Il dibattito sull'efficacia dei farmaci a base di cannabis per il trattamento del dolore neuropatico cronico si arricchisce di nuovi dati, ma la questione rimane aperta. Una revisione sistematica aggiornata pubblicata dalla Cochrane Collaboration, l'organizzazione internazionale che produce le sintesi più autorevoli delle evidenze scientifiche disponibili, ha esaminato ventuno trial clinici che hanno coinvolto complessivamente oltre 2.100 adulti, senza riuscire a identificare prove solide di un beneficio terapeutico significativo. Si tratta di un risultato che contrasta con le aspettative crescenti verso questi trattamenti, alimentate sia dalla liberalizzazione dell'uso di cannabis in diversi paesi sia dalla ricerca di alternative per una condizione notoriamente difficile da gestire con i farmaci convenzionali.
Il dolore neuropatico cronico origina da un danno al sistema nervoso periferico o centrale e si manifesta con sintomi persistenti che possono includere bruciore, formicolio, scariche elettriche e ipersensibilità al tatto. A differenza del dolore nocicettivo, che segnala un danno tissutale acuto, quello neuropatico riflette un'alterazione nella trasmissione e nell'elaborazione dei segnali dolorosi. Le terapie standard – che comprendono antidepressivi triciclici, anticonvulsivanti come gabapentin e pregabalin, oppioidi e farmaci topici – offrono un sollievo clinicamente significativo soltanto a una minoranza dei pazienti, spesso con effetti collaterali considerevoli. Questa limitata efficacia ha spinto la ricerca verso opzioni terapeutiche innovative, tra cui i medicinali derivati dalla Cannabis sativa.
I prodotti esaminati nella revisione Cochrane presentavano composizioni diverse. Alcuni contenevano prevalentemente tetraidrocannabinolo (THC), il principale composto psicoattivo della cannabis, responsabile degli effetti euforizzanti ma anche di potenziali benefici analgesici attraverso l'interazione con i recettori cannabinoidi CB1 e CB2 del sistema nervoso. Altri erano formulati principalmente con cannabidiolo (CBD), un fitocannabinoide privo di effetti psicotropi che sembra modulare l'infiammazione e la trasmissione del dolore attraverso meccanismi ancora non completamente chiariti. Un terzo gruppo comprendeva preparazioni bilanciate, con quantità approssimativamente equivalenti di THC e CBD. Le modalità di somministrazione variavano da spray oromucosali a compresse, prodotti inalatori, creme e cerotti transdermici, riflettendo la diversità delle strategie farmaceutiche sviluppate negli ultimi anni.
La metodologia della revisione ha seguito gli standard rigorosi della Cochrane: sono stati inclusi esclusivamente studi randomizzati controllati con placebo, con una durata variabile tra 2 e 26 settimane. L'analisi ha valutato principalmente la riduzione dell'intensità del dolore misurata attraverso scale validate, ma anche parametri secondari come la qualità della vita, la funzionalità e gli eventi avversi. I risultati non hanno evidenziato differenze clinicamente significative tra i gruppi trattati con cannabis-based medicines e quelli che ricevevano placebo, indipendentemente dalla composizione del prodotto utilizzato.
Particolarmente problematica è risultata la valutazione del profilo di sicurezza. La raccolta dei dati sugli effetti collaterali è stata inconsistente tra i diversi trial, con livelli di confidenza nelle evidenze disponibili classificati come bassi o molto bassi. I prodotti contenenti THC sono stati associati a un aumento delle segnalazioni di capogiri e sonnolenza, e potrebbe esserci stata una maggiore frequenza di interruzione del trattamento per questi motivi. Tuttavia, l'assenza di un monitoraggio standardizzato e di follow-up a lungo termine impedisce di tracciare un quadro completo dei rischi, specialmente per quanto riguarda gli effetti cognitivi, psichiatrici e cardiovascolari che l'uso prolungato di cannabinoidi potrebbe comportare.
Winfried Häuser, medico e autore principale della revisione presso la Technische Universität München e il Medical Center Pain Medicine and Mental Health di Saarbrücken, ha sottolineato l'urgenza di condurre ricerche di qualità superiore. Gli studi futuri dovrebbero estendersi per almeno dodici settimane, includere campioni più ampi e rappresentativi, e soprattutto arruolare pazienti con comorbilità fisiche e psichiatriche, che rappresentano la maggioranza dei soggetti affetti da dolore neuropatico cronico nella popolazione reale. L'esclusione sistematica di questi pazienti dai trial clinici ne limita drasticamente la validità esterna e la generalizzabilità dei risultati.
Il panorama scientifico attuale sui cannabinoidi in medicina del dolore rimane caratterizzato da una discrepanza tra l'entusiasmo popolare e mediatico da un lato, e la solidità delle evidenze dall'altro. Mentre diversi sistemi sanitari nazionali hanno autorizzato la prescrizione di questi farmaci in specifiche indicazioni, spesso sulla base di dati preliminari o di registri osservazionali, la revisione Cochrane ribadisce che per il dolore neuropatico cronico le prove rimangono deboli e incerte. Prima di raccomandare questi trattamenti come opzione terapeutica standard, sarà necessario superare le attuali lacune metodologiche e produrre evidenze di alta qualità che permettano di identificare quali sottopopolazioni di pazienti potrebbero realmente beneficiarne, con quale formulazione, dosaggio e durata di trattamento, e con quale rapporto rischio-beneficio.