La botanica sfida uno dei luoghi comuni più radicati nella cultura del giardinaggio: l'idea che le erbacce proliferino esclusivamente in terreni poveri e che bastino i fertilizzanti per eliminarle. Secondo il botanico James Wong, esperto di coltivazioni alimentari e conservazione ambientale formatosi presso i Royal Botanic Gardens di Kew a Londra, questa credenza popolare non solo è scientificamente infondata, ma riflette soprattutto pregiudizi culturali mutevoli su quali piante meritino di crescere nei nostri spazi verdi. La questione solleva interrogativi più profondi sulla definizione stessa di "infestante" e sul rapporto tra esseri umani e biodiversità vegetale.
Il termine "erbaccia" o "infestante" non identifica infatti un gruppo tassonomico coerente di specie botaniche, ma rappresenta piuttosto un'etichetta arbitraria applicata a qualsiasi pianta che cresce dove gli esseri umani non la desiderano. Questa natura culturalmente costruita della definizione emerge chiaramente quando si osservano le contraddizioni geografiche: il tarassaco comune, per esempio, domina le confezioni di diserbanti nel Regno Unito, mentre a Singapore, dove è considerato esotico, i suoi semi vengono venduti in aste online per cifre vicine ai 100 dollari. La percezione di una specie vegetale può quindi variare radicalmente in base al contesto culturale ed economico.
Un recente studio globale sulle specie vegetali invasive ha rivelato un paradosso ancora più significativo: le cinque piante più invasive identificate dalla ricerca furono originariamente introdotte come piante ornamentali da giardino. Questa scoperta dissolve la netta distinzione tra "infestante" e pianta decorativa, suggerendo che la categorizzazione rifletta più le preferenze estetiche umane che caratteristiche botaniche oggettive. Molte specie oggi considerate problematiche conducono, nelle parole di Wong, "doppie vite segrete" come piante apprezzate in altri contesti geografici o temporali.
Le caratteristiche che accomunano molte piante comunemente etichettate come infestanti sono l'habitus di crescita vigoroso, la capacità di stabilirsi rapidamente, riprodursi facilmente e tollerare un'ampia gamma di condizioni ambientali. Queste caratteristiche adattative permettono loro di colonizzare per prime terreni disturbati o trascurati, dove altre specie faticano a insediarsi. Tuttavia, sottolinea Wong, tollerare condizioni difficili non equivale a preferirle dal punto di vista fisiologico.
L'analisi delle preferenze ecologiche di specie classicamente considerate infestanti contraddice frontalmente il mito della povertà del suolo. Le ortiche, per esempio, sono fortemente associate a terreni densi di nutrienti, non impoveriti. Anche i tarassachi prosperano in presenza di abbondante azoto nel suolo, contrariamente all'assunto che segnalino bassa fertilità. Queste evidenze botaniche smontano l'idea che l'aggiunta di fertilizzanti possa di per sé eliminare le cosiddette erbacce.
L'origine del mito contiene tuttavia, secondo Wong, un "nucleo di verità" che spiega la sua persistenza. Migliorare la fertilità del suolo può effettivamente permettere a una gamma più ampia di specie vegetali di crescere, riducendo il vantaggio competitivo delle piante pioniere più resilienti. Questo fenomeno fu documentato nelle terre agricole europee del XX secolo, quando l'uso crescente di fertilizzanti sintetici permise finalmente alle graminacee vigorose di superare nella competizione specie come fiordalisi e papaveri, precedentemente considerate infestanti problematiche nelle coltivazioni.
Il paradosso di questa vittoria agricola è che oggi molte di quelle stesse specie, eliminate con successo dai campi fertilizzati, si trovano sull'orlo dell'estinzione nel Regno Unito e sono simultaneamente diventate fiori di campo di grande moda nei giardini ornamentali contemporanei. Questo rovesciamento nella percezione culturale evidenzia quanto siano fluide e dipendenti dal contesto le nostre categorizzazioni botaniche. Ciò che una generazione considera un'erbaccia dannosa, la successiva può ricercarlo come elemento prezioso di biodiversità o appeal estetico.
La conclusione dell'analisi di Wong ridimensiona drasticamente il valore delle cosiddette erbacce come indicatori affidabili della qualità del suolo. Piuttosto che fornire informazioni oggettive sulla chimica o struttura del terreno, queste piante riflettono principalmente i capricci e le preferenze umane in continua evoluzione. La ricerca botanica suggerisce quindi un approccio più sfumato alla gestione del verde, che riconosca la natura culturalmente mediata delle nostre definizioni e consideri la funzione ecologica delle diverse specie vegetali al di là delle etichette arbitrarie di "desiderabile" o "infestante".