La capacità dell'organismo di gestire i picchi glicemici dopo i pasti potrebbe rappresentare un fattore cruciale nel determinare il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer nelle decenni successivi. È quanto emerge da un'ampia indagine genetica condotta dall'Università di Liverpool su oltre 350.000 individui, che ha utilizzato metodologie innovative per indagare il nesso causale tra metabolismo del glucosio e salute cerebrale a lungo termine. La ricerca si inserisce in un filone di studi che da anni cerca di chiarire perché le alterazioni metaboliche, in particolare quelle associate al diabete di tipo 2 e alla resistenza insulinica, sembrino accelerare il declino cognitivo e aumentare la vulnerabilità alle demenze.
Il team di ricerca ha analizzato dati genetici e clinici provenienti dalla UK Biobank, una delle più vaste biobanche al mondo, concentrandosi su partecipanti di età compresa tra 40 e 69 anni. L'obiettivo era determinare se specifici indicatori del controllo glicemico potessero influenzare direttamente il rischio di sviluppare forme di demenza. Gli scienziati hanno misurato tre parametri fondamentali: la glicemia a digiuno, i livelli di insulina circolante e, elemento chiave dell'indagine, la concentrazione di glucosio nel sangue due ore dopo l'assunzione di cibo, un momento critico che riflette l'efficienza con cui l'organismo metabolizza gli zuccheri.
Per superare i limiti degli studi osservazionali tradizionali, che spesso non permettono di distinguere tra correlazione e causalità, i ricercatori hanno impiegato una tecnica genetica avanzata nota come randomizzazione mendeliana. Questo approccio sfrutta le varianti genetiche come "esperimenti naturali" per valutare se un determinato tratto biologico contribuisca effettivamente allo sviluppo di una patologia, minimizzando l'influenza di fattori confondenti come stile di vita o altre condizioni cliniche concomitanti.
I risultati hanno rivelato un'associazione particolarmente significativa tra iperglicemia postprandiale e malattia di Alzheimer. Questo pattern specifico di alterazione glicemica, che si manifesta nelle ore successive ai pasti, emergeva come il predittore più robusto tra tutti gli indicatori metabolici esaminati. Sorprendentemente, l'aumento del rischio non sembrava mediato da alterazioni strutturali macroscopiche del cervello, come l'atrofia generalizzata o il danno alla sostanza bianca, fenomeni tipicamente associati all'invecchiamento cerebrale patologico e alle demenze vascolari.
Questa osservazione suggerisce che i meccanismi attraverso cui le fluttuazioni glicemiche postprandiali influenzano la salute neuronale operino su livelli più sottili e complessi. Tra le ipotesi al vaglio della comunità scientifica vi sono processi di glicazione delle proteine cerebrali, alterazioni della funzionalità vascolare a livello microcircolare, infiammazione cronica di basso grado e disfunzioni nella clearance delle proteine patologiche come la beta-amiloide, caratteristica distintiva dell'Alzheimer.
Come sottolineato dal dottor Andrew Mason, primo autore dello studio, questi dati potrebbero orientare le strategie preventive verso un controllo più mirato della glicemia, non limitandosi ai valori a digiuno tradizionalmente monitorati nella pratica clinica, ma prestando particolare attenzione alle escursioni glicemiche che seguono l'alimentazione. Un approccio che richiederebbe potenzialmente modifiche nelle raccomandazioni dietetiche e terapeutiche per le persone a rischio metabolico.
La dottoressa Vicky Garfield, autrice senior della ricerca, ha evidenziato la necessità di replicare questi risultati in popolazioni con background genetici e stili di vita differenti prima di poter trarre conclusioni definitive. La conferma del nesso causale in coorti etnicamente diverse e geograficamente distribuite rappresenterà un passaggio cruciale per comprendere se i meccanismi identificati abbiano validità universale o siano influenzati da fattori culturali, nutrizionali o genetici specifici.
Le prospettive aperte da questa indagine includono lo sviluppo di interventi preventivi mirati per i pazienti diabetici, che rappresentano una popolazione ad alto rischio non solo per le complicanze cardiovascolari ma anche per il deterioramento cognitivo. Futuri studi dovranno chiarire se strategie terapeutiche volte a stabilizzare i livelli glicemici postprandiali attraverso modifiche dietetiche, esercizio fisico o farmaci specifici possano effettivamente ridurre l'incidenza di Alzheimer.