L'industria dell'intrattenimento sembra aver dimenticato una regola fondamentale del business: dare al pubblico ciò che desidera. Mentre cinema e TV continuano a trascurare i talenti originali dei videogiochi nelle loro trasposizioni, i dati raccontano un’altra storia. Quando HBO ha scelto di coinvolgere Ashley Johnson in The Last of Us, l’attrice è diventata la persona più cercata su IMDb al momento dell’uscita della serie, nonostante il suo ruolo fosse diverso rispetto a quello di Ellie nel gioco.
Il paradosso delle trasposizioni moderne
Aliona Baranova, performance director di Baldur’s Gate 3, ha sollevato una questione cruciale durante il Tampa Bay Comic Convention: perché ignorare un pubblico già affezionato e partecipe? La risposta sembra risiedere in un pregiudizio duro a morire, secondo cui gli attori dei videogiochi sarebbero interpreti “di serie B”, non adatti al grande o al piccolo schermo.
Il caso The Witcher è emblematico. Doug Cockle, voce storica di Geralt nei videogiochi, è stato completamente escluso dalla serie Netflix, che ha preferito Henry Cavill, poi uscito di scena tra mille polemiche. Eppure, la stessa Netflix ha coinvolto Cockle nel film animato dedicato a The Witcher, sottolineando così l’incoerenza delle scelte produttive.
Oltre la voce: il talento invisibile
La questione non si limita alla voce. Gli attori coinvolti nei videogiochi moderni non si limitano a leggere righe di dialogo: offrono interpretazioni fisiche e complete grazie al motion capture, lavorano sulle espressioni facciali, costruiscono il personaggio insieme agli sviluppatori. Baranova, che ha collaborato anche a Cyberpunk 2077 e Lies of P, ricorda che molti di loro provengono dal teatro e hanno alle spalle una formazione attoriale rigorosa.
Nonostante ciò, il pubblico che segue con passione questi professionisti viene sistematicamente ignorato da un sistema che fatica a vedere i videogiochi come narrativa “alta” o degna di continuità artistica tra medium.
Un’occasione mancata nel boom delle trasposizioni
Eppure, ci troviamo nell’epoca d’oro delle trasposizioni videoludiche. I successi di Super Mario Bros., Sonic, Fallout e The Last of Us hanno dimostrato il potenziale economico e culturale del settore. Eppure, progetti come Arcane continuano a escludere anche nelle versioni animate gli interpreti dei giochi originali, spezzando il legame emotivo con il pubblico.
La domanda di Baranova, in questo contesto, è più attuale che mai: se i fan chiedono a gran voce di rivedere i volti e le voci che amano, perché ignorarli? Il problema è culturale: l’industria tradizionale vede ancora il mondo videoludico come un’anticamera del vero spettacolo, quando invece i ruoli si stanno ormai ribaltando.
Con numerosi adattamenti in arrivo nel 2025 e oltre, c’è ancora tempo per cambiare rotta. Riconoscere il valore degli attori che hanno contribuito al successo di questi franchise non è solo una questione di gratitudine: è una mossa intelligente per fidelizzare un pubblico che non aspetta altro.