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Snowden, il film di Oliver Stone è delicatamente spietato

Recensione: Snowden di Oliver Stone. Tre anni fa Edward Snowden svelava al mondo come i governi occidentali spiano i loro stessi cittadini. Una sorveglianza globale che usa videocamere, computer, email, Facebook, qualsiasi cosa. Il film di Oliver Stone racconta la storia che ha portato a quelle rivelazioni.

Snowden, il film di Oliver Stone è delicatamente spietato

C'è un sistema di sorveglianza globale. Un insieme di macchine e di uomini, un cyborg senza corpo che può vedere tutto e tutti. Ma se le macchine sono moralmente morte come lo sono i movimenti tettonici di Marte, per gli uomini valgono regole diverse.

Il cyborg onnisciente ha bisogno di uomini in carne e ossa, che lo facciano funzionare e lo rendano più forte. Ma se metti uomini a spiare altri uomini devi mettere in conto un problema irrisolvibile: ogni

essere umano costruisce e conduce la propria vita su regole e principi che spesso ritiene assoluti. Se è abbastanza motivato può passarci sopra, soprattutto se è convinto di agire per un bene più grande. Ma non sai mai quando la pressione sarà troppa, quando un tassello del tuo mosaico si spezzerà sotto la pressione.

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Ed ecco Edward Snowden, il tassello sbeccato come ce lo ha raccontato Oliver Stone nel film che potremo vedere nelle sale italiane tra qualche giorno, dal 24 novembre 2016. Il film si intitola semplicemente Snowden, e si incunea prepotentemente tra le tante opere narrative che portano il nome del protagonista. Se fosse un libro, lo metterei senza remore accanto a David Copperfield o a Le avventure di Huckleberry Finn. A poca distanza da Il nome della Rosa, che Umberto Eco avrebbe voluto intitolare Adso da Melk. A proposito di citazioni, Stone si ricorda di pagare i debiti in alcune sequenze che richiamano Full Metal Jacket, 1984, Brazil e altri.

Snowden non è un film per tutti, non sbancherà al botteghino; perché, diciamocelo, a nessuno piacer sentirsi dire di essere irrilevante, solo un puntino sullo schermo di qualcun altro. Ma proprio per questo ci ricorderemo di Snowden, perché Oliver Stone è riuscito a raccontarci qualcosa di importante. Ci avevano già provato prima voci pesanti come quella de Guardian o del Washington Post, e anche alcune più modeste come Tom's Hardware.

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Ma negli ultimi tre anni ho sempre avuto il sospetto che tanti non abbiano capito che cosa è stato il datagate, e questo a massimo beneficio proprio di quelli che in teoria avrebbero dovuto uscirne perlomeno imbarazzati: le agenzie di spionaggio del mondo, a partire dalla statunitense NSA, e i rispettivi governi. Ci sono stati senz'altro grossi scossoni interni, ma sembra che poco sia cambiato. Quelle rivelazioni avrebbero dovuto sconvolgere tutta la società occidentale, eppure siamo ancora qui, e ben poco è cambiato.

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Zachary Quinto è Glenn Greenwald

Ecco, Oliver Stone prova a raccontarci la stessa storia con una lingua nuova, ed è questo il grande merito di Snowden. I paroloni e i concetti difficili vengono tutti messi da parte, dopotutto fu già una sfida (persa) durissima per i giornalisti rendere comprensibili al pubblico cose come PRISM o HEARTBEAT.

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Il film si concentra sul percorso personale del protagonista, interpretato da un bravissimo Joseph Gordon-Levitt. Scopriamo Snowden a partire dall'incidente che stronca la sua carriera militare ma lo instrada su quella dell'intelligence. Snowden scoprirà, e noi con lui, cosa significa essere una spia oggi. Lo dice chiaramente Corbin O'Brian (Rhys Ifans): il fronte oggi è ovunque, ogni server e ogni schermo del mondo sono un'arma, il terrorismo è solo una scusa per giustificare investimenti miliardari - perché anche i governi stessi faticano a rendere certe cose comprensibili al pubblico.

L'obiettivo è avere informazioni corrette, pertinenti e tempestive. E un hacker bravo come Snowden può fare la differenza. E possono farla anche le sue convinzioni etiche e politiche, da elettore conservatore convinto che persino i governi debbano rispettare le leggi - vedetelo come un Clint Eastwood della tastiera, se volete, o se preferite come un lawful neutral.  

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Così Ed lentamente impara, un po' alla volta scopre cosa succede, e comincia a cambiare idea. Specchio e artefice del cambiamento è Lindsay (Shailene Woodley), la fidanzata che ne costruisce la coscienza, alimenta le ansie, imbastisce le sue paure. Lindsay ha anche una funzione narrativa determinante: offre a noi uno sguardo più completo, e diventa simbolo di ognuno di noi. Perché quando Ed la guarda, ogni tanto, sta guardando noi direttamente negli occhi. L'altro contributo determinante arriva da Hank Forrester (Nicolas Cage).

Stone, le cui posizioni politiche non sono certo un segreto, è inequivocabilmente in favore di Snowden e del suo operato. Per questo regista Snowden è un eroe, non ci sono ragioni per dubitarne - è la stessa opinione di Amnesty International. Ma il lungometraggio - probabilmente fin troppo lungo - dà spazio anche all'altra campana. Snowden non è un film a senso unico.

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Chi difende la sorveglianza globale, in questo film, non è il Cattivo, almeno non nel senso narrativo che ci si potrebbe aspettare. I dirigenti e i tecnici della NSA, della CIA e delle altre agenzie sono buoni quanto Snowden, almeno per il loro desiderio di fare del Bene. Non saranno dei santi, ma le loro intenzioni sono positive - e il protagonista non è certo l'unico ad avere dei dubbi ogni tanto.

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Il vero Mostro c'è ma Stone lo nasconde con classe, ancora una volta un riflesso spietato della realtà. Chi ha ordinato di usare gli strumenti di sorveglianza per scopi diversi dalla sicurezza? Chi ha voluto sbilanciare le trattative commerciali, i movimenti finanziari e gli equilibri economici? Chi si è arricchito? Chi ne ha tratto vantaggi personali? Stone non può impedire allo spettatore di ricorrere alla solita, generica accusa contro "il governo.

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Una risposta per tutte le stagioni, ambigua e incoerente, inutile se stai cercando un nome e un volto. Questo film non la smentisce ma nemmeno la alimenta, e da Stone era lecito aspettarsi qualche affermazione più netta, magari un azzardo in più.  

Snowden non può dare risposte ma ci ricorda su cosa si fonda il discorso, su quella parola così meravigliosamente difficile da tradurre in italiano, accountability. Un solo termine per dire che ognuno di noi è responsabile di quello che fa, nel bene e nel male, fino in fondo. E questo include anche i governanti e i loro agenti.

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Il film si trascina un po' troppo lentamente verso la scena clou - questa sì girata magistralmente e con tutta l'autorialità di Stone - dove Snowden affronta il suo personale demone in videoconferenza, resiste a un grandangolare tentativo di schiacciamento, e poi si avvia a lasciare il suo segno nella storia.

Snowden è la storia di un uomo che ha fatto una scelta etica e morale. Una storia americana che si aggiunge a quelle che Stone ci ha già raccontato, costruendo poco a poco la sua visione degli Stati Uniti: JFK, Nato il 4 Luglio, Gli Intrighi Del Potere - Nixon, Platoon, Wall Street e Natural Born Killers sono tutti pezzi dello stesso puzzle.

Ma è anche un film che non può evitare di essere giornalismo, quando sbatte in faccia allo spettatore l'orribile verità svelata dal protagonista. Nessuno ti osserva direttamente tramite i computer, lo smartphone o le migliaia di videocamere del mondo; ma in tanti potrebbero farlo anche solo per capriccio.

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L'adesivo della EFF dietro al notebook di Snowden

Lo ha fatto anche lo Snowden del film, preso da sospetti e gelosie verso Lindsay. Anzi proprio lo spionaggio non autorizzato verso di lei sarà la goccia che farà traboccare il vaso, spingendo Edward alla scelta che conosciamo.

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Snowden è troppo lento e troppo lungo, e personalmente credo che tagliando qui e là si sarebbero potuti recuperare almeno 30 minuti. Il regista ha rinunciato alle acrobazie di gioventù ma non ha perso la sua abilità di narratore: qualcuno potrebbe dirvi che Oliver Stone ancora una volta ha tralasciato dettagli importanti, che ha raccontato cose già note senza apportare un contributo rilevante. Eppure proprio questa è la qualità principale di questo film.

Ma raccontare questa storia con una lingua cinematografica efficace è già di per sé un contributo rilevante, e da questo punto di vista Snowden è ben riuscito. Anche l'occhio vuole la sua parte naturalmente, e ci sono un paio di sequenze che incantano per la messinscena, il movimento di camera, la costruzione prospettica. Il cinefilo avrà la sua piccola soddisfazione, in particolare con l'elegante passaggio dall'attore Gordon-Levitt al vero Snowden, che per qualche attimo ti lascia spaesato.

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Un film intelligente e impegnativo che vale la pena di vedere, anche se avete seguito con attenzione la vicenda di Snowden e sapete che cosa ha rivelato al mondo. Se siete tra quelli che ci hanno capito poco o niente, invece, dovreste considerarlo una visione obbligatoria.

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