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Pro
- Direzione artistica di encomiabile fattura.
- Ritmato e con un pacing "moderno".
- Squisitamente genuino nei contenuti.
- Un JRPG nel più classico dei termini.
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Contro
- Alcuni contenuti sono stati inevitabilmente tagliati.
- Non è un mostro di varietà.
Il verdetto di Tom's Hardware
Informazioni sul prodotto
Ci sono remake che sembrano operazioni nostalgia, e poi ci sono quelli che assomigliano a un restauro architettonico fatto con scalpello, lente d’ingrandimento e una certa dose di coraggio.
Dragon Quest VII Reimagined rientra decisamente nella seconda categoria. Non è solo una rinfrescata grafica, né una semplice riproposizione per un pubblico distratto dalla modernità: è il tentativo, riuscito ma non indolore, di rendere accessibile nel 2026 uno dei capitoli più mastodontici e divisivi dell’intera saga di Yuji Horii.
Dopo aver celebrato il proprio catalogo con riedizioni sempre più curate, Square Enix torna su un episodio storicamente poco conosciuto in Europa ma amatissimo da una fetta di fan di lunga data. E lo fa con un intervento chirurgico che tocca ritmo, struttura e persino contenuti, oltre a un comparto visivo che rappresenta la vera dichiarazione d’intenti del progetto. Noi lo abbiamo giocato su PS5, ma l’esperienza resta sostanzialmente allineata anche sulle altre piattaforme di attuale generazione.
Il piacere della scoperta
Dragon Quest VII parte da un’idea semplice, quasi disarmante nella sua purezza: cosa succede quando il mondo che conosci è grande quanto una manciata di sabbia? Estard è una minuscola isola, un microcosmo autosufficiente dove la vita scorre prevedibile, ordinata, rassicurante. Forse troppo.
Il protagonista senza nome, figlio di un pescatore, vive questa quotidianità insieme all’amico Kiefer, principe del regno, e a Maribel, figlia del sindaco del villaggio. Un trio che sembra uscito da un manuale di archetipi JRPG, e che invece funziona proprio perché incarna quella fase della vita in cui la curiosità è più forte della prudenza. La scoperta di un frammento di mappa, recuperato dal mare, diventa la scintilla che accende tutto. Possibile che oltre Estard non esista nulla? O il mondo è stato, in qualche modo, dimenticato?
La struttura narrativa ruota attorno a questa domanda. Di frammento in frammento, isola dopo isola, il mondo viene letteralmente ricostruito. È un processo che ha qualcosa di archeologico e qualcosa di poetico: riportare alla luce terre scomparse significa anche riportare in superficie storie, conflitti, rimorsi, tragedie. Nonostante personaggi spesso stereotipati e motivazioni di base piuttosto semplici, i racconti locali che punteggiano l’avventura riescono sorprendentemente a colpire. Senso di colpa, vendetta, giustizia, perdono: Dragon Quest VII non alza mai la voce, ma sa dove premere per lasciare il segno.
Rispetto alla tradizione della serie, mai celebre per trame particolarmente complesse, questo capitolo si conferma tra i più riusciti sul piano tematico, appena sotto l’undicesimo episodio per coesione e impatto emotivo.
Un ritmo che invoglia a ballare
Se c’è un aspetto su cui Reimagined interviene in modo radicale, è il pacing. L’originale per PlayStation era famoso, o famigerato, per la lentezza dell’introduzione: ore di dialoghi, esplorazione e preparazione prima di vedere un vero combattimento. Un approccio figlio di un’epoca diversa, oggi difficilmente digeribile.
Hexadrive, con il supporto di Square Enix, ha operato tagli netti. Dialoghi superflui ridotti, introduzione compressa, accesso agli scontri anticipato di molto. A questo si aggiungono indicatori di missione, miglioramenti alla leggibilità delle aree e la possibilità di velocizzare i combattimenti a turni. Tutto contribuisce a rendere l’esperienza più fluida, meno ostile verso chi non ha più decine di ore da investire in fasi interlocutorie.
Il risultato è tangibile: una run da circa quaranta ore restituisce un’esperienza paragonabile, per densità, alle oltre settanta richieste in passato. Non è solo una questione di durata, ma di distribuzione dell’attenzione. Si passa meno tempo a cercare dove andare e più a vivere le singole storie.
Il rovescio della medaglia esiste. Diversi contenuti sono stati rimossi, tra aree esplorabili e attività collaterali come il Ranch dei Mostri. È una perdita che i puristi noteranno, e che riduce una parte di quell’enorme senso di abbondanza che caratterizzava il titolo. Ma è una scelta coerente con la filosofia del progetto: snellire un colosso che, nella sua forma originale, rischiava di respingere proprio il pubblico che questa riedizione vuole avvicinare.
Tradizione allo stato puro
Sul piano ludico, Dragon Quest VII Reimagined non nasconde sorprese. È un JRPG a turni classico, quasi didattico nella sua impostazione. Party, magie, abilità, progressione lineare, grinding sempre dietro l’angolo, seppur mitigato. Chi arriva da produzioni moderne, occidentali o giapponesi, abituate a ibridazioni e sistemi complessi, potrebbe percepirlo come datato.
Eppure, in questa semplicità c’è una forma di chiarezza progettuale rara. Le regole sono leggibili, la curva di apprendimento è morbida, il sistema di classi e abilità offre comunque spazio alla personalizzazione. L’aggiunta di un livello di difficoltà completamente modulabile, con controllo indipendente su danni, esperienza e denaro ottenuto, è una trovata intelligente che amplia l’accessibilità senza snaturare l’impianto.
Non è il titolo da cercare per innovazione o profondità sistemica. È quello da scegliere quando si vuole un’avventura ampia, rassicurante nelle meccaniche, capace di alternare leggerezza e momenti più amari senza perdersi in sovrastrutture.
Un mondo di diorami digitali
Il vero colpo d’occhio arriva dal comparto visivo. L’idea di creare miniature fisiche dei personaggi per poi digitalizzarle e inserirle nel gioco dona a Reimagined un’identità fortissima. L’effetto è quello di un enorme diorama animato, dove ogni villaggio sembra un modellino curato a mano.
Il character design di Akira Toriyama resta il cuore pulsante dell’estetica. I personaggi hanno una presenza quasi “tattile”, più credibile rispetto al passato ma senza perdere l’impronta stilistica originale. Su PS5 il risultato è pulito, colorato, lontano anni luce dal grigiore fotorealistico che domina molte produzioni contemporanee.
Il bestiario, gli incantesimi, le animazioni richiamano costantemente la tradizione della serie. Lo stesso vale per la colonna sonora, con temi iconici che tornano come punti di riferimento sonori, quasi fossero segnalibri emotivi per i fan di lunga data.
Ha senso nel 2026?
Dragon Quest VII Reimagined è un’operazione che basa tutto sull'equilibrio. Da una parte c’è il rispetto per un classico monumentale, dall’altra la necessità di adattarlo a un pubblico con tempi, abitudini e aspettative diverse. Il risultato è un gioco più compatto, più leggibile, visivamente affascinante, ma anche meno “ingombrante” rispetto all’originale.
Non è il JRPG che ridefinisce il genere. Non è quello che spinge l’hardware al limite. È, piuttosto, una grande enciclopedia giocabile dello spirito Dragon Quest, confezionata in una forma finalmente sostenibile per il presente.
Chi cerca drammi epici, personaggi psicologicamente stratificati o rivoluzioni nel gameplay potrebbe restare deluso. Chi invece desidera un’avventura ampia, colorata, costruita attorno al piacere della scoperta e a una tradizione ludica cristallina, troverà qui un compagno di viaggio sorprendentemente solido. Un mondo ricostruito pezzo dopo pezzo, come un ricordo che torna nitido dopo anni.