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Rete TIM-Open Fiber, dalla competizione alla fusione

Si profila all'orizzonte una fusione tra la rete di Telecom Italia e quella di Open Fiber? Molti elementi lascerebbero intendere di sì, anche se ci potrebbero volere almeno due anni. Sarebbe una rivoluzione sul mercato con effetti collaterali positivi e negativi. Mettendo da parte l'approccio ideologico, non resta che analizzare i fatti e le preoccupazioni […]

Si profila all'orizzonte una fusione tra la rete di Telecom Italia e quella di Open Fiber? Molti elementi lascerebbero intendere di sì, anche se ci potrebbero volere almeno due anni. Sarebbe una rivoluzione sul mercato con effetti collaterali positivi e negativi. Mettendo da parte l'approccio ideologico, non resta che analizzare i fatti e le preoccupazioni degli addetti ai lavori.

La societarizzazione della Rete di TIM

Il primo punto è che il progetto di societarizzazione delle rete di TIM è il primo passo verso il cambiamento, qualsiasi esso sia. Eravamo rimasti alle dichiarazioni di intento dell'AD Amos Genish e il beneplacito del suo consiglio di amministrazione. Si parlava della creazione di una società della rete, a controllo Telecom Italia, con in pancia l'intera infrastruttura nazionale dalle centrali fino agli appartamenti. Milioni di km misti rame-fibra che per capillarità territoriale non hanno eguali. Per altro con una copertura FTTC che oggi dovrebbe sfiorare il 70%.

tim fibra

Con l'avvento del Fondo Elliott però qualcosa è cambiato. La sua quota in Telecom Italia ha superato il 5% e questo le sta consentendo di esprimersi sulla strategia e le scelte del management aziendale. Uno dei punti chiave è proprio la societarizzazione della rete ma con un'apertura del capitale a soggetti terzi – il riferimento è a Open Fiber. Elliott sostiene infatti che "l'autonoma quotazione o la parziale vendita di NetCo, a seguito di scorporo, ne massimizzerebbe il valore con conseguente riduzione dell'indebitamento ed apporto di benefici per tutti i soci di Tim".

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"Nonostante l'attuale Consiglio abbia approvato il progetto di separazione volontaria della rete fissa di accesso, la società rimane saldamente indirizzata al suo possesso. Per contro, noi riteniamo che ampliare la base azionaria di NetCo potrebbe creare valore per i soci di Tim e accelerare la creazione di un'unica rete nazionale", si legge nella nota del Fondo statunitense inviata agli azionisti di Telecom Italia.

In pratica si parla di una nuova società, a controllo Telecom Italia, che preveda come asset le reti TIM e quelle Open Fiber. "Il progetto di Elliott coincide con l'interesse pubblico", ha dichiarato il ministro Carlo Calenda.

Cui prodest?

Cui prodest? A chi giova? In questa fase potenzialmente a tutte le parti in causa. Telecom Italia potrebbe accollare alla nuova società una parte del suo debito, liberarsi dal gioco del Garante delle Comunicazioni e dal Garante delle Concorrenza e agire più liberamente sul mercato con una TIM completamente dedicata ai servizi. Open Fiber dal canto suo velocizzerebbe il suo piano di sviluppo delle reti e ossigenerebbe i suoi business plan.

FTTH
FTTH di Open Fiber

Vi sono infatti un po' di retroscena che gli addetti ai lavori hanno confermato a Tom's Hardware. Da una parte in Telecom Italia, a causa dell'azionista di maggioranza Vivendi, c'è grandissima preoccupazione per il futuro dell'azienda, la querelle con Mediaset e quella con il Governo sul "golden power". Con la cassa integrazione alle porte e l'incognita del futuro di Palazzo Chigi è il momento degli equilibrismi.

Il mercato TLC obbliga l'ex-monopolista a reagire. L'azzeramento della concorrenza sul mercato all'ingrosso potrebbe essere una via di uscita. Anche perché – e qui si innesta una delle preoccupazioni degli operatori alternativi – con un monopolio delle reti (in fibra) l'AGCOM sarebbe costretta a rivedere i termini tariffari all'ingrosso e il timore è che potrebbero produrre un rialzo. Insomma, l'azzeramento della concorrenza potrebbe incidere sulla valutazione dei costi e quindi delle tariffe finali. Pagheremmo insomma la fibra (FTTH) di più di oggi, che a onor del vero è a prezzi stracciati se si considerano in proporzione ADSL e FTTC.

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Open Fiber gode del sostegno finanziario di banche, Enel e Cassa Depositi e Prestiti ma ha sempre avuto un nemico: il tempo. Partendo praticamente da zero ha dovuto strutturarsi velocemente e ancora oggi conferma di avere difficoltà nel raggiungere la forza lavoro adeguata per tutti i suoi progetti. Se da una parte l'allarme lanciato da Fastweb e Tiscali sui ritardi accumulati a Milano e Cagliari poteva sembrare una mossa strategica per ridiscutere i termini di contratto tariffario, dall'altra è pur vero che molti utenti hanno assistito al completamento dei lavori e scoperto in molti luoghi l'impossibilità di attivare i servizi.

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Probabilmente le responsabilità non si devono a una sola entità, anche perché analoghe criticità si rilevano sul territorio nazionale nella FTTC. Senza ombra di dubbio la burocrazia non aiuta e tra Comuni dormienti e amministratori di condominio abbandonati al loro destino, le variabili frenanti sono numerose. Anche il lento procedere dei bandi Infratel lo conferma.

D'altro canto gli operatori si confrontano con una domanda debole e rischi di impresa elevati. Una zona già raggiunta da FTTC a 100 Mbps o 200 Mbps sarà meno disponibile alla transizione su FTTH 1000 Gbps. Diversa la situazione per chi non ha nulla, e quindi qualsiasi servizio sarebbe ben accetto.

Un paese a macchia di leopardo

Il nostro è un paese a macchia di leopardo sulla qualità dei servizi. Inoltre il Web enfatizza le manifestazioni di protesta o di interesse. Così sembra che l'insoddisfazione del singolo utente perso nelle campagne maremmane possa fare il pari con quella del condomino che sta nell'hinterland di una grande città. Due scenari diversi, due mondi diversi.

Fermo restando il fatto che tutti abbiamo diritto a un servizio adeguato – come prevedono sia gli obiettivi UE che del Governo. E poi ci sono quelli che vogliono la fibra in casa o in azienda, legittimamente. E che saprebbero anche che farne. Ma dimenticano l'analfabetismo informatico diffuso e il disinteresse nei confronti di Internet di una cospicua fetta del paese.

Avete forse sentito in campagna elettorale qualche serio riferimento ai progetti di sviluppo della rete? Poco o nulla. Perché per l'agenda politica le priorità erano altre. E l'agenda si compone in relazione alle richieste dell'elettorato. Almeno sulla carta. Ma non di fibra.