Editoriale

I videogiochi mi stanno salvando da un momento difficile

La pandemia globale che stiamo affrontando non sta causando unicamente problematiche economiche, ma sta colpendo molte persone da un punto di vista prettamente psicologico. Se nei primi mesi tutto questo mi è sempre sembrato un’esagerazione, mi sono immediatamente dovuto ricredere nell’ultimo periodo, dove le festività e l’allontanamento da amici e persone care mi hanno causato un cortocircuito mentale, portandomi a vivere uno dei periodi più bui e desolanti della mia giovane vita.

Quello che è accaduto, senza entrare troppo nello specifico, è un qualcosa che pochi saprebbero spiegare, ma che tanti possono comprendere: la vita va relativamente bene, non succede nulla di particolarmente negativo e sembra andare tutto per il verso giusto, ma un giorno, non sai il perché e non sai come, ti ritrovi a essere immerso in un vortice di tristezza e malinconia.

Di questo disagio ne soffrono milioni di persone in tutto il mondo, dando origine a depressione, crisi di panico, ansia negativa e momenti di pura distruzione fisica e mentale. Questo porta a vivere male: dormire e mangiare poco, percepire una costante tristezza e poca voglia di fare; non si supera con facilità e in situazioni più gravi richiede una cura farmacologica.

La prima mossa da fare è senz’altro quella di sentire e confrontarsi con uno specialista, una persona che è in grado di ascoltare e di consigliare in modo tale da guidarci e scoprire dove possiamo migliorare e cosa ci rende tanto vulnerabili. È un percorso lungo, non si supera in poche settimane e la maggior parte del lavoro dipende solo ed esclusivamente da noi.

Non sono il tipo di persona che ama esporsi in maniera pubblica su situazioni personali, ma in questo caso ho voluto fare un’eccezione, perché ciò che ho vissuto, e sto in parte vivendo, può essere uno spunto interessante per parlare della mia grande passione, nonché il mio lavoro: i videogiochi e di come questi ultimi mi stanno aiutando a superare questo complicato momento.

Durante le festività, praticamente isolato e in una condizione psicologica altalenante mi sono sentito perso, solo e, di conseguenza, impaurito. Non c’è stato nulla che mi stimolasse davvero ad alzarmi dal letto e riprendere in mano la mia vita, ma per fortuna in mio soccorso è arrivato un fedele alleato che in passato ha saputo già “salvarmi” da condizioni sociali poco piacevoli: il videogioco.

Il tutto è iniziato a gradi, c’è stato un momento in cui anche accendere la console, la TV o il PC stava diventando complicato, per questo motivo ho evitato di riprendere con titoli lasciati nel backlog quali Assassin’s Creed Valhalla o GreedFall, puntando principalmente a giochi leggeri come Immortal’s Fenyx Rising, Luigi’s Mansion 3 o, banalmente, qualche partita a FIFA.

Il concentrarsi su qualcosa di diverso mi ha profondamente aiutato, passo dopo passo, ad alleviare l’ansia riuscendo a dominarla dopo circa 64 giorni dall’inizio della mia crisi personale. Una settimana fa, finalmente, sono riuscito ad avviare Hitman 3 e giocare qualcosa di più impegnativo e meno “colorato”, cosa che mi ha permesso di riflettere su come le opere videoludiche riescano realmente ad aiutare in un momento difficile, offrendo l’opportunità di “incontrare” persone online e poter comunicare attraverso il gioco.

Mesi fa si è molto parlato di Animal Crossing New Horizon e dell’aiuto che ha saputo dare a milioni di persone con la sua isola virtuale, più o meno è stato lo stesso con me con giochi diffrenti, tra cui uno in particolare che mi ha davvero aiutato: Satisfactory. Ho passato anni a giocare con mio fratello a titoli dal calibro di Diablo II, Soldier of Fortune, Minecraft, Sacred e così via, poiché era una cosa che mi aiutava. Fare lo stesso, ma con un gestionale mi ha saputo distrarre, rilassarmi e allo stesso tempo concentrarmi per capire come sviluppare una determinata linea di produzione – per chi non lo sapesse, Satisfactory richiede la costruzione di una serie di fabbriche per produrre materiali di svariato genere.

La situazione mi ha persino convinto a sperimentare la realtà virtuale, una tecnologia che mi ha sempre stregato, ma di cui non ho mai avuto il coraggio economico per fare il primo passo e provarla in maniera concreta. L’acquisto di un Oculus Quest 2 e la possibilità di provare una delle opere videoludiche più importanti degli ultimi anni – Half Life Alyx – mi ha saputo finalmente far tornare il sorriso, un po’ come quella sensazione di scoperta che si ha quando si è bambini.

Ora le cose sono drasticamente migliorate, anche se non ancora risolte. Nella mia vita ci sono stati diversi momenti di incertezza e probabilmente ce ne saranno ancora tantissimi, ma il poter spegnere il cervello e giocare per puro svago e non necessariamente per lavoro, mi ha permesso di ripensare alle cose belle che la vita ha da offrire e poter pensare in maniera più serena, dopotutto anche l’OMS lo ha dichiarato che non c’è svago migliore di videogiocare, soprattutto in un momento come questo.

Ho voluto trasformare questo sfogo in un piccolo editoriale per portarvi prima di tutti una mia testimonianza concreta su come i videogiochi possano davvero dare una mano in un momento estremamente complicato e in secondo luogo per entrare in contatto con voi lettori in maniera più “umana” rispetto ai classici filosofismi legati all’intrattenimento.

Oltre a questo, ricordatevi sempre che se credete di non stare bene o avete bisogno di sostegno, le opere videoludiche con le loro storie, i loro mondi e gli incredibili personaggi che ne fanno parte, possono aiutarvi. Ma devono essere solo una parte di un processo, che deve necessariamente seguire una cura che passi prima di tutto da uno specialista e da un percorso che vi possa consentire di tornare a vivere come, se non meglio, di prima. Ricordatevi che camminare e poter stare all’aria aperta rimane uno dei primi aiuti importanti che ci possano essere.

Per tutto il resto, sappiate che le nostre passioni sono importanti a darci una spinta e a tenerci galla anche quando pensiamo che ci sia qualcosa che ci tiri a fondo. L’importante è rendersene conto e provare quantomeno a darci una possibilità per uscirne.