La sicurezza alimentare globale dipende, tra l'altro, dalla capacità di prevedere e comprendere la distribuzione geografica delle siccità su scala planetaria. Un nuovo studio pubblicato su Communications Earth & Environment, basato su oltre un secolo di dati climatici (1901-2020), offre una prospettiva inedita su questo fenomeno: le temperature superficiali degli oceani, e in particolare le oscillazioni del Pacifico, fungono da meccanismo naturale di contenimento, impedendo che le siccità si sincronizzino simultaneamente su vasti tratti di continenti. La ricerca, condotta dall'Indian Institute of Technology Gandhinagar (IITGN) in collaborazione con l'Helmholtz Centre for Environmental Research – UFZ di Lipsia, Germania, ridimensiona significativamente alcune stime precedenti sulla portata globale del fenomeno siccità e apre nuove prospettive per la gestione della crisi alimentare mondiale.
Il punto di partenza metodologico è il dato quantitativo più significativo dell'intero studio: contrariamente a quanto sostenuto da alcune ricerche precedenti — che ipotizzavano fino a un sesto della superficie terrestre colpita contemporaneamente — l'analisi dimostra che le siccità sincronizzate interessano in realtà soltanto tra l'1,8% e il 6,5% delle terre emerse del pianeta in un dato momento. Questo risultato nasce da un approccio originale: il gruppo guidato dal dottor Udit Bhatia, responsabile del Machine Intelligence and Resilience Lab e dell'AI Resilience and Command (ARC) Centre dell'IITGN, ha trattato l'insorgenza delle siccità come eventi all'interno di una rete globale interconnessa. Due regioni geograficamente distanti venivano considerate "sincronizzate" se entravano in stato di siccità entro una finestra temporale ristretta.
Mappando migliaia di queste connessioni, il team ha identificato specifiche aree del pianeta che funzionano come centri propulsori del fenomeno, definiti "drought hubs" o poli di siccità. Australia, America del Sud, Africa meridionale e porzioni del Nord America emergono con maggiore frequenza come nodi principali in questa rete globale. La loro individuazione non è puramente accademica: conoscere quali regioni tendono a innescare o amplificare le siccità consente di costruire sistemi di allerta precoce molto più mirati ed efficaci rispetto alle analisi meteorologiche locali tradizionali.
Un aspetto cruciale dello studio riguarda le conseguenze agricole di queste sincronizzazioni. Il team ha incrociato i dati climatici con le statistiche storiche sulla produzione agricola di frumento, riso, mais e soia in più regioni del globo. I risultati mostrano che anche condizioni di siccità moderata — non necessariamente estrema — possono far salire la probabilità di fallimento del raccolto ben oltre il 25%, raggiungendo il 40-50% per colture come mais e soia nelle aree più vulnerabili. Hemant Poonia, ricercatore di intelligenza artificiale all'IITGN, ha sottolineato come questo scenario di rischio agricolo multiplo rimanga tuttavia contenuto proprio grazie ai meccanismi climatici naturali che impediscono la diffusione globale simultanea delle siccità.
Il meccanismo che governa questa naturale limitazione è strettamente legato all'El Niño-Southern Oscillation (ENSO), il ciclo di riscaldamento e raffreddamento delle acque superficiali del Pacifico equatoriale che influenza le precipitazioni a livello mondiale. Durante le fasi El Niño, l'Australia tende a diventare un polo dominante di siccità, mentre altre regioni rispondono in modi differenti e spesso opposti. Con il passaggio alla fase La Niña, la distribuzione geografica delle siccità si ridisegna, tendendo a dispiegarsi su una gamma più ampia di localizzazioni. Come ha spiegato Danish Mansoor Tantary, ex studente magistrale dell'IITGN oggi dottorando alla Northeastern University (USA), queste oscillazioni oceaniche creano una sorta di mosaico di risposte regionali differenziate, impedendo la formazione di un'unica, uniforme siccità globale.
Un secondo filone dell'analisi ha riguardato i fattori che determinano l'intensità delle siccità nel lungo periodo. I ricercatori hanno stimato che le variazioni delle precipitazioni spiegano circa due terzi dei cambiamenti nella severità della siccità osservati negli ultimi decenni, mentre il restante terzo è attribuibile alla crescente domanda evapotraspiratoria legata all'aumento delle temperature. Il dottor Rohini Kumar, autore corrispondente e ricercatore senior all'Helmholtz Centre for Environmental Research, ha precisato che le piogge rimangono il fattore dominante a livello globale — particolarmente in Australia e America del Sud — ma che il contributo della temperatura sta acquisendo un peso sempre più rilevante nelle regioni delle medie latitudini, tra cui Europa e Asia.
Le implicazioni di questa ricerca per le politiche di gestione delle risorse alimentari sono state messe in luce dal professor Vimal Mishra, esperto di acqua e clima all'IITGN e insignito del Premio Shanti Swarup Bhatnagar, il massimo riconoscimento scientifico multidisciplinare indiano. Il fatto che le siccità non colpiscano tutte le regioni simultaneamente costituisce una risorsa strategica: una pianificazione intelligente del commercio internazionale, degli stock di riserva e delle politiche di flessibilità può sfruttare questa diversità naturale per stabilizzare l'offerta alimentare globale prima che le crisi locali si trasformino in emergenze planetarie.
Lo studio è stato reso possibile grazie al supporto dell'Anusandhan National Research Foundation attraverso un finanziamento nell'ambito del programma SERB Network of Networks, di Projekt DEAL e dell'AI Centre of Excellence (AICoE) per le città sostenibili. I prossimi passi della ricerca puntano a integrare modelli di intelligenza artificiale per perfezionare i sistemi di allerta precoce, affinando la capacità di identificare in anticipo quei segnali climatici — nelle temperature oceaniche, nei pattern di precipitazione e negli indici di evapotraspirazione — che precedono l'insorgenza di siccità nei principali poli agricoli del pianeta. La domanda scientifica aperta riguarda soprattutto come il riscaldamento globale potrebbe alterare nel lungo termine questi meccanismi naturali di dispersione, rendendo potenzialmente più frequenti e più ampie le finestre di sincronizzazione tra siccità in regioni oggi climaticamente indipendenti.