Oltre diecimila anni prima che la patata moderna conquistasse le tavole di tutto il mondo, le comunità indigene del Sud-Ovest degli Stati Uniti trasportavano attraverso centinaia di chilometri una specie selvatica della stessa famiglia, la Solanum jamesii, nota oggi come patata delle Four Corners. Uno studio pubblicato il 21 gennaio 2026 sulla rivista open-access PLOS One documenta come questi movimenti deliberati abbiano esteso l'areale naturale della pianta e gettato le basi per quello che potrebbe essere considerato un processo di proto-domesticazione, durato millenni e ancora vivo nelle tradizioni culturali delle popolazioni native americane.
La ricerca, coordinata da Lisbeth Louderback dell'Università dello Utah insieme a un team interdisciplinare, combina analisi archeobotaniche, genetica vegetale e testimonianze orali raccolte presso anziani della nazione Navajo (Diné). Questo approccio integrato rivela non solo pratiche alimentari antichissime, ma anche una profonda continuità culturale che lega le generazioni contemporanee ai loro antenati attraverso la conoscenza e l'uso di questa risorsa vegetale.
La patata delle Four Corners è una specie selvatica piccola ma resistente e nutriente, che cresce spontaneamente in un'ampia fascia del Nord America sud-occidentale, dallo Utah meridionale e dal Colorado fino al Messico settentrionale. Per ricostruirne l'utilizzo preistorico, i ricercatori hanno analizzato strumenti litici da 14 siti archeologici distribuiti lungo un arco temporale che va da poche centinaia a diverse migliaia di anni fa. Le superfici di questi strumenti da macinazione sono state sottoposte a test specifici per rilevare granuli di amido microscopici, tracce biologiche che persistono nei manufatti anche dopo millenni e che permettono di identificare quali piante venivano elaborate per scopi alimentari.
I risultati hanno evidenziato la presenza di amido di Solanum jamesii su strumenti provenienti da nove dei quattordici siti esaminati. Le datazioni più antiche risalgono a 10.900 anni calibrati prima del presente, collocando queste evidenze in piena epoca paleoindiana. La maggior parte di questi siti si trova lungo il margine settentrionale dell'attuale distribuzione naturale della pianta, nella regione delle Four Corners dove si incontrano Colorado, Utah, Arizona e Nuovo Messico.
Questa evidenza molecolare supporta l'ipotesi che gruppi umani abbiano trasportato attivamente la pianta verso nord, estendendone l'areale fino allo Utah e al Colorado, dove continua a crescere ancora oggi. Il trasporto intenzionale di una specie vegetale oltre i suoi confini naturali, insieme all'uso ripetuto documentato archeologicamente, rappresenta uno dei criteri fondamentali per identificare le prime fasi della domesticazione. Nel caso della patata delle Four Corners, questo processo appare essere iniziato diversi millenni or sono, molto prima dell'agricoltura intensiva.
La dimensione culturale della ricerca emerge con particolare forza dalle interviste condotte con 15 anziani della nazione Navajo. Questi testimoni contemporanei hanno confermato che la patata selvatica è ancora conosciuta, raccolta, consumata e impiegata in contesti cerimoniali e spirituali. Le conversazioni hanno rivelato una rete di conoscenze tramandate oralmente attraverso generazioni, in cui le donne matrilineari hanno svolto un ruolo cruciale nel preservare non solo i semi ma anche le storie e le pratiche associate a questa risorsa vegetale.
Come sottolinea Cynthia Wilson, coautrice dello studio, "la mobilità dei sistemi alimentari indigeni era guidata da pratiche basate sui legami di parentela attraverso il paesaggio. Le detentrici di conoscenza indigena, specialmente le donne matrilineari, hanno custodito questi germogli e queste storie attraverso le generazioni per sostenere i legami con le terre ancestrali e le tradizioni alimentari". Questa prospettiva evidenzia come la dispersione della patata non fosse un fenomeno casuale, ma parte integrante di reti sociali complesse che connettevano comunità distanti attraverso scambi, migrazioni stagionali e matrimoni.
L'integrazione dei dati genetici con le evidenze archeologiche e le testimonianze etnografiche ha permesso ai ricercatori di delineare quello che definiscono un areale antropogenico, distinto dalla distribuzione naturale della specie. Questo concetto descrive una geografia vegetale modellata dall'azione umana, che riflette scelte culturali deliberate piuttosto che semplici processi ecologici. Nel caso della Solanum jamesii, questo areale antropogenico rappresenta una distintiva identità culturale sviluppata attraverso il trasporto antico della specie, un'identità che persiste fino ai giorni nostri.
Lo studio, finanziato dalla National Science Foundation (progetto BCS-1827414) con contributi aggiuntivi del Red Butte Garden e del Natural History Museum of Utah, apre nuove prospettive sulla comprensione dei processi di domesticazione vegetale. Tradizionalmente, la domesticazione è stata concepita come un fenomeno relativamente rapido, legato all'emergere dell'agricoltura sedentaria. Questo lavoro suggerisce invece che esistano forme più graduali e meno intensive di interazione uomo-pianta, che possono protrarsi per millenni senza necessariamente sfociare nelle trasformazioni morfologiche tipiche delle specie completamente domesticate.