bella l'idea della preservazione però qui mi sembra più un modo per scaricare gratis tutto quanto
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bella l'idea della preservazione però qui mi sembra più un modo per scaricare gratis tutto quanto
Esattamente. La preservazione è tutt'altra cosa e chi la fa ha permesso davvero di preservare opere che sarebbero già belle che perdute. Onestamente non credo che ci siano problemi a reperire l'ultimo disco dei Metallica, ma a quanto pare per Anna's Archive un cataclisma distruggerebbe tutto tranne i loro hard disk.
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300TB di dati rubati e si chiamano volontari lol
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Bella questa trovata dei titoli "duri".
L'articolista sembra confondere "legale" con "giusto".
Gli suggerirei di controllare termini come "lobby" e "lobbisti" negli USA e nella comunità europea, e di guardare alcune belle nazioni come la Cina, la Russia, il Venezuela, ecc. dotate di bellissime leggi, magari un po' illiberali.
O forse l'articolista pensa che le leggi siano fatte dagli dei, e vadano rispettate a prescindere "altrimenti chissà che fine farebbe la società"?
Magari quando hanno fatto la rivoluzione i francesi avevano un idea abbastanza chiara su "legale" e "giusto", e su che fine volevano per la loro società.
Sputare sentenze va bene per attirare click, ma non fa bene all'equilibrio dell'informazione, che dovrebbe essere il primo dovere di un giornalista.
Dovrebbe, appunto.
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Vita mea,mors tua.
Spotify si foxxa.
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dissento ma solo in parte. La pirateria può essere anche preservazione, sebbene si parta da un furto. Spotify non sarà danneggiata da quanto accaduto poichè nessuno o quasi nessuno si prenderà la briga di scaricare 300 terabyte di files per il bel gusto di disporre nel (nei) propri PC dello stesso archivio di Spotify. A che pro poi? Piantar su una nuova piattaforma di streaming audio sfruttabile gratuitamente o a prezzi molto ridotti rispetto a spotify? Il rischio, il lavoro svolto e la spesa necessaria non valgono la candela.
Sappiamo ora che online da qualche parte è in salvo, protetto da qualunque imprevisto una enorme collezione musicale. Fine.
Fra 50 anni, se spotify avrà chiuso i battenti (il che è probabile ma non sarà la pirateria la causa) mi farà piacere sapere che il suo archivio è ancora salvo e raggiungibile in qualche modo. Anche se non mi interessa, neppure lontanamente scaricarlo a mia volta.
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Direi che è un articolo ben schierato.
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…e adesso che avete esposto il manuale del piccolo e bravo consumatore, siamo tutti più contenti….
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Occupatevi di ciò di cui avete competenze, cioè fare pubblicità ad Amazon.
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Mi dispiace dirlo, ma questo è un articolo da guerriero della giustizia sociale.
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5
Ho letto l’articolo condiviso e vorrei portare una riflessione un po’ più ampia, perché secondo me qui si sta semplificando troppo una questione che è profondamente etica, politica e sistemica, non solo “legale”.

Parto da un punto chiaro: sì, Anna's Archive ha fatto qualcosa di illegale. Su questo non ci piove. Ma ridurre tutto a “pirateria cattiva vs legalità buona” è, a mio avviso, una lettura miope che ignora completamente i rapporti di potere reali in cui viviamo.

Personalmente condivido in parte la missione dichiarata di Anna's Archive: l’idea che conoscenza, informazione e sapere dovrebbero essere accessibili, soprattutto in un mondo in cui pochi "colossi" stanno monopolizzando l’accesso ai contenuti, decidendo cosa è visibile, cosa no, cosa vale e cosa scompare.

Che poi l’intenzione reale coincida o meno con la narrazione pubblica è secondario: nella storia umana le intenzioni dichiarate raramente coincidono al 100% con quelle inconsce. Ma l’effetto sistemico dell’azione conta.

Qui entra il tema che l’articolo, secondo me, evita accuratamente: le Big Tech non sono soggetti neutrali.
Spotify, Amazon, Google, Meta & co. non fanno solo “distribuzione di contenuti”:

– tracciano identità digitali
– profilano emozioni
– usano algoritmi che influenzano stati d’animo
– monetizzano vulnerabilità psicologiche

Spotify stessa è stata indagata in passato per dinamiche legate alla manipolazione emotiva degli utenti. Posso dirlo anche per esperienza diretta: playlist, suggerimenti e “random” che riattivano memorie emotive profonde, spesso collegate a momenti fragili della vita. Se una persona non è consapevole del proprio mondo interiore, questo può diventare condizionamento emotivo, non intrattenimento.
E quando l’emozione viene usata per guidare comportamenti di consumo, per me siamo già oltre una linea etica molto grave.

Sul tema artisti: chi viene dal mondo musicale lo sa bene. Spotify non sostiene realmente gli artisti. I ricavi veri arrivano da concerti, merchandising, altro. Lo streaming è spesso solo visibilità, a fronte di compensi ridicoli. Molti artisti non lo sceglierebbero, se non fosse diventato uno standard imposto dal sistema.
Per questo faccio fatica a demonizzare chi “ruba” a strutture che quotidianamente sfruttano, manipolano e disumanizzano.
Non sto dicendo che rubare sia giusto. Sto dicendo che, in un sistema profondamente malato, l’etica non è mai bianca o nera. Esiste il male minore e il bene maggiore. E sì, a volte rompere gli schemi fa rumore e sporca le mani.

Detto questo, attenzione: anche l’attivismo digitale può diventare pericoloso.
Se domani Anna's Archive dovesse trasformarsi in un nuovo centro di potere, con le stesse logiche di controllo, allora il problema si ripresenterebbe identico. Perché il problema non è chi detiene il potere, ma il potere stesso quando non è controbilanciato dalla coscienza.

La vera soluzione non è “chiudere Anna's Archive” né “difendere le Big Tech”.
La vera soluzione sarebbe una crescita di consapevolezza individuale e collettiva, cosa che però richiede lavoro interiore, educazione critica e responsabilità personale. E purtroppo è la via meno percorsa.

Ultima nota: l’articolo in questione spinge apertamente prodotti e servizi legati a Spotify e Amazon. Questo lo rende, di fatto, un contenuto schierato, non informazione neutra. Anche questo va detto.

In sintesi:
– sì, è illegale
– no, non è tutto eticamente equivalente
– sì, le Big Tech fanno danni enormi ogni giorno
– no, non credo che chi le mette in difficoltà vada automaticamente demonizzato

A volte non si può restare “puliti, carini e neutrali” in un sistema profondamente sporco.
E fingere che legalità = etica, secondo me, è una delle narrazioni più comode per chi già detiene il potere.
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Ho letto l’articolo condiviso e vorrei portare una riflessione un po’ più ampia, perché secondo me qui si sta semplificando troppo una questione che è profondamente etica, politica e sistemica, non solo “legale”. Parto da un punto chiaro: sì, Anna's Archive ha fatto qualcosa di illegale. Su questo non ci piove. Ma ridurre tutto a “pirateria cattiva vs legalità buona” è, a mio avviso, una lettura miope che ignora completamente i rapporti di potere reali in cui viviamo. Personalmente condivido in parte la missione dichiarata di Anna's Archive: l’idea che conoscenza, informazione e sapere dovrebbero essere accessibili, soprattutto in un mondo in cui pochi "colossi" stanno monopolizzando l’accesso ai contenuti, decidendo cosa è visibile, cosa no, cosa vale e cosa scompare. Che poi l’intenzione reale coincida o meno con la narrazione pubblica è secondario: nella storia umana le intenzioni dichiarate raramente coincidono al 100% con quelle inconsce. Ma l’effetto sistemico dell’azione conta. Qui entra il tema che l’articolo, secondo me, evita accuratamente: le Big Tech non sono soggetti neutrali. Spotify, Amazon, Google, Meta & co. non fanno solo “distribuzione di contenuti”: – tracciano identità digitali – profilano emozioni – usano algoritmi che influenzano stati d’animo – monetizzano vulnerabilità psicologiche Spotify stessa è stata indagata in passato per dinamiche legate alla manipolazione emotiva degli utenti. Posso dirlo anche per esperienza diretta: playlist, suggerimenti e “random” che riattivano memorie emotive profonde, spesso collegate a momenti fragili della vita. Se una persona non è consapevole del proprio mondo interiore, questo può diventare condizionamento emotivo, non intrattenimento. E quando l’emozione viene usata per guidare comportamenti di consumo, per me siamo già oltre una linea etica molto grave. Sul tema artisti: chi viene dal mondo musicale lo sa bene. Spotify non sostiene realmente gli artisti. I ricavi veri arrivano da concerti, merchandising, altro. Lo streaming è spesso solo visibilità, a fronte di compensi ridicoli. Molti artisti non lo sceglierebbero, se non fosse diventato uno standard imposto dal sistema. Per questo faccio fatica a demonizzare chi “ruba” a strutture che quotidianamente sfruttano, manipolano e disumanizzano. Non sto dicendo che rubare sia giusto. Sto dicendo che, in un sistema profondamente malato, l’etica non è mai bianca o nera. Esiste il male minore e il bene maggiore. E sì, a volte rompere gli schemi fa rumore e sporca le mani. Detto questo, attenzione: anche l’attivismo digitale può diventare pericoloso. Se domani Anna's Archive dovesse trasformarsi in un nuovo centro di potere, con le stesse logiche di controllo, allora il problema si ripresenterebbe identico. Perché il problema non è chi detiene il potere, ma il potere stesso quando non è controbilanciato dalla coscienza. La vera soluzione non è “chiudere Anna's Archive” né “difendere le Big Tech”. La vera soluzione sarebbe una crescita di consapevolezza individuale e collettiva, cosa che però richiede lavoro interiore, educazione critica e responsabilità personale. E purtroppo è la via meno percorsa. Ultima nota: l’articolo in questione spinge apertamente prodotti e servizi legati a Spotify e Amazon. Questo lo rende, di fatto, un contenuto schierato, non informazione neutra. Anche questo va detto. In sintesi: – sì, è illegale – no, non è tutto eticamente equivalente – sì, le Big Tech fanno danni enormi ogni giorno – no, non credo che chi le mette in difficoltà vada automaticamente demonizzato A volte non si può restare “puliti, carini e neutrali” in un sistema profondamente sporco. E fingere che legalità = etica, secondo me, è una delle narrazioni più comode per chi già detiene il potere.
Ben detto, hai riassunto il tutto nel modo migliore. Peccato che non riuscirà a raggiungere molti, che si fermeranno a leggere questo obbrobrio di articolo molto di parte a Spotify
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Ho letto l’articolo condiviso e vorrei portare una riflessione un po’ più ampia, perché secondo me qui si sta semplificando troppo una questione che è profondamente etica, politica e sistemica, non solo “legale”. Parto da un punto chiaro: sì, Anna's Archive ha fatto qualcosa di illegale. Su questo non ci piove. Ma ridurre tutto a “pirateria cattiva vs legalità buona” è, a mio avviso, una lettura miope che ignora completamente i rapporti di potere reali in cui viviamo. Personalmente condivido in parte la missione dichiarata di Anna's Archive: l’idea che conoscenza, informazione e sapere dovrebbero essere accessibili, soprattutto in un mondo in cui pochi "colossi" stanno monopolizzando l’accesso ai contenuti, decidendo cosa è visibile, cosa no, cosa vale e cosa scompare. Che poi l’intenzione reale coincida o meno con la narrazione pubblica è secondario: nella storia umana le intenzioni dichiarate raramente coincidono al 100% con quelle inconsce. Ma l’effetto sistemico dell’azione conta. Qui entra il tema che l’articolo, secondo me, evita accuratamente: le Big Tech non sono soggetti neutrali. Spotify, Amazon, Google, Meta & co. non fanno solo “distribuzione di contenuti”: – tracciano identità digitali – profilano emozioni – usano algoritmi che influenzano stati d’animo – monetizzano vulnerabilità psicologiche Spotify stessa è stata indagata in passato per dinamiche legate alla manipolazione emotiva degli utenti. Posso dirlo anche per esperienza diretta: playlist, suggerimenti e “random” che riattivano memorie emotive profonde, spesso collegate a momenti fragili della vita. Se una persona non è consapevole del proprio mondo interiore, questo può diventare condizionamento emotivo, non intrattenimento. E quando l’emozione viene usata per guidare comportamenti di consumo, per me siamo già oltre una linea etica molto grave. Sul tema artisti: chi viene dal mondo musicale lo sa bene. Spotify non sostiene realmente gli artisti. I ricavi veri arrivano da concerti, merchandising, altro. Lo streaming è spesso solo visibilità, a fronte di compensi ridicoli. Molti artisti non lo sceglierebbero, se non fosse diventato uno standard imposto dal sistema. Per questo faccio fatica a demonizzare chi “ruba” a strutture che quotidianamente sfruttano, manipolano e disumanizzano. Non sto dicendo che rubare sia giusto. Sto dicendo che, in un sistema profondamente malato, l’etica non è mai bianca o nera. Esiste il male minore e il bene maggiore. E sì, a volte rompere gli schemi fa rumore e sporca le mani. Detto questo, attenzione: anche l’attivismo digitale può diventare pericoloso. Se domani Anna's Archive dovesse trasformarsi in un nuovo centro di potere, con le stesse logiche di controllo, allora il problema si ripresenterebbe identico. Perché il problema non è chi detiene il potere, ma il potere stesso quando non è controbilanciato dalla coscienza. La vera soluzione non è “chiudere Anna's Archive” né “difendere le Big Tech”. La vera soluzione sarebbe una crescita di consapevolezza individuale e collettiva, cosa che però richiede lavoro interiore, educazione critica e responsabilità personale. E purtroppo è la via meno percorsa. Ultima nota: l’articolo in questione spinge apertamente prodotti e servizi legati a Spotify e Amazon. Questo lo rende, di fatto, un contenuto schierato, non informazione neutra. Anche questo va detto. In sintesi: – sì, è illegale – no, non è tutto eticamente equivalente – sì, le Big Tech fanno danni enormi ogni giorno – no, non credo che chi le mette in difficoltà vada automaticamente demonizzato A volte non si può restare “puliti, carini e neutrali” in un sistema profondamente sporco. E fingere che legalità = etica, secondo me, è una delle narrazioni più comode per chi già detiene il potere.
D'accordo... solo gli stupidi fanno distinzioni bambinesce, brutto e bello, buono e cattivo... il mondo è complesso. Secondo me hanno fatto bene. Legale o illegale che sia, meglio una copia in più a disposizione di tutti che una copia in più nelle mani di pochi. Poi legale... non legale... da quando la legalità è sempre la cosa giusta? Quando il razzismo, l'antisemitismo e il colonialismo erano leggi... erano giuste? Dai... spero siate più intelligenti di così, pecoroni. E fa piacere vedere che c'è qualcuno che commenta con il cervello e non con gli slogan insegnati dal sistema.
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Se domani censurano un artista, e ovviamente tutte le piattaforme legali eliminano i suoi contenuti cosa facciamo? A questo serve preservare e rendere condivisibile
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