Nella crisi climatica globale, la dinamica dei ghiacciai antartici rappresenta uno degli interrogativi scientifici più urgenti per la comprensione futura dell'innalzamento del livello del mare. Una nuova ricerca condotta dall'Università del Colorado Boulder, pubblicata sulla rivista Nature Geoscience, ha documentato un evento senza precedenti nell'era moderna: nel 2023, il ghiacciaio Hektoria, situato nella Penisola Orientale dell'Antartide, ha perso circa otto chilometri di estensione glaciale in appena sessanta giorni, corrispondenti a quasi la metà della sua massa totale. Si tratta della ritirata glaciale più rapida mai osservata in epoca contemporanea, e le sue implicazioni per la comprensione della vulnerabilità dei ghiacciai antartici sono di grande rilievo scientifico.
Il ghiacciaio Hektoria copre un'area di circa 115 miglia quadrate (circa 298 chilometri quadrati), dimensioni paragonabili a quelle della città di Philadelphia, rendendolo relativamente piccolo rispetto agli standard antartici. Nonostante questa scala contenuta, la velocità e la modalità del suo collasso hanno allertato la comunità scientifica internazionale: se dinamiche analoghe si verificassero in ghiacciai di dimensioni molto maggiori, le conseguenze per l'innalzamento del livello degli oceani potrebbero essere di entità considerevole.
La ricerca nasce in modo quasi fortuito. Naomi Ochwat, ricercatrice postdottorale del Cooperative Institute for Research in Environmental Sciences (CIRES) e autrice principale dello studio, stava originariamente investigando, insieme al ricercatore senior Ted Scambos, un fenomeno distinto: il distacco del ghiaccio marino da un ghiacciaio avvenuto anni dopo la frammentazione di una piattaforma glaciale nelle vicinanze nel 2002. È durante l'analisi dei dati satellitari e di telerilevamento raccolti per questo progetto che Ochwat ha rilevato qualcosa di inaspettato nelle immagini: la drastica contrazione di Hektoria in una finestra temporale eccezionalmente breve.
La chiave per comprendere l'evento risiede nella topografia del substrato roccioso su cui il ghiacciaio poggiava. Hektoria si trovava su quella che i glaciologi definiscono una "piana di ghiaccio" (ice plain): una distesa piatta di roccia di fondo posta al di sotto del livello del mare. Questa configurazione morfologica è determinante per la stabilità meccanica del ghiacciaio. Quando la massa glaciale si assottiglia progressivamente, la geometria piatta del fondale consente a porzioni molto estese di sollevarsi quasi simultaneamente dal letto roccioso e di cominciare a galleggiare sulla superficie oceanica, un processo fisicamente molto diverso da quanto avviene su substrati irregolari o con scarpate sottomarine.
Il punto in cui il ghiaccio transita dalla condizione ancorata al fondale (grounded) a quella galleggiante (floating) è noto come linea di grounding. Attraverso l'analisi di molteplici dataset satellitari, il team di ricerca ha identificato diverse linee di grounding nel settore di Hektoria, una firma inequivocabile della presenza di condizioni di ice plain al di sotto del ghiacciaio. Dati geologici e paleoclimatici mostrano che, tra 15.000 e 19.000 anni fa, ghiacciai posizionati su piane analoghe arretrarono a velocità straordinarie, in alcuni casi di centinaia di metri al giorno: un precedente storico che ha orientato l'interpretazione degli eventi osservati nel 2023.
Una volta che le vaste sezioni del ghiacciaio si sono sollevate dal fondale e hanno cominciato a galleggiare, l'esposizione alle forze oceaniche ha innescato un processo a cascata. Fratture si sono aperte alla base del ghiacciaio e si sono progressivamente connesse con crepe già presenti in superficie. Questa sequenza ha determinato un evento di calving — ovvero il distacco di porzioni di ghiaccio in iceberg — di portata eccezionale, che ha smembrato quasi la metà del ghiacciaio nell'arco di poche settimane. Un meccanismo che i ricercatori descrivono come insolito rispetto ai pattern di fratturazione tipicamente osservati nei ghiacciai tidali.
La ricostruzione dettagliata della sequenza degli eventi è stata resa possibile dalla combinazione di più piattaforme satellitari con frequenze di acquisizione diverse. Come sottolinea Ochwat, "se avessimo avuto a disposizione solo un'immagine ogni tre mesi, non saremmo stati in grado di documentare che il ghiacciaio ha perso due chilometri e mezzo in soli due giorni. L'integrazione di diversi satelliti ci ha permesso di colmare i vuoti temporali e di confermare la velocità con cui si è verificata la perdita di ghiaccio."
A corroborare le osservazioni satellitari, il team ha dispiegato strumenti sismici nella regione, che hanno registrato una serie di terremoti glaciali durante il periodo di rapida ritirata. Queste scosse sismiche hanno confermato che il ghiacciaio era saldamente ancorato al substrato prima del sollevamento, e che il distacco ha avuto caratteristiche meccaniche ben precise. I dati sismici hanno inoltre dimostrato che la perdita di ghiaccio ha contribuito direttamente all'innalzamento del livello del mare globale, aggiungendo evidenza empirica alla valutazione dell'impatto oceanografico dell'evento.
Le piane di ghiaccio, come quella su cui si trovava Hektoria, sono state identificate sotto numerosi altri ghiacciai antartici. La comprensione del ruolo che questa morfologia subglaciale svolge nel determinare la velocità di ritirata apre nuove prospettive per la modellizzazione predittiva. Come ha osservato Ted Scambos, "la ritirata di Hektoria è in qualche modo uno shock: questo tipo di arretramento fulmineo cambia realmente ciò che è possibile per altri ghiacciai, molto più grandi, presenti sul continente. Se le stesse condizioni si instaurassero in alcune delle altre aree, ciò potrebbe accelerare significativamente l'innalzamento del livello del mare dal continente antartico."
Le prossime sfide per la comunità glaciologica consistono nell'applicare i criteri diagnostici individuati per Hektoria — presenza di piane di ghiaccio, configurazione delle linee di grounding, attività sismica subglaciale — a una mappatura sistematica dei ghiacciai antartici potenzialmente vulnerabili. La combinazione di osservazioni satellitari ad alta frequenza, monitoraggio sismico e modellizzazione del substrato potrà contribuire a raffinare le proiezioni sull'innalzamento del livello del mare per i prossimi decenni, un dato cruciale per la pianificazione delle politiche di adattamento climatico a livello globale.