L'amplificazione artica, il fenomeno per cui le regioni polari settentrionali si riscaldano a un ritmo molto superiore rispetto al resto del pianeta, rappresenta uno dei segnali più preoccupanti del cambiamento climatico in corso. Al centro di questo processo si colloca un meccanismo fisico noto come effetto albedo-neve: quando la copertura nevosa diminuisce, le superfici più scure del suolo e della vegetazione sottostante assorbono una quantità maggiore di radiazione solare invece di rifletterla nello spazio, innescando un circolo vizioso che accelera ulteriormente la perdita di neve e il riscaldamento. Per comprendere l'entità di questo feedback climatico positivo, la comunità scientifica si è affidata per decenni ai dati sulla copertura nevosa dell'emisfero settentrionale raccolti dalla National Oceanic and Atmospheric Administration statunitense a partire dagli anni Sessanta, una serie storica che ha contribuito a informare le valutazioni del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite.
Un nuovo studio pubblicato su Science Advances rivela però che questi dati fondamentali contenevano un errore sistematico significativo, che per anni ha mascherato l'effettiva portata della riduzione della copertura nevosa autunnale. La ricerca, guidata da Aleksandra Elias Chereque, dottoranda presso il Dipartimento di Fisica dell'Università di Toronto, dimostra che i progressi tecnologici nella strumentazione satellitare hanno creato un artefatto nei record climatici, generando l'illusione di un aumento della superficie innevata quando in realtà stava diminuendo. Il team internazionale, che include ricercatori della Climate Research Division di Environment and Climate Change Canada e il fisico atmosferico Paul Kushner, ha identificato come il miglioramento nella sensibilità dei sensori abbia sistematicamente sovrastimato l'estensione della neve negli anni più recenti.
L'analisi originale dei dati NOAA suggeriva che la copertura nevosa autunnale nell'emisfero settentrionale fosse aumentata di circa 1,5 milioni di chilometri quadrati per decennio, un'area equivalente a una volta e mezza l'estensione dell'Ontario canadese. Questa tendenza apparentemente positiva aveva sollevato perplessità tra alcuni climatologi, poiché contrastava con altre osservazioni indipendenti e con le previsioni dei modelli climatici. La reanalisi condotta dal gruppo di ricerca ha ribaltato completamente questo quadro: la copertura nevosa autunnale si è in realtà ridotta di circa mezzo milione di chilometri quadrati per decennio, pari a circa metà della superficie dell'Ontario.
La radice del problema risiede nell'evoluzione tecnologica dei sistemi di telerilevamento. Nel corso dei decenni, i satelliti meteorologici hanno beneficiato di sensori sempre più sofisticati, capaci di rilevare strati nevosi sottili che gli strumenti precedenti non potevano identificare. Questo miglioramento nella capacità di rilevamento ha introdotto una distorsione temporale nel dataset: le misurazioni più recenti catturavano neve che esisteva anche in passato ma rimaneva invisibile ai sensori meno sensibili. Il risultato è stato un trend artificiale verso l'aumento della copertura nevosa che rifletteva più il progresso tecnologico che la realtà climatica.
La correzione di questo errore sistematico ha implicazioni profonde per la comprensione dell'amplificazione artica. La copertura nevosa riveste un ruolo cruciale nella regolazione termica del pianeta grazie alle sue proprietà riflettenti: mentre il suolo nudo e la vegetazione riflettono meno del 50 percento dell'energia solare incidente, la neve ne riflette circa l'80%. Come spiega Elias Chereque, "la copertura nevosa è importante perché costituisce un meccanismo di feedback climatico positivo. La perdita di neve porta a una diminuzione dell'albedo, che a sua volta determina un maggiore assorbimento di energia, innescando un'ulteriore perdita di neve. Questo è uno dei fattori che contribuiscono all'amplificazione artica, motivo per cui osserviamo una quantità sproporzionata di riscaldamento nelle regioni polari".
I risultati rivisti rafforzano ora le evidenze di un declino coerente della copertura nevosa durante tutto l'anno, aumentando la confidenza statistica in questa tendenza. La ricercatrice sottolinea che "sappiamo che la perdita di neve è influenzata dal riscaldamento di origine antropica e che questa perdita crea a sua volta ulteriore potenziale di riscaldamento attraverso il feedback albedo-neve, quindi abbiamo acquisito una comprensione migliore di questo importante meccanismo dell'amplificazione artica". La correzione dei dati permette inoltre di valutare con maggiore precisione l'accuratezza dei modelli climatici, confrontando le loro proiezioni con osservazioni più affidabili.
Oltre alle implicazioni scientifiche immediate, questo studio evidenzia una questione metodologica più ampia nella ricerca climatica: la necessità di monitorare attentamente come i progressi tecnologici nella raccolta dati possano introdurre discontinuità artificiali nelle serie storiche a lungo termine. Come osserva Elias Chereque, "dimostrare come e perché il trend sulla copertura nevosa fosse errato ci aiuta a imparare come utilizzare correttamente questo dataset quando stimiamo le condizioni passate e le tendenze future". Questo approccio critico ai dati climatici rappresenta un elemento essenziale per sviluppare proiezioni sempre più accurate sul futuro del clima terrestre e per comprendere meglio i meccanismi che stanno trasformando gli ecosistemi artici e l'intero sistema climatico globale.