplice mentre elettrodi specializzati registravano l'attività neuronale sia durante l'esplorazione sia nelle successive fasi di riposo. Questo approccio sperimentale ha permesso un confronto diretto tra i pattern di riproduzione in cervelli sani e quelli compromessi dalla patologia amiloide.
I risultati hanno rivelato un quadro sorprendente: nei topi con placche amiloidi, la frequenza degli eventi di riproduzione mnemonica rimaneva invariata rispetto ai controlli sani, ma la struttura interna di questi eventi era profondamente alterata. Come ha spiegato il professor Caswell Barry, co-autore principale dello studio presso il Dipartimento di Biologia Cellulare e dello Sviluppo di UCL, non è che il cervello smetta di tentare di consolidare i ricordi; è il processo stesso ad essersi guastato. Invece di rinforzare le tracce mnemoniche attraverso sequenze ordinate, l'attività neuronale appariva frammentata e caotica.
L'instabilità delle cellule di posizione rappresentava un ulteriore elemento critico. Nel tempo, i singoli neuroni perdevano progressivamente la capacità di rappresentare in modo affidabile le stesse locazioni spaziali, un fenomeno particolarmente evidente dopo i periodi di riposo che dovrebbero invece consolidare i segnali di memoria. La dottoressa Sarah Shipley, co-autrice dello studio, ha sottolineato che sebbene sia noto come l'Alzheimer derivi dall'accumulo di proteine dannose e placche nel cervello, non è ancora ben compreso esattamente come queste placche interferiscano con i normali processi cerebrali.
Le conseguenze comportamentali di questa disfunzione neurologica erano evidenti nelle prestazioni dei topi al labirinto. Gli animali con riproduzione mnemonica compromessa mostravano deficit significativi, esplorando ripetutamente gli stessi percorsi come se non ricordassero dove fossero già stati. Questa difficoltà di navigazione rispecchia i problemi che i pazienti affetti da Alzheimer sperimentano negli ambienti familiari, fornendo un collegamento diretto tra l'anomalia cellulare osservata e i sintomi clinici della malattia.
Le implicazioni pratiche di questa scoperta si estendono in due direzioni complementari. Da un lato, la possibilità di sviluppare test diagnostici capaci di rilevare alterazioni nella riproduzione mnemonica potrebbe consentire l'identificazione della patologia prima che si verifichino danni cerebrali estesi e irreversibili. Dall'altro, comprendere il meccanismo specifico del malfunzionamento apre la strada a terapie farmacologiche mirate. Il professor Barry ha evidenziato che il team sta già investigando se sia possibile manipolare la riproduzione mnemonica attraverso il neurotrasmettitore acetilcolina, già bersaglio dei farmaci attualmente utilizzati per trattare i sintomi dell'Alzheimer, con l'obiettivo di rendere questi trattamenti più efficaci grazie a una comprensione meccanicistica più approfondita.