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Radar rivela un gigantesco tubo lavico su Venere

La scoperta, pubblicata su Nature Communications, rappresenta la prima evidenza diretta di cavità sotterranee sul pianeta gemello della Terra.

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Avatar di Antonello Buzzi

a cura di Antonello Buzzi

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 13/02/2026 alle 08:55

La notizia in un minuto

  • Scoperta la prima galleria lavica su Venere nella regione di Nyx Mons: una cavità sotterranea con diametro di circa un chilometro e profondità minima di 375 metri, identificata analizzando dati radar della sonda NASA Magellan
  • Le dimensioni della struttura venusiana superano nettamente quelle dei tubi lavici terrestri e marziani, risultando paragonabili a quelli lunari grazie alle condizioni uniche del pianeta: gravità ridotta e atmosfera estremamente densa
  • La scoperta apre nuove prospettive per le future missioni EnVision ed Veritas, dotate di radar avanzati che potrebbero rivelare un'intera rete di condotti sotterranei estesi per decine di chilometri

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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Il sottosuolo di Venere nasconde cavità vulcaniche di dimensioni colossali, paragonabili o superiori a quelle lunari e ben più grandi di quanto osservato finora su Marte o sulla Terra. Un gruppo di ricerca dell'Università di Trento, coordinato da Lorenzo Bruzzone, ha identificato quella che viene interpretata come un'antica galleria lavica nella regione di Nyx Mons, analizzando dati radar raccolti tre decenni fa dalla sonda NASA Magellan. La scoperta, pubblicata su Nature Communications e sostenuta dall'Agenzia Spaziale Italiana, rappresenta la prima evidenza diretta di strutture sotterranee sul pianeta gemello della Terra e conferma il ruolo centrale del vulcanismo nella sua evoluzione geologica.

Venere pone sfide osservative uniche nel Sistema Solare. Le dense nubi che avvolgono permanentemente il pianeta impediscono qualsiasi osservazione ottica diretta della superficie, rendendo indispensabile l'utilizzo di sistemi radar capaci di penetrare l'atmosfera. Tra il 1990 e il 1992, la missione Magellan mappò il pianeta utilizzando un radar ad apertura sintetica, raccogliendo immagini che solo oggi, grazie a tecniche di analisi innovative, rivelano i loro segreti più profondi. Il team trentino ha concentrato l'attenzione su anomalie morfologiche interpretabili come collassi localizzati della superficie, indizi potenziali della presenza di vuoti sotterranei.

Le gallerie laviche si formano quando la superficie esterna di un flusso di lava solidifica rapidamente, mentre il materiale fuso all'interno continua a scorrere, lasciando infine una cavità tubolare. Sulla Terra questi condotti vulcanici raggiungono raramente diametri superiori a poche decine di metri, ma su altri corpi celesti le condizioni ambientali possono favorire strutture decisamente più imponenti. "Abbiamo analizzato le immagini radar di Magellan nelle aree dove si osservano segni di collassi superficiali localizzati, utilizzando una tecnica di imaging che abbiamo sviluppato specificamente per rilevare e caratterizzare condotti sotterranei in prossimità di aperture superficiali", spiega Bruzzone, professore ordinario di Telecomunicazioni e direttore del Remote Sensing Laboratory del Dipartimento di Ingegneria e Scienza dell'Informazione.

L'analisi ha rivelato una struttura sotterranea nella regione di Nyx Mons, dal nome della dea greca della notte, con caratteristiche dimensionali impressionanti: un diametro stimato di circa un chilometro, un tetto spesso almeno 150 metri e una cavità vuota profonda non meno di 375 metri. Queste misure collocano la struttura venusiana ai limiti superiori di quanto previsto teoricamente e, in un caso, osservato sulla Luna, superando nettamente le dimensioni dei tubi lavici terrestri e marziani finora identificati.

La gravità ridotta e l'atmosfera estremamente densa di Venere potrebbero favorire la formazione di coperture isolanti spesse che preservano ampi canali sotterranei

Le condizioni fisiche di Venere potrebbero effettivamente spiegare la formazione di tubi lavici giganteschi. Con una gravità pari a circa l'87% di quella terrestre e un'atmosfera circa novanta volte più densa, il pianeta offre un ambiente in cui la lava, una volta fuoriuscita dalla fonte eruttiva, può rapidamente sviluppare una crosta superficiale isolante particolarmente robusta. Questo meccanismo preserverebbe canali sotterranei di grandi dimensioni, coerentemente con altre caratteristiche vulcaniche venusiane: i canali di lava superficiali osservati sul pianeta superano infatti per estensione e lunghezza quelli presenti su altri pianeti rocciosi del Sistema Solare.

"La nostra conoscenza di Venere rimane ancora limitata e fino ad oggi non abbiamo mai avuto l'opportunità di osservare direttamente processi che avvengono sotto la superficie del pianeta gemello della Terra", sottolinea Bruzzone. L'identificazione di una cavità vulcanica assume quindi particolare importanza, in quanto permette di validare teorie che per molti anni hanno solo ipotizzato la loro esistenza. La scoperta contribuisce a una comprensione più profonda dei processi che hanno modellato l'evoluzione di Venere e apre nuove prospettive per lo studio del pianeta.

I dati disponibili consentono di confermare e misurare soltanto la porzione della cavità prossima all'apertura superficiale. Tuttavia, l'analisi della morfologia e dell'elevazione del terreno circostante, insieme alla presenza di altre depressioni simili a quella studiata, sostiene l'ipotesi che i condotti sotterranei possano estendersi per almeno 45 chilometri. Per verificare questa ipotesi e identificare ulteriori gallerie laviche saranno necessarie nuove immagini ad alta risoluzione e dati acquisiti da sistemi radar capaci di penetrare la superficie.

I risultati dello studio assumono rilevanza strategica per le future missioni verso Venere. Sia EnVision dell'Agenzia Spaziale Europea che Veritas della NASA trasporteranno sistemi radar avanzati in grado di catturare immagini a risoluzione superiore, permettendo agli scienziati di studiare in dettaglio anche piccole depressioni superficiali. EnVision, in particolare, sarà equipaggiata con un radar orbitale penetrante il suolo (Subsurface Radar Sounder) capace di sondare il sottosuolo venusiano fino a profondità di diverse centinaia di metri, potenzialmente rilevando condotti anche in assenza di aperture superficiali visibili. "La nostra scoperta rappresenta quindi solo l'inizio di una lunga e affascinante attività di ricerca", conclude Bruzzone, prefigurando decenni di indagini che potrebbero rivoluzionare la nostra comprensione della geologia planetaria comparata.

Fonte dell'articolo: www.sciencedaily.com

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