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Rete unica nazionale in fibra, approvato l’emendamento per favorirne la creazione

L’AGCOM potrà “favorire” la nascita di un unico operatore nazionale per la rete ultra-broadband. Il Senato ha approvato l’emendamento del relatore Emiliano Fenu (M5S) che consentirà la “costituzione di una società unica della rete alla quale verrebbero conferite le attuali reti di TIM e Open Fiber”. Così si è espresso ieri il senatore durante l’apertura lavori a Palazzo Madama.

“Oggi l’esistenza due società comporta la dispersione di risorse che potrebbero essere usate in maniera molto più efficiente. Una rete unica consente risparmi consistenti nella definizione strategie di investimento nelle reti”.

Ovviamente non è prevista un’imposizione, bensì la possibilità di incentivare la nascita di una rete nazionale “in capo a un soggetto giuridico non verticalmente integrato e appartenente a una proprietà diversa o sotto controllo di terzi, indipendenti ossia diversi da operatori di rete verticalmente integrati”. In sintesi si parla di una nuova società che si rivolga al mercato all’ingrosso (wholesale) e il cui controllo sia sganciato dagli attuali operatori. Una sorta di super Open Fiber con in pancia anche la rete di TIM e il forte coinvolgimento di Cassa Depositi e Prestiti e altri investitori.

Si parla poi di “adeguati meccanismi incentivanti di remunerazione del capitale investito” che considerino non solo il costo degli asset trasferiti – quindi l’operazione di acquisizione delle reti TIM e Open Fiber – ma anche della forza lavoro e dei soggetti giuridici coinvolti.

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In sintesi, per favorire la concorrenza nel mercato l’AGCOM avrà l’incarico di proporre uno schema di societarizzazione della rete nazionale. La prima criticità però è legata a Bruxelles, poiché non è chiaro se la nuova norma sarà compatibile con il nuovo Codice delle Comunicazioni elettroniche che dovrebbe essere approvato la prossima settimana dal Parlamento UE. In questo si parla di favorire gli operatori wholesale only, ma la clausola occupazionale non è contemplata.

Qui la questione si fa complessa. Se un giorno dovesse essere creata una rete nazionale in fibra gli italiani di fatto sarebbero costretti a pagare un plus in fattura come già avviene oggi per l’elettricità. Ad esempio i servizi di distribuzione di Terna vengono parzialmente ricompensati considerando il capitale investito netto (RAB) nella rete. Lo stesso avverrebbe per il nuovo gestore della rete in fibra.

Già, ma un conto sarebbe pagare solo per gli investimenti infrastrutturali effettuati, un altro sarebbe pagare anche per la forza lavoro trasferita da TIM alla newco. Oggi si stima che potrebbero essere coinvolti 30mila dipendenti, ma è pur vero che la manutenzione della fibra richiede un impegno notevolmente inferiore rispetto al rame.

Questo vuol dire che domani i consumatori potrebbero rischiare di pagare una tariffa di abbonamento ai servizi ultra-broadband e un’ulteriore voce di trasporto – che a sua volta nasconderebbe un costo forza-lavoro ingiustificato, ereditato da TIM.