Sicurezza

MindPrint, l’autenticazione biometrica basata sull’impronta cerebrale

Lasciate perdere le impronte digitali, è quasi archeologia tecnologica. L’identificazione biometrica punta all’impronta cerebrale. Vibre è la startup cesenate che, con la tecnologia MindPrint, vuole rivoluzionare il settore dell’autenticazione biometrica impiegando i segnali elettrici del cervello. In pratica si parla della possibilità di consentire l’accesso a un computer, servizi digitali o aree fisiche controllate procedendo a lettura dei segnali neurali. Il tutto impiegando un dispositivo indossabile ed una tecnologia cloud-based che tramite API può essere abbinata a qualsiasi altra applicazione.

L’elemento chiave è che numerose ricerche scientifiche hanno confermato che i nostri processi mentali sono associati a un’impronta elettrica unica rilevabile, per altro nel tempo soggetta a leggere variazioni dovute probabilmente all’invecchiamento fisico e all’evolversi del nostro cervello risultante dall’acquisizione di nuove esperienze.

“Abbiamo avviato le attività nel 2017 con l’intenzione di sviluppare un progetto nel settore delle interfacce neurali. Io, Sara Piras e Stefano Stravato siamo partiti dal concetto di riabilitazione post-ictus con un sistema capace di gestire la realtà virtuale con il pensiero”, ha spiegato a Tom’s Hardware il co-fondatore di Vibre, Raffaele Salvemini. “Con l’arrivo di Luca Talevi, esperto di interfacce neurali, Marco Renzi, sviluppatore software, e le nostre competenze di Ingegneria Biomedica abbiamo capito che saremmo potuti andare oltre la dimensione sanitaria”.

Dopo una serie di analisi e ricerche che hanno consentito di fare il punto sullo stato dell’arte del settore, Vibre ha compreso che il potenziale dell’autenticazione neurale era stato sottovalutato.  “Ogni cervello è unico e il segnale cerebrale lo dimostra. Può essere rilevato con dispositivi meno sofisticati dei classici cuffioni con gli elettrodi usati dai ricercatori. Parliamo di indossabili da 100/200 euro “, ha aggiunto Salvemini. “I nostri algoritmi sono capaci di estrarre dai segnali registrati da questi dispositivi particolari caratteristiche spazio-temporali che cambiano da persona a persona. MindPrint usa il cervello come fosse un token bancario, dotato di una chiave generatrice nascosta”.

In pratica è come se il cervello avesse una sorta di chiave nascosta. Gli algoritmi imparano a riconoscerla ma neanche Vibre sa esattamente quale sia. Quindi è come se l’algoritmo e il cervello “parlassero tra loro” e definissero una chiave ignota a tutto il resto.

Un importante vantaggio di MindPrint è la complessità e la caducità dell’impronta mentale. “Non è come mettere un’impronta digitale su cloud, perché la traccia neurale rilevata dai nostri algoritmi non è inferibile semplicemente confrontando i segnali cerebrali e non consente una diretta identificazione di persona. Inoltre la traccia è soggetta a variazioni durante la vita, quindi è identificante solo temporaneamente”.

Attualmente Vibre ha confermato di poter usare diversi indossabili (wearable) elettroencefalografici presenti sul mercato, ma per comodità, efficienza e prezzo quello su cui sta puntando è il “cerchietto” Muse, prodotto dalla canadese InteraXon. Nasce per agevolare la meditazione, ma appare perfetto per MindPrint. Al pubblico costa circa 180 euro.

“Tra settembre e ottobre il sistema verrà implementato in alcune aziende italiane specializzate in sicurezza per accedere a postazioni informatiche online e ambienti fisici”, ha spiegato Salvemini. “Il progetto pilota prevede un pacchetto completo, che comprende software e dispositivi. Su cloud vengono costruiti complessi modelli AI autenticativi sulla base delle registrazioni iniziali, che vengono poi usati per convalidare quelle acquisite durante ogni autenticazione.”.

La procedura prevede di indossare il dispositivo Bluetooth e la prima volta circa 3 minuti per la registrazione. Dopodiché l’autenticazione richiede pochi secondi. Da sottolineare che l’abilitazione alle postazioni permane fino a quando si indossa il dispositivo e si rimane nel raggio d’azione del Bluetooth – quindi pochi metri.

La questione privacy è ancora oggetto di valutazione anche se sarà risolta per settembre. Il tema è che i segnali cerebrali in ambito biometrico non sono stati ancora affrontati dal Garante e neanche citati dal GDPR.