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L’erede dell’impero Samsung condannato a 5 anni di prigione

Lo scorso febbraio Lee Jae-yong, vicepresidente di Samsung Group, fu arrestato con le accuse di corruzione, falsa testimonianza e appropriazione indebita. Adesso è arrivata la sentenza, dove è stato dichiarato colpevole dei capi d'accusa e condannato a cinque anni di prigione – ci sarà un appello. La Procura sudcoreana aveva chiesto una condanna a 12 anni di reclusione.

Il 49enne e altri quattro dirigenti di Samsung sono finiti nell'occhio del ciclone insieme all'ex Presidente Park Geun-hye e a Choi Soon-sil, amica personale della Park. Lee e i dirigenti avrebbero versato tangenti per 38 milioni di dollari, confluite in organizzazioni controllate dalla Choi in cambio di favori, in particolare l'appoggio del governo nella fusione tra la holding company di Samsung, Cheil Industries, e Samsung C&T.

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Secondo quanto riportato dalla stampa locale, Park Geun-hye non conduceva il paese in modo autonomo, in quanto in qualche modo succube della Choi, definita da molti "la sciamana". Quest'ultima, una cittadina comune senza cariche pubbliche, riuscì a ottenere un peso tale da estorcere ad alcune grosse aziende del paese la cifra di 69 milioni di dollari, sotto forma di donazioni a due fondazioni private da lei dirette.

Nonostante la sentenza, Lee potrebbe comunque un giorno succedere al 75enne padre Lee Kun-hee, attualmente in ospedale dopo un attacco di cuore che l'ha colpito nel maggio 2014 – da allora non se ne conoscono le condizioni.

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Già, perché lo stesso padre fu trovato colpevole di evasione fiscale e corruzione, ma in seguito fu perdonato per ben due volte. Una pratica che, a quanto pare, è comune in Corea del Sud e che ha riguardato anche i vertici di Hyundai, SK e Hanwha.


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