La miocardite associata ai vaccini a mRNA contro il COVID-19, pur rappresentando un evento raro, ha sollevato interrogativi scientifici fondamentali sui meccanismi immunitari che possono occasionalmente danneggiare il tessuto cardiaco. Un gruppo di ricercatori della Stanford Medicine ha ora identificato la cascata biologica responsabile di questa reazione avversa, individuando al contempo una strategia preventiva basata su un composto naturale derivato dalla soia. Lo studio, pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine il 10 dicembre, getta luce su un fenomeno che colpisce prevalentemente maschi giovani e rappresenta un passo importante verso la personalizzazione delle strategie vaccinali.
Il team guidato da Joseph Wu, direttore dello Stanford Cardiovascular Institute, e da Masataka Nishiga, oggi presso l'Ohio State University, ha analizzato campioni ematici di individui vaccinati, confrontando chi aveva sviluppato miocardite con chi non aveva manifestato alcuna reazione cardiaca. L'indagine ha rivelato un processo immunitario a due stadi: i macrofagi, cellule della prima linea difensiva, reagiscono al vaccino rilasciando elevate quantità di CXCL10, una citochina che funge da segnale di allarme. Questa molecola stimola a sua volta i linfociti T, che rispondono producendo massicce quantità di interferone gamma (IFN-gamma), un'altra citochina con potenti effetti infiammatori.
La sperimentazione condotta su colture cellulari umane ha dimostrato che questa sequenza biologica non si verifica quando le cellule T vengono esposte direttamente al vaccino, confermando il ruolo cruciale dei macrofagi come intermediari. Il dato epidemiologico evidenzia che la miocardite post-vaccinale si manifesta in circa un caso ogni 140.000 persone dopo la prima dose, con un'incidenza che sale a uno su 32.000 dopo la seconda somministrazione. Nei maschi sotto i trent'anni, la frequenza raggiunge un caso ogni 16.750 vaccinati, rendendo questa fascia demografica particolarmente vulnerabile.
Per comprendere gli effetti diretti di queste citochine sul cuore, i ricercatori hanno utilizzato modelli murini e sofisticati sistemi tridimensionali di tessuto cardiaco umano sviluppati in laboratorio. Questi "sferoidi cardiaci", ottenuti convertendo cellule della pelle o del sangue in cellule staminali pluripotenti che vengono poi differenziate in cardiomiociti, cellule endoteliali e cellule immunitarie, formano aggregati pulsanti che mimano la funzionalità cardiaca. L'esposizione a CXCL10 e IFN-gamma ha provocato un incremento significativo della troponina cardiaca, biomarcatore specifico del danno miocardico, mentre l'infiltrazione di neutrofili e macrofagi nel tessuto cardiaco replicava quanto osservato nei pazienti con miocardite.
L'aspetto più promettente della ricerca riguarda la genisteina, un isoflavone abbondante nella soia che il gruppo di Wu aveva precedentemente studiato per le sue proprietà antinfiammatorie nel contesto dei danni vascolari indotti dalla cannabis. Quando cellule, sferoidi cardiaci e topi sono stati pretrattati con genisteina prima della vaccinazione, il danno miocardico si è ridotto significativamente. Nei modelli di tessuto cardiaco umano, la funzione contrattile e il ritmo di battito, compromessi dall'esposizione alle citochine, sono stati ripristinati dall'azione del composto. La genisteina, caratterizzata da un assorbimento intestinale limitato e quindi da un profilo di sicurezza elevato, ha dimostrato efficacia anche quando somministrata per via orale ai topi in quantità elevate.
Wu ha sottolineato con forza che questi risultati non devono oscurare il bilancio rischi-benefici estremamente favorevole dei vaccini a mRNA. "L'infezione da COVID-19 causa miocardite con una frequenza circa dieci volte superiore rispetto alla vaccinazione, oltre a tutti gli altri rischi associati alla malattia", ha precisato il ricercatore. La maggior parte dei casi di miocardite post-vaccinale si risolve spontaneamente senza lasciare danni permanenti, e la funzione cardiaca viene preservata o completamente recuperata. A differenza dell'infarto miocardico classico, non si verifica occlusione dei vasi coronarici, e quando i sintomi sono lievi l'approccio terapeutico è sostanzialmente osservazionale.
La ricerca apre interrogativi più ampi sulla risposta infiammatoria indotta dai vaccini a mRNA, che potrebbero estendersi oltre il tessuto cardiaco. I ricercatori hanno osservato evidenze preliminari di effetti simili su polmoni, fegato e reni, suggerendo che la genisteina potrebbe avere un'azione protettiva sistemica. L'interferone gamma, pur essendo essenziale per la difesa contro materiale genetico estraneo inclusi virus, diventa tossico quando presente in concentrazioni elevate, causando la degradazione delle proteine muscolari cardiache e sintomi simili alla miocardite. Il fenomeno non è esclusivo dei vaccini COVID: altre formulazioni vaccinali possono provocare miocardite, ma l'intensa sorveglianza pubblica e mediatica sui vaccini a mRNA ha portato a una diagnosi più frequente e tempestiva.