Editoriale

Non ci resta altro da giocare che Resident Evil Village

Ora che Resident Evil Village è finalmente disponibile, e tutti abbiamo scoperto il ruolo di Alcina Dimitrescu al di fuori dei sogni bagnati della Rule 34 di internet, una grande e gravosa domanda è tornata a capeggiare sulla testa di quanti – ovvero i più – hanno utilizzato il fine settimana dell’uscita per finire il gioco.

Perché sì. Diciamocelo, per quanto rigiocabile e ben strutturato, Resident Evil Village è un titolo che molti sembrano aver letteralmente divorato, complice forse una durata non proprio estesa, ma comunque in linea con qualsiasi altra produzione “lineare” di alto profilo. Non è un male, non sto dicendo che sarebbe dovuto durare di più (non ci ho neanche giocato), semplicemente presuppongo – almeno a leggere nella mia bolla social – che un buon 90% di quelli che lo ha acquistato lo abbia già finito, e questo è un fatto.

Ma torniamo a quella domanda. La gravosa domanda di cui sopra: e adesso che faccio?

Perché, se da un lato non possiamo che festeggiare l’uscita del nuovo titolo Capcom, giustamente osannato in ogni dove per la sua bellezza e la sua bontà, dall’altro lato dobbiamo anche constatare che archiviato Village ci resta ora molto poco da giocare e, soprattutto, le produzioni di richiamo sono praticamente disperse in un mare di date TBA che – speriamo – il prossimo E3 potrà finalmente svelare.

Non prendiamoci in giro: sull’orizzonte delle uscite ci sono, al momento, giusto tre titoli che hanno un’uscita vicina, imminente e che possono in qualche modo richiamare l’attenzione, ovvero Mass Effect Legendary Edition, Biomutant e ovviamente Ratchet & Clank: Rift Apart, sebbene quest’ultimo sarà solo appannaggio dei giocatori PlayStation 5, e dunque ingiocabile per tutti i poveri “plebei old gen”. Ben chiaro che non ho giocato nessuno dei tre titoli, e di Biomutant ho solo un lontano ricordo risalente ad una conferenza stampa a cui partecipai a una Gamescom di almeno 4 anni fa.

E 4 anni sono tanti, tanto che nel mondo dei videogame ti sembra un po’ come pensare alla preistoria, visto che in termini di intrattenimento in quattro anni può davvero succedere di tutto, tipo – giusto per fare un esempio – può arrivare una pandemia e succede quello che non era mai successo prima: l’intrattenimento si ferma e, con esso, si fermano un mucchio di altri settori legati al tempo libero, e non solo, in quella che è una situazione che finirà senza dubbio sui libri di storia.

Mass Effect Legendary Edition

Mass Effect Legendary Edition e Biomutant si diceva: il primo è una remastered che, per quanto affascinante, richiama alla memoria uno degli editoriali che scrissi al mio esordio su Game Division dove, senza mezze misure, vi ho raccontato cosa penso delle remastered in linea di massima, ovvero che così come sono concepite sono inutili e poco più.

Il secondo, Biomutant, è un gioco dal concept strampalato che, ad oggi, è ricordato (in bene) per l’approccio del suo team di sviluppo al lavoro, nel rispetto degli spazi e della vita dei dipendenti e senza alcuna pressione per lo sviluppo. Biomutant è un videogame dallo spirito “solidale” se vogliamo, che nella volontà di evitare il crunch nello sviluppo (leggasi: momenti in cui i team devono lavorare 24 ore per periodi lunghissimi per non bucare le consegne), è finito per essere rimandato così tante volte che, probabilmente, rischia in qualche modo di uscire già vecchio, se non comunque travagliato.

Spero di sbagliarmi, ma l’esperienza mi fa comunque sperare… male. Sono titoli di richiamo? Nì, nel senso che il primo ha un numero di fan che sicuramente non mancherà di riacquistarlo per l’ennesima volta, per il puro piacere di rievocare ricordi piacevoli e oggi assopiti, il secondo è semplicemente un titolo il cui successo o fallimento sarà deciso dalle prime recensioni che arriveranno in rete, come spesso succede per prodotti simili che, per quanto carichi di personalità, difficilmente si sposano con il clamore del pubblico… e questo è un fatto.

Insomma, passato Resident Evil Village, pur chiaro che usciranno un sacco di giochi di piccole e medie dimensioni che potrebbero (come no) catturare la vostra attenzione, la verità è che non ci sono all’orizzonte uscite di spessore e sembra, anzi, che manchi addirittura l’intenzione di comunicare alcunché. Non è una situazione che giudicherei “anomala”, perché con il COVID alle spalle, e purtroppo con la pandemia che ancora è lungi dalla parola “fine”, il mondo del videogame è ancora sofferente, piegato e sostanzialmente rallentato da un problema che, stando almeno alle ultime parole di Hiroki Totoki, direttore finanziario di Sony, parrebbe oggi insormontabile: la produzione.

Non ci sono le risorse per mettere in sesto la produzione hardware e, di conseguenza, non c’è certezza che tutti quelli che vogliono una PlayStation 5 o una Xbox Series X potranno avere la loro console entro la fine di quest’anno. Totoki, addirittura, si è azzardato a dire che tale situazione terminerà solo con la fine del 2022, lasciandoci intendere che con il COVID si sono persi quindi non 1, ma ben e anni di marcia, creando una crepa nel settore che, allo stato attuale, sembra inarginabile. Questo cosa significa?

Significa che l’orizzonte delle uscite, per quanto potrà andare a mano a mano rimpinguandosi di nomi di un certo calibro, ci lascerà comunque per lunghi periodi senza titoli di spessore perché, come immaginerete, è plausibile presupporre che i principali tripla A del mercato, frequentemente legati a situazioni di esclusività delle uscite, siano ora strettamente legati alle console di nuova generazione questo perché, visti i tempi di sviluppo dei giochi odierni, non parliamo semplicemente di giochi che hanno mosso i primi passi nella programmazione nel periodo immediatamente precedente al dicembre 2019 (ovvero l’inizio del COVID nel mondo in via ufficiale), ma più plausibilmente ancora prima, quando cioè i kit di sviluppo di PS5 e Xbox Series X sono arrivati negli uffici dei team di sviluppo.

Stiamo parlando di giochi next gen in sviluppo da anni, con costi mostruosi e team enormi che, come prevedibile, dovranno poi fare cassa con uscite roboanti, a prezzo pieno, ed acquistabili da ogni giocatore che abbia la console in casa. Ne viene da sé che allo stato attuale un’uscita del genere sarebbe improbabile, poiché la base installata è così inadeguata che, probabilmente, il gioco non varrebbe la candela. In tal senso è ammirevole il coraggio di Sony nel far uscire Ratchet & Clank: Rift Apart, ovvero il suo primissimo prodotto di richiamo, il prossimo 11 giugno, accollandosi un rischio notevole in termini di vendite.

Ratchet e Clank Rift Apart

Il gioco, intendiamoci, venderà come il pane, ma sarà comunque destinato ai soli giocatori PlayStation 5 che, se prendiamo per buoni gli ultimi dati di vendita, corrispondono a circa 7 milioni e mezzo, ovvero il numero di unità vendute in tutto il mondo dal lancio, mentre tutti gli altri lo acquisteranno a prezzo scontato, non perché vogliano ma perché, per come funziona il mercato dei titoli non-Nintendo (ovvero gli unici che restano stabili nel loro valore anche a distanza di anni), i videogame tendono a deprezzarsi nell’arco di 3 mesi di un buon 10%, per poi crollare anche al 40-50% nel giro dei 3 mesi successivi. Restano invenduti, e quindi store come Amazon cominciano a svenderli, per poi stabilizzarsi alla metà del loro prezzo per il restante ciclo di vita sugli scaffali. Ed anche questo è un fatto.

Ne viene da sé che per quanto possa andar bene, Ratchet & Clank: Rift Apart mi pare che difficilmente potrà soddisfare quelle che erano le previsioni originali di Sony, qualunque esse siano, dove per “originali” intendo quelle prospettive che l’azienda, plausibilmente, aveva prima dell’arrivo del COVID-19. Più realisticamente, sorpasserà ampiamente le ipotetiche e nuove previsioni di vendita della compagnia a cui, neanche troppo imprevedibilmente, seguiranno roboanti annunci di vendite stellari già nella prima settimana di uscita.

Ma del resto, come potrebbe essere altrirmenti? PlayStation 5 ha venduto tanto ma, semplicemente, non è in forze per vendere di più, perché le console scarseggiano, così come i materiali per poterne assemblare di nuove. Per farvi capire ancora meglio, e ben chiaro che PS5 non ha ancora concluso il suo primo anno di vita, PS4 vendette nel suo primo anno la bellezza di 18,5 milioni di console, ovvero oltre il doppio di PS5, mentre allo stato attuale, la “old gen” di Sony conta la bellezza di 115.2 milioni di macchine vendute: un’enormità!

I dati, insomma, non giocano a favore delle uscite videoludiche del 2021, ed anzi se per la frangia di giocatori PlayStation c’è almeno un barlume di speranza, dato prima da Returnal e poi da Ratchet, per i giocatori Microsoft, se possibile, le cose sono anche peggiori, visto che la casa di Redmond non ha in cantiere, almeno nel breve termine, nessuna uscita che giustifichi l’acquisto, o quanto meno l’utilizzo, delle sue console.

In questo contesto, in cui le console next gen sembrano poco più di un desiderio bagnato, e con un calendario di uscite che pare sopravvivere grazie ad una sola uscita significativa per trimestre, coadiuvata di un mucchio di titoli minori e – spesso – dimenticabili, val la pena chiedersi quale sia la presa di posizione che il settore vuole prendere nei confronti dei suoi clienti, ovvero i giocatori.

Ad un anno dall’inizio della pandemia, invece di trincerarsi in una serie di risposte preconfezionate o in annunci scanditi non dalle date, ma dalla promessa che “ne sapremo presto di più”, l’industria del videogame dovrebbe assumersi il coraggio di cominciare a regalarci certezze, nella stessa misura in cui sta cercando di fare quella del cinema che, allo stesso modo, aveva nel cassetto un mucchio di progetti messi in stand by e che, in più, si è dovuta accollare anche il problema di poter funzionare solo con gli spettatori in presenza, e dunque con un limite che il videogame non ha dovuto in alcun modo subire.

Returnal

Con l’E3 alle porte, il secondo in tempi di pandemia, dobbiamo sperare che l’industria voglia lanciare un segnale importante, proiettandosi verso una ripartenza che non dipenda squisitamente dalle PS5 e Xbox Series X, ma che cerchi – per quanto possibile – di ricordarsi che lì fuori ci sono ancora milioni di giocatori che non solo non hanno le nuove console, ma che forse non hanno neanche voglia di sbattersi per acquistarle. Non è un disegno possibile, certo, perché si parla di un mercato che volente o nolente, deve macinare incassi, tuttavia penso che ora come ora basterebbe un segnale, o meglio un’azione di buona volontà, che ci lasci prospettare, o almeno assaporare, un ritorno alla normalità.

Speriamo, insomma, che l’E3 non sia l’ennesimo rimpiattino di false promesse, ma che sia un momento di annunci, di ritorni in pompa magna e, soprattutto, che sia il punto di ripartenza per l’intero settore dei videogame che, oggi come oggi, dopo essersi tanto sbattuto per farci acquistare delle console di cui è difficile innamorarsi (e per altro inutili allo stato attuale), ce le ha lasciate parcheggiare sulle mensole senza poi molto da giocare, senza nulla da attendere, e senza concederci nemmeno il dolce tormento dell’attesa.

Ok, Resident Evil Village è un capolavoro, e forse acquisteremo Mass Effect Legendary Edition (nonostante tutto) e magari qualche fortunato si potrà godere Rift Apart prima che i più se lo comprino, a fine anno, per 30€ su Amazon, ma noi altri, sfigatissimi giocatori old gen, che cosa dovremmo fare? No, sul serio, qualcuno potrebbe dirmi a che cosa dovremmo giocare ora che ho anche finito Monster Hunter?

Se avete una passione per il mondo di Resident Evil ma volete provare qualcosa di nuovo, perché non date un’occhiata a questo gioco da tavolo?