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Smart working, condizioni pessime in molti paesi

In molti lo chiamano smart work, sottolineandone i pregi di flessibilità e indipendenza, ma stando a uno studio dell'Università di Oxford la realtà appare abbastanza diversa, soprattutto in molti Paesi dell'Asia e dell'Africa, in cui le forme di telelavoro a tempo determinato, soprattutto in ambito digitale, sono spesso pericolosamente vicine allo sfruttamento.

Il termine Gig economy utilizzato nel titolo della ricerca (Good Gig, Bad Big: Autonomy and Algorithmic Control in the Global Gig Economy), designa alcune tipologie di lavoro non inquadrabili in quelle che sono le categorie occupazionali tradizionali, un esempio su tutti è quello recente dei rider che lavorano per aziende come Foodora, Deliveroo o Just Eat, e che in generale in italiano potrebbe tradursi come economia dei lavoretti. Si tratta infatti di lavori che non richiedono la presenza all'interno di spazi definiti come l'ufficio, né impongono orari precisi, ma non prevedono nemmeno l'assunzione a tempo indeterminato né sono soggetti a garanzie e tutele di alcun tipo.

gig economy
Photo credit – Depositphotos.com

Lo studio di Oxford, in quest'ambito, si è soffermato su un contesto specifico, quello di sviluppatori e programmatori che operano tramite computer, da remoto, spesso trovando lavoro attraverso specifiche piattaforme come Freelancer.com o Fiverr. I ricercatori hanno condotto oltre 100 interviste faccia a faccia con lavoratori del sud est asiatico e dell'Africa subsahariana che siano risultati attivi su due delle maggiori piattaforme del settore per almeno sei mesi ma hanno utilizzato anche altre 650 interviste scritte, provenienti sempre dalle stesse aree.

Quello che emerge è una fotografia dai forti chiaroscuri. Da un lato infatti ci sono lavoratori soddisfatti della possibilità di accedere da remoto a lavori stimolanti, con possibilità percepita di autonomia e discrezionalità su quando e come portare a termine il proprio incarico. Un'ampia maggioranza degli intervistati (72 %) ha affermato infatti di sentirsi in grado di scegliere e cambiare l'ordine in cui accettano gli incarichi online, mentre il 74 % pensa di essere in grado di scegliere e cambiare il proprio metodo di lavoro.

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Tuttavia chi lavora su queste piattaforme ‎non è protetto da forme di contrattazione collettiva ed è sottoposto alle pressioni elevate della gestione algoritmica, che rende il mercato particolarmente competitivo, con sviluppo di sentimenti di isolamento sociale (la maggior parte lavora da casa) e rischio di superlavoro e stanchezza a causa dell'assenza di regolamenti e sistemi di supporto, e dell'esigenza di svolgere più lavori possibile per soddisfare le proprie necessità economiche.

"Da quanto emerge appare chiaro che l'autonomia lavorativa all'interno della gig economy spesso è ottenuta al prezzo di orari di lavoro lunghissimi, irregolari e anti-sociali, che possono portare a stress, privazione del sonno ed esaurimento nervoso" ha spiegato il Dr. Alex Wood, co-autore della ricerca.  Man mano che questo tipo di lavori prendono piede nel mondo i datori di lavoro provengono sostanzialmente dal Regno Unito e da altri Paesi occidentali ad alto reddito, aggravando così la situazione dei lavoratori provenienti da Paesi a bassa redditività, che sono costretti a compensare con orari di lavoro più estesi".

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Un altro aspetto messo in rilievo dallo studio riguarda poi "la temibile potenza" dei sistemi di voto e reputazione di queste piattaforme, come strumento di controllo algoritmico dei lavoratori da remoto, tramite la minaccia economica della perdita di lavoro futuro.

‎Lo studio conclude che la reputazione su queste piattaforme ha una forte "valenza simbolica" in quanto "forma di potere di contrattazione del mercato emergente". Come conseguenza i‎‎ ‎‎lavoratori privi di risorse individuali, abilità e reputazione‎‎ ‎‎soffrono di basso reddito e insicurezza.


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