Spazio e Scienze

Il Robocop suicida che ci ha ricordato chi siamo

Qualche giorno fa negli USA un robot "addetto alla sicurezza" di un centro commerciale ha avuto un incidente, ed è caduto in una fontanella posizionata all'interno dello spazio che stava controllando. Si tratta di un Knightscope, un robot che controlla autonomamente l'ambiente, alla ricerca di possibili pericoli.

Lo si potrebbe vedere come un Roomba potenziato, attrezzato con telecamere e sensori per l'individuazione del crimine. Si fa presto a dire che è il Robocop della nostra era, e qualcuno, forse molti, si è immaginato che Knightscope fosse portatore di chissà quale miracolo tecnologico.

Non è così, tant'è che è bastato qualche scalino e un'ambiente difficile da rilevare per farlo cadere in quella fontanella. Già è triste una fontanella dentro a una falsa piazza, a decorare l'ambiente fittizio e ambiguo di un centro commerciale. Mettici un robot "suicida" e hai un bel quadretto da depressione clinica.

Il Knightscope comunque andrà in riparazione, non in terapia. E questo nonostante in parecchi si siano lasciati andare a battute di ogni genere sull'evento, comprese alcune che parlano di un robot che si è "suicidato per noia". Certo, fare controlli di frontiera in un paese neutrale è probabilmente ancora più noioso, ma posso immaginare che aggirarsi per un mall guardandosi intorno non sia proprio entusiasmante. E visto che sei un robot non puoi nemmeno assumere un atteggiamento arcigno, che già sarebbe una variante.

I momenti più eccitanti nella vita di un Knightscope, a occhio e croce, sono quando qualcuno gli chiede indicazioni per il bagno, o quando i bambini vogliono farsi una fotografia con lui. Mettici poi che "sei alto 1 metro e mezzo e pesi 135 chili, assomigli a una supposta e per vivere fai il guardone", come ci ricorda Tullio Avoledo sul Corriere della Sera, e il quadro deprimente è completo.

A proposito di pargoli, c'era stato un altro incidente anche peggiore di questo; circa un anno fa un Knightscope ha investito un bambino di 16 mesi provocandogli qualche leggera ferita, e probabilmente mettendogli addosso una paura verso i robot di cui non si libererà mai. Anche l'investimento del piccolo è stato un atto dettato dalla noia? O magari i sensori non sono riusciti a capire cosa o chi avevano di fronte? O beh, c'è a chi è andata peggio dopotutto, come quel tizio che è morto perché si fidava troppo della sua Tesla.

Un errore tecnico da nulla ma importante, perché è quel tipo di evento che fornisce dati preziosi per lo sviluppo di Intelligenze Artificiali migliori. È più interessante invece, forse, osservare le reazioni di alcuni, i tweet e gli articoli su questa vicenda.

"Ci avevano promesso auto volanti, invece abbiamo avuto robot suicidi" ha scritto qualcuno. "Gli scalini sono la nostra miglior difesa contro la Roboapocalisse". E ancora "Nel suo ultimo giorno prima della pensione", e così via, sicuramente ce ne sono altri.

Sono commenti che raccontano chi siamo noi, molto più di quanto descrivano l'incidente. Parole e scherzi che fanno intuire una vera paura delle macchine: quelle che ci ruberanno il lavoro, ci minacceranno fisicamente. Quelle che alla lunga ci sostituiranno.

Paure che sono fondate solo in parte, ma che sono soprattutto figlie della narrazione, di anni e anni di fantascienza. E allora siamo spaventati per colpa degli scrittori? E per colpa di Asimov che temiamo macchine che potrebbero renderci felici? Dobbiamo accusare Bradbury se vediamo nel robot un concorrente imbattibile in ufficio? Sarà il caso di bruciare i libri di Philip K. Dick? È stato Gibson a renderci dei coniglietti impauriti?

Certamente no. Noi esseri umani siamo sempre stati le storie che ci raccontiamo. E a queste storie, oggi, aggiungiamo quella di un robot che sembrava una supposta, e che cadendo in una fontanella un po' ci ha fatto ridere e un po' ci ha fatto riflettere. Andando ben oltre lo scopo per cui era programmato.


Tom's Consiglia

Il libro Tutti i miei robot raccoglie alcuni tra i migliori racconti di Isaac Asimov.