Ci sono voluti circa sette anni prima che il concetto di smartphone pieghevole riuscisse a liberarsi da quel pregiudizio di “strumento per una piccola nicchia”. Per anni ha vissuto l’infanzia più ingrata della tecnologia recente, sballottato tra battute, dubbi, scetticismo, critiche per i prezzi e una tornata di prime recensioni al vetriolo.
Troppo fragile, troppo costoso, troppo diverso, poco utile… un mero esercizio di stile fine a se stesso. Tutti commenti che, ancora oggi, continuano a palesarsi, seppur in numero minore, sotto a ogni discussione che coinvolge questo quel foldable.
Ci sono voluti sette anni di sperimentazioni sul form factor, sui materiali da utilizzare e sulla componentistica da inserire al loro interno, prima di trovare quella che, almeno attualmente, sembrava la strada da seguire.
Tre formati: a conchiglia, a libretto e il più recente widescreen a 16:9 garantito dai tre schermi ripiegabili su se stessi. Per raggiungere quello che si pensava essere diventato lo standard, si è passato per esperimenti di ogni tipologia (come i tanto discussi due schermi separati ma congiunti dei Surface Duo che, attualmente) ma alla fine il percorso da seguire sembrava essere tracciato… e invece qualcosa sta cambiando nuovamente.
Il passato che ritorna
Il nodo della questione sta tutto nei concept, nelle indiscrezioni e nei prototipi fan-made relativi al futuro iPhone Fold, un dispositivo che oltre a catturare l’attenzione di un bacino di utenza più ampio (magicamente sono tutti diventati interessati ai foldable) ha riportato in auge un form factor che sta venendo celebrato dalla massa come “la soluzione all’annoso problema che affligge i foldable da sempre” ma che in realtà venne già proposto anni fa da Google.
Sto parlando del ritorno del formato “a passaporto”, ovvero un form factor che permette di avere uno schermo interno a 16:9 (quindi capace di garantire una corretta fruizione dei contenuti multimediali in wide-screen) a discapito di uno schermo leggermente più quadrato quando si utilizza lo smartphone da chiuso.
Prima di continuare, vorrei provare a chiarire il fatto che il “problema” dello schermo quadrato dei foldable, in realtà non è un problema né una limitazione. Lo schermo quadrato interno non è nato per fruire meglio dei contenuti multimediali, ma per garantire un estrema produttività in uno spazio contenuto.
Si prende lo smartphone, lo si apre e si può lavorare in multitasking con due, tre applicazioni nello stesso momento, oppure fruire di uno schermo più capiente per gestire mail, testi, fogli di calcolo con un rapporto dello schermo perfetto per quelle specifiche attività.
Un concetto che HUAWEI ha compreso appieno, difatti il suo recente Mate XT (il primo foldable a tre schermi) offre il meglio di tre mondi: smartphone regolare da chiuso, praticità e portabilità di un foldable per i momenti di produttività, comodità di uno schermo rettangolare per i momenti di relax in cui si vuole guardare un film o una serie tv.
Ma torniamo al rivoluzionario formato “a passaporto”. Dopo che i primi prototipi stampati in casa del prossimo iPhone Fold sono apparsi online, ho realizzato che le persone tendono a dimenticare troppo in fretta, oppure che sono talmente ossessionate da un brand da non riuscire a vedere al di fuori delle “””novità””” proposte da quella specifica azienda.
In pochi giorni su internet sono fioccate talmente tante discussioni in merito al fatto che il primo foldable di Apple riuscirà ad avere uno schermo interno da 16:9, da far sorgere i primi rumor sul fatto che Samsung stia preparando una variante del suo prossimo Fold8 che adotterà lo stesso rapporto di schermo, cercando di battere sul tempo Apple come fece con il Galaxy S25 Edge.
Insomma, tutti sembrano volere da sempre un foldable che permetta di fruire contenuti multimediali su uno schermo più grande, senza aver bisogno di un secondo device… peccato che proprio Google ci aveva già visto lungo anni fa, quando rilasciò il primo Pixel Fold.
Il primo Pixel Fold è stato uno di quei momenti della recente storia tecnologica che la gente ama dimenticare troppo in fretta. Nel 2023 il settore dei foldable sembrava aver trovato la sua strada, i vari esperimenti erano stati accantonati e Samsung aveva tracciato la via con due formati: quello a conchiglia per chi voleva uno smartphone iper-tascabile, ma che non avesse nulla da rimpiangere a un device tradizionale, e il formato a libro per chiunque volesse uno smartphone votato ala produttività.
Mentre i produttori cinesi cominciarono ad allinearsi ai form factor decisi dall’utenza, andando a gonfiare le schede tecniche dei loro modelli per aggredire sempre più il settore dei foldable, Google preferì non seguire la tendenza che voleva smartphone verticali, stretti e alti e provò una strada diversa.
Se i foldable della concorrenza erano votati alla produttività, il suo modello sarebbe stato votato alla multimedialità. Capì guardare video, giocare, editare in mobilità e sfruttare il picture in picture, erano tutte attività che richiedevano uno schermo rettangolare. Progettò il Pixel Fold proprio per rispondere a quei casi d’uso che oggi tutti ritengono ovvi, nonché uno dei limiti dei foldable attuali.
Il primo Fold arrivò sul mercato con uno schermo esterno da 5,8 pollici e uno interno da 7.6; un bilanciamento apparentemente perfetto per garantire un’esperienza leggermente più larga di quella di uno smartphone tradizionale con il display esterno e un’esperienza votata alla multimedialità quando lo si apriva.
Ad adornare il tutto c’era una scheda tecnica da top di gamma, il cui unico punto debole era lo stesso di bene o male tutti i foldable, ovvero un comparto fotografico sottotono rispetto a quello presente nel modello top di gamma standard.
Insomma la ricetta perfetta per offrire varietà in un settore che si stava sempre più sedendo su due form factor apparentemente inevitabili. Eppure, bastò una stagione di critiche da parte della stampa, e di scarsa approvazione da parte dell’utenza, per far desistere il colosso di Mountain View.
Nonostante una solida community di appassionati che sposarono appieno la proposta di Google, vedendo nel primo Pixel Fold una variazione sensata ai modelli consolidati, l’opinione pubblica riuscì a fare ciò che nessun competitor era riuscito a fare fino a quel momento: togliere il coraggio a Google.
La compagnia non provò a migliorare quel form factor, non ne corresse i difetti e non ascoltò i clienti che le diedero fiducia. Si limitò ad assecondare la massa, andando a schiacciare sempre più il Fold fino ad arrivare al modello attuale, il quale altro non è he un pieghevole a libretto come se ne vedono oramai tanti.
Viene da se che da possessore, abbastanza entusiasta, del primo Pixel Fold (al netto di alcune sbavature lato software e di una comparto poco convincente lo ritengo tuttora uno dei migliori foldable mai realizzati in termini di form factor) risulta abbastanza inconcepibile come a oggi nessuno si stia rendendo conto che Apple sta proponendo la stessa formula tre anni più tardi. Schermo esterno da 5.3 pollici, display interno da 7.8, ideologicamente la fusione fra un iPhone leggermente più largo e un iPad mini, pensato per garantire una corretta fruibilità dei contenuti multimediali.
Insomma un Pixel Fold con una mela applicata sul retro, solo che visto che è Apple a farlo, tutti si mobilitano. L’interesse per il HUAWEI Pura X (l’ultimo di una serie di foldable a passaporto confinati al solo mercato asiatico) è aumentato; Samsung starebbe valutando per l’appunto di affiancare un nuovo form factor a quello oramai consolidato del suo Z Fold e sono certo che a pochi mesi dalla presentazione che si terrà il prossimo settembre, vedremo sempre più brand asiatici proporre la loro variante “con gli steroidi” dell’iPhone Fold.
È paradossale notare come le intuizioni di Google prima, e di HUAWEI subito dopo, fossero corrette e che il pubblico oltre a ignorarle allora, sia pronto a celebrare i “soliti noti” che si stanno apprestando a presentare le loro “rivoluzioni per il settore”.
Qualcuno potrebbe liquidare l’intera questione con un lapidario “è il mercato che decide”, ma qui siamo davanti a un mercato che non solo ha deciso in ritardo ma non vede nemmeno che il futuro in realtà è un passato che ritorna con un logo diverso.
È impossibile non immaginare cosa avremmo oggi se Google avesse insistito con quel formato. Miglioramenti progressivi, un’identità chiara nel segmento, persino un vantaggio competitivo rispetto alla concorrenza, e invece nel momento in cui Apple rivelerà il suo foldable widescreen, in meno di una settimana quello che nessuno volle nel 2023 diventerà un oggetto del desiderio per migliaia di persone, che non sicureranno del prezzo esagerato che avrà e, come ogni anno, faranno i salti mortali per avere l’ultimo trend in tasca.
Tutto è già scritto. Cupertino arriverà con la solita sicurezza, Samsung proporrà un’alternativa, nel mentre che perfezionerà il suo trifold per mantenere il primato di leader nel settore di pieghevoli, e Google rischierà di ritrovarsi a inseguire una strada che, ironia della sorte, aveva tracciato proprio lei anni prima.
È noto che l’innovazione premia raramente chi arriva primo e molto più frequentemente chi arriva quando il pubblico e pronto. Fra schermi tripli e form factor che ritornano, il futuro dei foldable sembra oramai tracciato: tablet tascabili, video in 16:9 e un assottigliamento sempre maggiore del settore degli smartphone e di quello dei talbet. Un futuro che Google aveva visto chiaramente anni fa, solo che toccherà a qualcun altro ricevere gli applausi di questa visione.