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Assassin’s Creed Odyssey e il perfetto Oplita, tra gioco e realtà

Con questo speciale su Assassin's Creed Odyssey vogliamo focalizzarci sulla realtà storica dietro il titolo, analizzando i differenti equipaggiamenti effettivamente a disposizione degli uomini d’armi della seconda guerra del Peloponneso.

Tra i tanti contenuti di Assassin’s Creed Odyssey, uno dei più gradevoli dal punto di vista del giocatore è sicuramente la vastità di armi e armature a disposizione del personaggio principale, caratterizzate da differenti animazioni, velocità, danno e rarità. Con questo speciale vogliamo focalizzarci sulla realtà storica dietro il titolo, analizzando i differenti equipaggiamenti effettivamente a disposizione degli uomini d’armi della seconda guerra del Peloponneso.

L’umiltà del soldato

Una prima, fondamentale premessa sta nel fatto che come molti già immaginano, le armi scintillanti e piene di decorazioni e dettagli di cui tutti i videogiochi sono solitamente pieni non rappresentano affatto strumenti realmente utilizzati dai soldati in nessuna epoca storica. Questo non vuol dire che i modelli canonici a cui l’immaginario collettivo è abituato (a partire da quanto solitamente si ammira in film, fumetti, videogiochi e musei) sia un falso storico. Bisogna sempre tenere a mente che il corredo marziale rappresenta in quasi tutte le civiltà un cosiddetto status symbol, appunto un simbolo di appartenenza sociale, una silente ma esplicita dimostrazione di forza.

Da qui è facile intuire che l’opulenza nelle decorazioni, la presenza di pietre preziose o di particolari trame e dettagli è un elemento ricorrente in moltissime armi ed armature di qualsiasi epoca, svolgendo però il più delle volte un ruolo cerimoniale e ben poco pratico. D’altronde l’utilizzo che viene fatto in battaglia del proprio equipaggiamento risulta essere il miglior modo per distruggere e rovinare irrimediabilmente qualsivoglia spada o picca ed inoltre un’armatura con pietre incastonate para il colpo allo stesso modo della controparte più semplice, con lo svantaggio di poter perdere le suddette pietre in qualsiasi momento.

A prescindere comunque dall’eventuale utilizzo di un’arma particolarmente decorata o meno, risulta evidente che il grosso di un esercito non possa essere equipaggiato se non in maniera funzionale e semplice. L’antica Grecia non faceva eccezioni in tal senso, con buona pace dei giocatori più incalliti di AC Odyssey.

La seconda guerra del Peloponneso vede ancora come schieramento principale quello della falange oplitica, in particolare la falange oplitica greca, resa famosa dal modello spartano. È necessario sottolineare che l’oplita greco non è l’unico archetipo, essendosi successivamente evoluto nell’oplita ificrateo e ancora più avanti nell’oplita macedone. Punto centrale di entrambe le successive modifiche risultò essere la maggiore mobilità e duttilità degli opliti ificratei e macedoni, rispetto alla scarsissima attitudine al movimento delle falangi “tradizionali”.

Per quel che concerne l’oplita greco, la maggior parte delle fonti a noi pervenute sono, oltre ai reperti dell’epoca (la cui datazione non è sempre facile), le pitture decorative di vasi e anfore, nonché le testimonianze scritte. Paradossalmente sono proprio le ultime due le più utili per capire l’effettivo utilizzo di armi e corazze, nonché la diffusione delle stesse.

L’elmo corinzio

La falange greca del V secolo a.C. utilizzava principalmente il bronzo per gli strumenti di difesa ed il ferro per quelli di offesa (punte delle lance e lame delle spade). L’evoluzione delle corazze nel periodo esaminato risulta essere particolarmente vivace, al contrario di quella offensiva, che si smosse principalmente con l’avvento degli opliti ificratei. Un primo grande strumento di difesa a disposizione della falange era l’elmo. Contraddistinto, almeno per quel che concerne i gruppi più facoltosi di soldati, da voluminosi crinieri e pennacchi (come testimoniato dal poeta lesbio Alceo), il modello tipico era quello corinzio.

Si tratta di un elmo di bronzo, solitamente costruito in un unico pezzo, caratterizzato dalla presenza di paragnatidi – ovverosia “paraguance” – che andavano a coprire quasi l’interezza del volto, presentando solo una fessura frontale a forma di “T”. L’elmo corinzio, utilizzato successivamente anche da altre popolazioni, è entrato nell’immaginario collettivo (primo tra tutti in quello del valoroso spartano), pur non essendo né l’unico elmo dell’epoca e neanche il più utilizzato in assoluto, visti anche i suoi alti costi di realizzazione.

Non si può poi non menzionare l’elmo frigio, con la sua caratteristica punta, tale da ricordare l’omonimo berretto utilizzato dalle popolazioni della zona macedone-albanese. Molto utilizzato anche l’elmo illirico, simile per alcuni aspetti a quello corinzio ma privo di coprinaso e dotato quindi di un’apertura frontale molto più ampia. Infine una menzione d’onore all’elmo attico, sviluppato e creato in Grecia ma portato a chiara fama dalle legioni romane (anche per colpa delle produzioni artistiche ed iconografiche successive, che ne hanno sinceramente abusato) e contraddistinto da paragnatidi separati, fissati con dei perni semimobili.

Un aspetto di differenza tra AC Odyssey e il guerriero dell’epoca è, indubbiamente, la grande presenza di vesti, corsetti, armature, bracciali e quant’altro. Bisogna tenere bene a mente che gli schieramenti di allora spesso e volentieri non erano altro che gruppi anche abbastanza disorganizzati di uomini dotati di elmo, lancia e scudo. L’armatura completa, pur se presente e utilizzata, era un vero e proprio lusso, considerando anche il fatto che l’equipaggiamento del soldato era a spese di quest’ultimo. Addirittura, considerando che lo scudo veniva posto sul lato sinistro del guerriero (allacciandolo attorno al corpo e quasi mai tenuto frontalmente o con la mano sinistra, che veniva utilizzata per tenere a due mani la lancia), l’oplita spesso e volentieri indossava un solo schiniere sulla gamba destra, sovente di cuoio, che altrimenti risultava essere l’unica parte completamente scoperta.

Lo scudo, componente un po’ bistrattata per esigenze di gameplay, era invece essenziale nella falange – quasi tutti ricorderanno il piccolo sermone di Leonida in 300 – che come già anticipato lo utilizzava raramente in posizione frontale. L’ingombrante lancia oplitica, la quale nella formazione classica era lunga più di due metri, veniva portata con entrambe le mani durante la marcia, di talché la falange, coperta sulla sinistra dallo scudo, avanzava (con difficoltà visto il peso dell’armamento) quasi sempre di sbieco, verso destra. Gli scudi inoltre, almeno nelle illustrazioni pittoriche dell’epoca e sulla base dei ritrovamenti archeologici, decorati con simboli ed incisioni, risultando essere tra gli oggetti più “artistici” nel corredo oplitico.

Tra lancia e spada

Per quanto concerne le armi, come accennato, la profusione di spade, asce e quant’altro vista nel videogioco rappresenta sì la riproduzione di archetipi e modelli esistenti, ma quasi sempre destinati ad uso cerimoniale oltre che poco precisi dal punto di vista storico. L’arma principale dell’oplita, presente in varie versioni anche in Odyssey, è la lancia – la cosiddetta dory. Nel gioco è presente anche il pilum romano, evidente forzatura storica se si considera che le prime testimonianze del celeberrimo ibrido tra giavellotto e lancia dell’antica Roma risalgono al IV secolo a.C. e sono precipuamente esclusive delle armate dell’Urbe.

Discorso analogo anche per la sarissa, la cui versione videoludica è nettamente più piccola – quella storica era lunga dai 6 ai 7 metri – ed improbabilmente presente nel contesto della guerra peloponnesiaca, laddove questo tipo di arma fu introdotta a partire dal IV secolo a.C. ed esclusivamente in Macedonia. Va detto che un primo prototipo, questo di origine greca, è da attribuire alla falange di Ificrate, famoso condottiero ateniese che introdusse una lancia più lunga, la quale sommata ad una formazione obliqua, riusciva a colpire con forza e in anticipo le più antiquate formazioni tradizionali.

Infine, chiaramente, il gioco si prende molte libertà per quel che concerne le spade. Basti pensare al gladio di Ercole, vero e proprio mix di culture e iconografie (il gladio è arma spiccatamente romana, sicuramente mai arrivata in Grecia prima della stessa invasione, e certo mai attribuita nelle rappresentazioni eroistiche al famoso semidio, il quale di solito è ritratto con una semplicissima mazza nodosa). Nella realtà, per quel che concerne il periodo della seconda guerra del Peloponneso, la dotazione standard dell’oplita greco consisteva in una spada a doppio taglio, la xiphos, fabbricata sia a “foglia larga” che più stretta, ma sempre con punta acuminata, in maniera da essere efficace anche in stoccata. Lo xiphos era una spada corta, di circa 60 centimetri, ed addirittura la falange greca adottava versioni ancora più piccole, essendo previsto il suo utilizzo solo nel caso in cui la dory non servisse più al suo scopo (ossia nella mischia serrata).

La celeberrima anfora che ritrae Achille e Aiace che giocano a dadi (o forse ad aliossi)

La cavalleria invece, a detta di Senofonte, utilizzava la makhaira, una versione curva e tozza, quasi un coltello a costola piegata, anch’esso piuttosto comune nell’immaginario collettivo. Omero nell’Iliade descrive con grande dovizia di particolari alcuni ornamenti tipici delle guardie delle spade greche, il che potrebbe cozzare con il discorso fatto precedentemente, ma che in realtà non fa altro che confermarlo. Le spade degli eroi omerici erano strumenti degni di re e principi (la spada con manico d’oro di Agamennone, quella con chiodi d’argento di Achille), certo non le armi di centinaia di soldati, a volte addirittura tramandate con fatica di padre in figlio.

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