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Scheletri antichi rivelano virus nel DNA umano

Analizzati quasi 4.000 resti umani: identificati 11 genomi completi di HHV-6, i più antichi mai ricostruiti a livello molecolare.

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Avatar di Antonello Buzzi

a cura di Antonello Buzzi

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 08/01/2026 alle 08:30

La notizia in un minuto

  • Ricostruiti per la prima volta genomi completi di HHV-6A e HHV-6B da resti umani di oltre 2.000 anni fa, rivelando una coevoluzione virus-uomo documentata dall'Età del Ferro attraverso l'analisi di quasi 4.000 campioni archeologici europei
  • Questi herpesvirus possiedono la rara capacità di integrarsi nei cromosomi umani e trasmettersi ereditariamente: circa l'1% della popolazione mondiale porta oggi copie virali integrate in tutte le cellule del corpo
  • La ricerca documenta traiettorie evolutive divergenti tra le due specie virali e identifica i più antichi casi di integrazione cromosomica in reperti britannici, con implicazioni per patologie cardiache e convulsioni febbrili infantili

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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L'analisi del DNA estratto da resti scheletrici umani risalenti a oltre 2.000 anni fa ha permesso di ricostruire per la prima volta genomi antichi di due virus erpetici umani, HHV-6A e HHV-6B, rivelando una convivenza evolutiva tra questi patogeni e la nostra specie che si protrae almeno dall'Età del Ferro. La ricerca, condotta da un consorzio internazionale guidato dall'Università di Vienna e dall'Università di Tartu in Estonia, con la collaborazione delle università di Cambridge e University College London, documenta un fenomeno biologico straordinario: la capacità di questi virus di integrare il proprio materiale genetico nei cromosomi umani, diventando parte ereditabile del genoma ospite. I risultati, pubblicati sulla rivista Science Advances, offrono la prima prova genetica diretta e datata di questa antica coevoluzione virus-uomo a livello molecolare.

Il team di ricerca ha analizzato quasi 4.000 campioni di resti umani provenienti da siti archeologici distribuiti in tutta Europa, riuscendo a identificare e ricostruire undici genomi virali completi. Il genoma più antico appartiene a una giovane ragazza vissuta nell'Italia dell'Età del Ferro, tra il 1100 e il 600 a.C., mentre altri campioni coprono un ampio spettro geografico e temporale: dall'Inghilterra medievale al Belgio e all'Estonia, fino a reperti dell'antica Russia. Particolarmente significativo il sito belga di Sint-Truiden, dove è stata documentata la circolazione simultanea di entrambe le specie virali all'interno della stessa comunità.

I virus HHV-6A e HHV-6B appartengono alla famiglia degli herpesvirus umani betaherpesvirus e condividono una caratteristica biologica rara: la capacità di inserire il proprio genoma all'interno dei cromosomi umani. Questo fenomeno, noto come integrazione cromosomica, permette al virus di rimanere in stato latente per periodi indefiniti e, in circostanze eccezionali, di essere trasmesso verticalmente da genitore a figlio come componente ereditabile del DNA umano. Attualmente circa l'1% della popolazione mondiale porta copie integrate di questi virus in tutte le cellule del proprio corpo, ereditate per via mendeliana.

Come spiega Meriam Guellil, ricercatrice principale dello studio presso il Dipartimento di Antropologia Evolutiva dell'Università di Vienna, "mentre l'HHV-6 infetta circa il 90% della popolazione umana a un certo punto della vita, solo circa l'1% porta il virus ereditato dai genitori in tutte le cellule del corpo". Questa peculiarità rende particolarmente difficile la ricerca di sequenze virali nel DNA antico, poiché solo le forme cromosomicamente integrate hanno probabilità sufficienti di conservarsi nei reperti archeologici attraverso i millenni.

Grazie a questi dati, l'evoluzione dei virus può ora essere tracciata per oltre 2.500 anni attraverso l'Europa, utilizzando genomi che vanno dall'VIII-VI secolo a.C. fino a oggi

L'analisi comparativa tra i genomi antichi e quelli moderni ha permesso di identificare con precisione i siti di integrazione cromosomica e di datare alcuni di questi eventi a migliaia di anni fa, dimostrando che determinate integrazioni virali sono state trasmesse attraverso numerose generazioni. Tra i reperti inglesi sono stati identificati diversi individui portatori di forme ereditarie di HHV-6B, rappresentando i casi più antichi documentati di herpesvirus umani cromosomicamente integrati. Questa scoperta assume particolare rilevanza clinica alla luce delle ricerche che hanno correlato la presenza di copie genomiche di HHV-6B con un aumentato rischio di angina e patologie cardiache.

L'indagine ha inoltre rivelato traiettorie evolutive divergenti per le due specie virali. I dati suggeriscono che HHV-6A abbia perso progressivamente la capacità di integrarsi nel DNA umano nel corso della sua storia evolutiva, indicando un cambiamento nelle modalità di interazione con l'ospite umano. Questa differenziazione funzionale tra ceppi virali strettamente imparentati fornisce un esempio concreto di come la pressione selettiva reciproca possa modellare tanto il patogeno quanto l'ospite durante millenni di coevoluzione.

Dal punto di vista clinico contemporaneo, HHV-6B è il principale responsabile della roseola infantile, comunemente nota come "sesta malattia", che rappresenta la causa più frequente di convulsioni febbrili nei bambini piccoli. L'infezione primaria avviene tipicamente entro i due anni di età nel 90% circa dei casi, dopo di che il virus permane in forma latente nell'organismo per tutta la vita. Charlotte Houldcroft, del Dipartimento di Genetica dell'Università di Cambridge, sottolinea che "questa è la prima evidenza di portatori antichi provenienti dalla Gran Bretagna", confermando dati epidemiologici moderni che mostrano una maggiore prevalenza delle forme integrate nel Regno Unito rispetto al resto d'Europa.

Sebbene HHV-6A e HHV-6B siano stati identificati come entità virali distinte solo negli anni Ottanta del secolo scorso, questa ricerca ne documenta la presenza umana fino all'Età del Ferro. I dati genetici moderni avevano suggerito che questi virus potessero essersi evoluti insieme alla nostra specie fin dalla migrazione umana dall'Africa, ma mancavano prove paleogenetiche dirette. La ricostruzione di questi genomi antichi colma questa lacuna, dimostrando come infezioni infantili apparentemente transitorie possano, in casi eccezionali, diventare componenti permanenti del patrimonio genetico umano trasmissibili alle generazioni successive.

Fonte dell'articolo: www.sciencedaily.com

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