Criptovalute

Il Kazakistan è la nuova frontiera del mining in Asia?

Mentre in Cina si registrano i primi effetti del progressivo blocco delle criptovalute non governative e delle mining farm, con il riutilizzo dell’energia risparmiata e una timida diminuizione degli usi illeciti degli asset digitali, diverse mining farm avrebbero scelto di trasferirsi in Kazakistan. Per quale motivo?

Forbes riporta che il mining pool Bit Mining avrebbe trasferito oltre 320 hardware dedicati all’estrazione di criptovalute ai confini tra Kazakistan e Repubblica Popolare Cinese. Secondo la rivista economica, sarebbero in procinto di attraversare il confine almeno altre 2.600 macchine e la stessa Bit Mining sarebbe pronta ad investire 35 milioni di dollari per realizzare un data center dedicato al mining di criptovalute in Kazakistan.

Il centro di Nur-Sultan (fino al 2019, Astana): guardando verso l'Ak Orda dalla torre Bayterek. Fonte: Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.0

La scelta del Kazakistan sarebbe giustificata, secondo Forbes, dall’elevata disponibilità di energia a costi relativamente basso e dal clima continentale e freddo che aiuterebbe a raffredare le macchine. Anche se lo Stato asiatico ha introdotto, nel corso del 2020 e a partire dal 2022, una tassa sul mining: questa richiede il pagamento di circa 1 tenge, la valuta nazionale, per ogni kW/h di elettricità consumata.

Secondo diverse fonti, le aziende di mining attive in Kazakistan oscillerebbero tra le 14 e le 17. L’introduzione di una tassa serve a impedire che si sviluppi il mining illegale e non tracciato, come accaduto inizialmente in Iran. Inoltre il governo kazako mira a garantire, attraverso il riconoscimento delle attività delle mining farm, il rifornimento dell’energia elettrica per le attività ordinarie e quotidiane della popolazione.

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