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We Happy Few Recensione, date un po’ di Gioia anche a noi

We Happy Few

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Sviluppatore: Compulsion Games
Editore: Gearbox Publishing
Data di uscita: 10/08/2018
Provato su: PC
Disponibile su:  ps4 xbox One pc

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Presentato per la prima volta nel 2015 e sbarcato in Early Access su Steam nel 2016, We Happy Few raggiunge la propria pubblicazione ufficiale il 10 agosto 2018, dopo più di due anni di sviluppo condiviso con i giocatori. Scopriamo quindi se Compulsion Games è riuscita a raggiungere il risultato finale sperato.

We Happy Few è un videogioco survival in prima persona che unisce stealth e combattimenti all'arma bianca, mentre esploriamo liberamente le isole di Wellington Wells in parte generate proceduralmente. Abbiamo di fronte un gioco ambizioso che cerca di unire tanti elementi molti differenti fra loro e, soprattutto, di farli coesistere. In questi casi basta poco per fare un passo falso e purtroppo così è stato. Abbiamo infatti percepito la nostra esperienza nei panni di Arthur Hastings – e non solo – non tanto diversa da quella avuta con No Man's Sky alla pubblicazione, che avuto bisogno di più di un anno e di un aggiornamento soprannominato Next per liberarsi della cattiva reputazione che si era guadagnato.

Ciò che più di tutto allontana We Happy Few dal superare la striminzita sufficienza è lo stato in cui versa la cosiddetta versione finale. Durante la nostra prova abbiamo riscontrato fin troppi problemi e inaccuratezze che al massimo avremmo potuto accettare da un gioco ancora in Accesso Anticipato. Sono infatti presenti un'ampia gamma di bug più o meno gravi che minano il divertimento del giocatore. I più problematici sono i crash che ci hanno costretto più volte a dover chiudere il processo attraverso la Gestione attività di Windows.

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Nella fattispecie, uno di questi arresti del programma si verificava ogni volta che attivavamo l'energia in un particolare rifugio; alla fine abbiamo capito che per evitarlo dovevamo utilizzare l'interruttore senza uccidere o stordire nessuno dei nemici presenti nell'area. Altre volte, delle missioni – fortunatamente secondarie – sono rimaste incomplete perché abbiamo raggiunto un obiettivo prima che ci fosse richiesto; il colmo per un gioco open world dove può capitare di fare qualcosa prima del tempo.

Forse siamo troppo critici, eppure a ciò si aggiungono altri difetti che rovinano l'immersione nel folle mondo di gioco: se state trasportando un corpo e cadete da un punto in alto, questo rimane fermo a mezz'aria, le compenetrazioni poligonali sono ovunque, i sottotitoli a momenti mancano o non sono in italiano, si incontrano persone volanti e, per quanto questo non sia un bug in sé, la generazione casuale rende l'ambientazione estremamente ripetitiva, ripetizioni che poi vediamo anche nei pochi modelli dei personaggi, che dicono sempre le stesse frasi con voce identica.

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We Happy Few è ambientato in un passato distopico, dove la Germania nazista ha invaso l'Inghilterra e gli inglesi hanno consegnato tutti i bambini al di sotto dei 13 anni agli invasori. A causa di tale gesto, gli abitanti di Wellington Wells, le isole in cui è ambientato il gioco, consumano volutamente una droga chiamata Gioia che fa dimenticare il passato e lascia tutti tranquilli e sedati. Coloro che non possono o non vogliono assumere queste pillole sono esilitati o peggio uccisi. La nostra storia incomincia con Arthur Hastings che, per un caso fortuito, ricorda l'esistenza del fratello e per questo decide di smettere di prendere la propria Gioia così da cercare di ricordare e scoprire cosa gli sia successo. Sfortunatamente viene subito scoperto ed è costretto a fuggire, finendo nei bassifondi della cittadina. In pratica, ci ritroviamo nella prima delle isole che compongono Wellington Wells, con l'obiettivo di attraversarle tutte mentre completiamo le missioni che ci sono affidate.

Nel complesso la trama è godibile, con qualche personaggio interessante che incontriamo nel corso dell'avventura e che inoltre impersoniamo nei successivi due atti in cui è suddiviso il gioco – terminato il viaggio di Arthur, ci troviamo infatti nei panni di Sally Boyle e Ollie Starkey. Peccato per il finale, a nostro avviso, inconcludente: molte domande restano senza una vera risposta. In termini di gameplay, siamo invece sempre mossi dalla ricerca di qualche oggetto particolare che ci porta a spostarci avanti e indietro per l'ambientazione senza particolari variazioni sul tema.

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La sopravvivenza dovrebbe essere uno degli elementi fondamentali di We Happy Few eppure, anche alla massima difficoltà, non abbiamo mai avuto un verso senso di sfida a causa di meccaniche non particolarmente approfondite. Inizialmente volevamo cercare di non uccidere nessuno ma per come è strutturato il gioco abbiamo presto desistito, senza contare che tutte le volte che mandavamo KO qualcuno e dopo qualche tempo lo ritrovavamo morto. Purtroppo We Happy Few cerca di imitare Bioshock e Dishonored senza riuscirci, proponendo un gameplay molto limitato. A partire dal combattimento, non esistono tattiche differenti o appositi modi per approciarsi alle varie tipologie di avversari: si spintona con R, qualche colpo alla testa con un'arma o a mani nude e si ripete tutte le volte necessarie. Se siamo colpiti e la nostra salute cala a zero, non c'è alcun problema, abbiamo infatti diversi secondi per usare un kit curativo e ritornare pimpanti in combattimento. È un gioco incredibilmente semplice e si muore solo se si è accerchiati dagli avversari; in quei casi non si ha il tempo di lasciar ricaricare la barra dell'energia, che si consuma a ogni attacco o scatto, per parare o scappare.

La facilità è comunque ancora più accentuata dalle abilità che si sbloccano con i punti esperienza. Se all'inizio bisogna conformarsi ai wellingtoniani evitando azioni sospette come correre, accovacciarsi e saltare, in breve si può guadagnare un'apposita perk che rende il nostro comportamento ininfluente agli occhi delle persone, mentre un'altra abilità ci permette di passeggiare liberamente anche durante le ore di coprifuoco notturno. Capite che una volta ottenuti tali potenziamenti, We Happy Few diventa molto meno impegnativo e quindi divertente. Perfino la Gioia, la droga che dobbiamo assumere per non essere scoperti, in realtà serve solo per superare qualche dispositivo di controllo e non porta a grandi cambiamenti nella percezione dello scenario. Dovrebbe nascondere il degrado ma, a parte il passaggio a colori più vivi e accesi e una differente – e ridicola – animazione di movimento del personaggio, non cambia molto e dobbiamo attendere gli effetti dell'Amnesia dovuti all'abuso di Gioia per osservare qualcosa di diverso, grazie a una maggiore oscurità e agli occhi dei personaggi che diventano rossi come lampadine.

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La furtività resta uno degli elementi caratterizzanti di We Happy Few. Quando siamo accovacciati possiamo eseguire una mossa speciale alle spalle di una persona per mandarla al tappeto senza ucciderla. È il metodo migliore per avanzare nei livelli e anche quello più soddisfacente per chi ha il pallino di completare il gioco senza far scattare nessun allarme. Peccato che l'intelligenza artificiale non aiuti e si comporti in modo molto ingenuo: se trova un corpo, svenuto o morto, non dà l'allarme ma sta ferma a guardarlo in attesa che l'aggrediamo. Se ci scoprono, basta correre in un punto isolato e nascondersi per un po', così che tornino in uno stato di totale tranquillità. La Gioia tende a far diventare le persone smemorate ma alla fine il gameplay vero e proprio è poco stimolante e noioso.

È presente anche un sistema di crafting con ricette da utilizzare sul posto e altre più complesse che necessitano di un tavolo da lavoro o di un banco da farmacista. Gli ingredienti possono essere raccolti da piante, bauli, armadi e così via e occupano parte dell'inventario – basato sul peso che si sta trasportando. Tuttavia, anche se depositati nei rifugi restano accessibili quando decidete di produrre qualcosa, quindi vi ritroverete a premere E per raccogliere ogni cosa senza nemmeno preoccuparvi di quello che state prendendo.

In realtà abbiamo apprezzato questa semplificazione, il problema è che di tutte le ricette abbiamo principalmente usato solo quella per creare il balsamo curativo, facile da produrre e in grado di ripristinare gran parte della vita, e quelle per costruire grimaldelli, piedi di porco e altri dispositivi utili a disattivare trappole e centraline. Il gioco, tra l'altro, ha anche subito numerose modifiche rispetto al prototipo iniziale e fame, sete e sonno, gli elementi portanti di un survival, non portano alla morte se ignorate ma solo a dei malus che si applicano alla capacità di combattere, alla resistenza e alla nostra velocità di movimento. Ironicamente, le zone più povere e abbandonate di Wellington Wells sono quelle dove abbiamo trovato la maggior quantità di cibo, sottoforma di bacche, e acqua non contaminata dalla Gioia.

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We Happy Few non è però un disastro totale. È imperfetto sotto molti aspetti, a partire della miriade di bug più o meno gravi che si incontrano in continuazione, e lascia un profondo senso di insoddisfazione legato alla ripetitività di situazioni a cui si va incontro – dopo la prima ora, le restanti sono molto simili – ma perlomeno lo stile estetico scelto dagli sviluppatori è in sintonia con la tipologia di gioco. Non si tratta di un titolo cupo e ciò si nota dai modelli molto affusolati e slanciati dei vari personaggi, la scelta di colori accesi, soprattutto quando si assume la Gioia, e la presenza di macchinari e trappole pericolose ma al contempo con un aspetto buffo e ridocolo. Tutto questo si vede maggiormente quando si affrontano le missioni principali, le meglio curate e in grado di offrire qualche momento divertente. Se però ci si sposta per l'ambientazione, si notano tanti spazi vuoti e una disarmante ripetitività degli scenari. Le cose cambiano una volta raggiunto Parade, l'ultimo quartiere/isola visitabil., dove  si nota la mano degli sviluppatori che sono riusciti a creare un ambiente molto più credibile e vario rispetto al resto di Wellington Wells.

L'Unreal Engine 4 che muove tutto, pur avendo garantito 60 fotogrammi al secondo molto stabili in Full HD, non raggiunge una qualità grafica memorabile ma anzi a momenti è anche sottotono. In generale, i modelli trimensionali sono quasi sempre ben modellati, mentre le texture appaiono slavate. Gli elementi cittadini sono comunque quelli meglio riprodotti e il ciclo giorno e notte, assieme a un'illuminazione, riflessi e luce più che accettabili, li impreziosisce maggiormente. Purtroppo le aree rurali non vantano lo stesso livello, con l'onnipresente vegetazione composta da tante immagini piatte unite fra loro, e ciò che ne consegue è un gioco che appare ancora incompleto agli occhi dei giocatori.

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PRO– Trama interessante…
– Assumere la Gioia per conformarsi agli altri abitanti cambia la percezione del mondo.
– Longevo.
CONTRO– … ma anche inconcludente.
– Il gioco soffre di una generale ripetitività.
– Sono presenti fin troppi bug.
VERDETTOWe Happy Few è un'occasione mancata. È proposto al prezzo di un gioco tripla A eppure sembra di stare davanti a una produzione indie ancora in Accesso Anticipato su Steam. Ci sono grossi problemi dovuti alla presenza di bug, che portano a crash e rovinano la partita del giocatore. Forse tra un anno la situazione migliorerà, aggiornamento dopo aggiornamento, ma anche in quel caso bisognerà fare i conti con un gameplay ordinario e una grossa ripetitività di fondo. Peccato, perché l'idea della distopia e della droga Gioia da assumere per non destare sospetti nei nostri concittadini è molto interessante.
6

Tom's Consiglia

We Happy Few è disponibile per PC su Humble Store e per PlayStation 4 e Xbox One su Amazon.