Editoriale

Non ci servono le remastered, ma ne abbiamo tremendamente bisogno

Abbiamo bisogno delle rimasterizzazioni? Sembrerebbe una domanda sciocca, che richiede solo una risposta secca, eppure alla vigilia dell’arrivo della rimasterizzazione di Mass Effect, la cui richiesta da parte del pubblico sembrerebbe avere ben pochi eguali, verrebbe da dire che mai, come ora, le remastered siano sulla cresta dell’onda, desiderate e richieste da buona parte dei videogiocatori della rete.

Del resto, quello relativo al ritorno dell’originale trilogia di Mass Effect è un movimento che è forse uno dei più fulgidi esempi del detto “Vox Populi, Vox Dei”. Difficilmente, infatti, ricordo un moto di voci così potente relativo ad una riedizione, fatta forse eccezione solo per il primo Soul Reaver anche se lì (una volta tanto mi vien da dire: purtroppo) nulla si è ancora concretizzato, e rivedere in azione Raziel e Kain pare più che mai un sogno destinato a restare per sempre nell’oblio delle terre di Nosgoth.

Mass Effect, dicevamo, torna quindi con clamore di pubblico, pur chiaro che non si tratta di un’opera di remake, ma di una rimasterizzazione che, al netto di alcuni improvement dichiarati da Electronic Arts, non offrirà altro che l’esperienza originale, con tutti i limiti del caso. Ora, senza voler spendere alcuna parola sulla qualità della rimasterizzazione di Mass Effect anche perché – ovviamente – non ci ho ancora messo le mani sopra, la cosa che genera curiosità è il modo in cui il mondo dei videogiocatori percepisce le remastered, e come queste vengono accolte dal pubblico in base a quello che è l’indice di gradimento del titolo.

Mi spiego meglio: ormai le rimasterizzazioni sono indubbiamente parte “dell’affare”. Laddove prima erano considerate un appuntamento speciale nel panorama delle pubblicazioni annuali, con pochi ma significativi titoli destinati alla riscoperta da parte di un pubblico più ampio, oggi come oggi sono quasi un cliché, tanto che oggetto di riscoperta sono anche dei titoli assolutamente glissabili (ieri come oggi) ma che, per qualche motivo, sono tornati alla ribalta nelle idee di sviluppatori e affini. Penso a prodotti come i vecchi giochi di Asterix, o Destroy All Humans, o anche il più recente Star Wars Republic Commando. Giochi che sono sicuramente scolpiti nella memoria di molti ma che, tutto sommato, non hanno alle spalle chissà quale prestigio. Il che, intendiamoci, non significa che siano mediocri o immeritevoli di essere ricordati, semmai val la pena chiedersi il senso dell’averli riproposti e quanto poi essi abbiano (o no) effettivamente venduto.

Ben chiaro che certi dati sono impossibili da ottenere e da analizzare, tutto questo circolino dovrebbe portarci a porci una domanda fondamentale: ma le remasterd ci servono davvero? O sono magari lo specchio di un’industria agli sgoccioli?

Partendo dal secondo assunto, che è poi una frase molto comune da leggere su social: no, una rimasterizzazione non significa che l’industria sia agli sgoccioli, né tanto meno che sia ormai povera di idee. O meglio, per una mera questione probabilistica è plausibile che siano uscite rimasterizzazioni buttate un po’ lì perché non si sapeva che altro fare, ma penso si tratti comunque di un’ipotesi molto remota. Più realisticamente, una rimasterizzazione può servire a fare cassa per progetti più grandi o, ancor più realisticamente, a sopperire alla domanda da parte dei videogiocatori di fruire sempre e comunque di un prodotto che risuoni o sembri nuovo. Sostanzialmente una rimasterizzazione, almeno secondo la mia personalissima ottica, è un’occasione comoda che alcuni team di sviluppo hanno per tenersi attivi sul mercato, producendo prodotti che non li tengano in un limbo produttivo che, chiaramente, può significare solo perdite.

Il punto, allora, è tornare a chiedersi se ci servono davvero, ed anche qui la risposta che possiamo darci è decisamente controversa ed oscilla tra l’ovvietà di un “no” ed un più sorprendente “sì”. Dal mio punto di vista penso che non ci servano davvero le rimasterizzazioni, ma ne abbiamo comunque un tremendo bisogno, ed è un bisogno che è legato strettamente alla digitalizzazione dei contenuti ed al modo in cui essi saranno preservati dal mercato console e, in minor misura, da quello PC.

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Destroy all humans!

Questo assunto è figlio di un evento un po’ triste di cui siamo già a conoscenza e che prenderà forma verso la metà di quest’anno, ovvero la chiusura degli store digitali di alcune piattaforme Sony come PSP e PS Vita. Ora, direte voi, si tratta di console che non sono mai state davvero sulla cresta dell’onda, soprattutto Vita, e la chiusura dei rispettivi store è una notizia che, per quanto malinconica, può essere archiviata molto velocemente. Eppure, la chiusura degli store, e l’ormai avvenuta dismissione delle console in sé, porta ad un dubbio in merito a quello che potrebbe essere il destino di alcuni titoli usciti specificatamente per quelle console ed il cui valore, tanto per critica quanto per pubblico, è indubbio. Penso, ad esempio, all’ottimo Uncharted: L’abisso d’oro, un capitolo della serie di Nathan Drake che funge da prequel a Drake’s Fortune, ed arrivato su PS Vita come titoli di lancio ed in esclusiva, atto a pompare quello che fu l’arrivo della console sul mercato. Che fine farà? Si perderà nel tempo?

Certo potreste dire che si potrebbe recuperare tanto il gioco quanto la console sul mercato secondario ma, complice la dismissione dello store, l’intera operazione sarebbe, col tempo, decisamente ardua, oltre che inutile, visto che realisticamente nessuno comprerebbe una console monca di molte delle sue feature. Per molti titoli il problema non si pone o pone poco, perché alcune uscite console sono anche appannaggio del pubblico PC, ma se si pensa ai prodotti dalla quinta generazione in poi (in cui, ricordiamocelo, rientra anche quel gioiello che fu il Sega Dreamcast), vi renderete conto che non tutto è così a portata di mano, ed anche per ciò che riguarda uscite più recenti, quando vincolate all’esclusività delle console non ce n’è mai traccia su PC. Ecco, allora, che il concetto di remastered assume un senso completamente diverso e, indubbiamente, molto utile: quello della preservazione.

Grazie alle rimasterizzazioni abbiamo infatti la possibilità di preservare quelle che sono le più importanti opere videoludiche di sempre, non solo conservandole nel tempo, ma anche facendo sì che esse possano essere fruibili ad intere generazioni di nuovi giocatori. Si tratta di un’idea non troppo dissimile da quanto succede in ogni altro settore dell’arte dove, ciclicamente, opere di difficile conservazione vengono restaurate e rimesse a nuovo, ben chiaro che il restauro va compiuto con lo scopo di lasciare l’originale il più intonso possibile, salvo finire vittime del paradosso della “Nave di Teseo”, che molti di voi avranno conosciuto grazie ad una recente citazione nella serie tv WandaVision.

Concentrandoci solo sul concetto e non sul dilemma, vi porto un esempio eccezionale di quanto una rimasterizzazione possa essere efficace. Senza una remasterd, infatti, oggi come oggi sarebbe quasi impossibile godere di opere indimenticabili come Grim Fandango che, uscito nel lontano 1998, è stato uno degli ultimi titoli ad essere sviluppato con tecnologia SCUMM, una tecnologia che, salvo l’emulazione tramite piattaforme come Steam, è oggi ingestibile dai moderni PC, causando crash, perdite di salvataggi e tutta una serie di bug che rendono l’esperienza di gioco a dir poco infernale. Certo, si poteva comunque giocare Grim Fandango su Steam nella sua versione originale (e tramite, appunto, emulazione), ma poter contare su di una rimasterizzazione, che ha per altro portato il gioco su praticamente ogni piattaforma, ha permesso a Grim Fandango non solo di sopravvivere, ma anche di rivivere, per la gioia tanto dei vecchi quanto dei nuovi giocatori.

Grim Fandango (1998)
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Insomma, si è tratta di un restauro vero e proprio, atto a preservare qualcosa che si era in qualche modo perso nel tempo, per poi renderlo fruibile alla portata di tutti il che, considerato che parliamo di una vera e propria opera d’arte digitale, non può che generare un moto di gioia, come poi è stato all’uscita della rimasterizzazione. Ora, è chiaro che un ragionamento simile non è applicabile a TUTTI i videogame mai prodotti ma, allo stesso modo, è lecito supporre che non tutti i libri, i dipinti e le statue mai create siano state conservate. Un po’ per sfiga, un po’ perché considerate non così rilevanti dal punto di vista artistico. Ora, senza avere la pretesa di voler dire cosa vada rimasterizzato e cosa no, e senza dibatterci ancora in chissà quali sofismi, è indubbio che la necessità delle rimasterizzazioni sia legata al filo dello sviluppo tecnologico. Un filo che, ad oggi, era limitato dal rapporto che sussiste tra hardware e software, ma che un domani potrebbe smettere di esistere, in virtù di un progetto serio e concreto di creazione di librerie digitali. E badate, non parliamo semplicemente di piattaforme come Game Pass o PlayStation Now, ma della progressiva diffusione di console sempre più retrocompatibili e che siano in grado, se non di gestire i dischi, quanto meno di gestire un’emulazione software che vi permetta, per dire, di giocare su PS6 il vostro primo titolo digitale per PS3. Un qualcosa che certe compagnie applicano fintanto che possono, come ad esempio è di costume in casa Nintendo, dove molte console hanno sempre avuto una forte retrocompatibilità fisica, ma una scarsa attenzione per il lato digitale.

Per fortuna, anche aziende come Sony, da sempre poco pratica di retrocompatibilità (basti pensare alla disastrosa gestione di PS3), sembrano ad un punto di svolta e tocca augurarsi che da questa generazione console, complice ormai la presenza di un preponderante mercato digitale, le cose siano destinate a mutare per sempre. In questo modo non solo le remastered avrebbero senso, ma diventerebbero un modo per prolungare la vita dei tanti, forse troppi, videogame che oggi come oggi desidereremmo rigiocare e su cui, per forza di cose, è quasi impossibile mettere mano. Una prospettiva esaltante che, al di la della gioia dei consumatori, offrirebbe anche lo spunto per un messaggio di consapevolezza da parte dell’industria che, finalmente, potrebbe smetterla di considerarsi intrattenimento e cominciare a definirsi arte e cultura.

A proposito di rimasterizzazioni che ha senso acquistare, date un’occhiata all’ottima rimasterizzazione dei primi due Shen Mue! Oggi come oggi sarebbe impossibile acquistarli, senza considerare che occorrerebbe una Dreamcast!