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Gli zombie fanno schifo

Pagina 3: Gli zombie fanno schifo

Gli zombie fanno schifo

Gli sviluppatori cercano di salvare la faccia e aggiungono il sistema di crescita del personaggio assieme alle abilità da sbloccare, anche se con grande ritardo. Ma ancora una volta si tratta di uno specchietto per le allodole.

Il gioco continua ad essere aggiornato, ma tutti i problemi più gravi rimangono. Gli zombie si incastrano praticamente ovunque e riescono a colpire il giocatore da immani distanze nemmeno fossero la versione non morta di Mr. Fantastic, mentre gli equipaggiamenti restano fin troppo difficili da trovare.

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Ciliegina sulla torta, Infestation: Survivor Stories è un titolo a pagamento ma contiene microtransazioni invasive all'inverosimile. Infatti, il negozio del gioco consente di acquistare molti oggetti, ma a prezzi carissimi e se qualche giocatore riesce, dopo ore di gioco o spendendo soldi veri, a ottenere un buon equipaggiamento, questo può essere perso in un istante.

Il contenuto dell'inventario infatti può essere rubato da qualsiasi giocatore, anche quello comprato. Questa scelta è anche sensata per un titolo con morte permanente: in questo modo gli acquisti risultano limitati, ma The War Z è anche un covo di hacker e vedere il proprio equipaggiamento rubato da un cheater non è certamente il massimo del divertimento, soprattutto se acquistato con valuta reale.

A tutto ciò si aggiunge la totale assenza di qualsivoglia missione o attività da svolgere, eppure gli sviluppatori lo chiamano MMO…

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The War Z perde il nome, ma non i bug

Insomma, questo era The War Z ed è oggi Infestation: Survivor Stories. Il cambio di nome è solo un maldestro tentativo di lasciare alle spalle tutta la cattiva pubblicità guadagnata. Il gioco è infatti ancora acquistabile su Steam, ma con appena 100 giocatori giornalieri è diventato il perfetto esempio di cosa può andare storto quando si decide di finanziare un gioco nelle fasi iniziali dello sviluppo. 

Lo scopo di Infestation è solo quello di “infestare” il portafoglio del giocatore e dimostra che non tutte le persone che sviluppano videogiochi lo fanno per passione, ma solo per il proprio tornaconto.