Nella serata del 12 luglio 2025, il Presidente statunitense Donald Trump ha reso pubblico, attraverso un post sul suo canale social, l’intenzione di aumentare al 30 % i dazi su tutte le importazioni provenienti dall’Unione Europea – incluse le autovetture – a partire dal 1° agosto, in risposta al mancato accordo sulle riforme commerciali tra le due sponde dell’Atlantico.
La notizia ha immediatamente scosso i mercati: l’indice pan‑europeo STOXX 600 ha ceduto lo 0,6 %, mentre i titoli del settore automobilistico hanno accusato perdite superiori all’1 %. In Germania, i corsi di Volkswagen, BMW e Mercedes‑Benz hanno registrato cali compresi tra l’1,2 % e il 2 %, amplificando il senso di incertezza tra gli analisti.
L’esposizione dell’industria europea e italiana
Il continente esporta verso gli Stati Uniti quasi 758.000 vetture per un valore di 38,9 miliardi di euro nel 2024, pari a oltre quattro volte il flusso inverso, secondo i dati dell’associazione ACEA. All’interno di questo ampio panorama, Germania e Italia emergono come i paesi più vulnerabili: la componente diretta delle esportazioni auto extra‑UE verso gli USA rappresenta il 24 % in Germania e il 30 % in Italia della totalità delle vendite extra‑continentali, cifra che descrive una dipendenza assai più marcata rispetto a Francia (5 %) e Spagna (6 %).
Sul fronte nazionale, l’industria automobilistica italiana genera circa 3 miliardi di euro di ricavi annui dall’export verso gli USA, numero che, seppur inferiore a quello tedesco, risulta cruciale per i bilanci di centri produttivi come Pomigliano d’Arco e Mirafiori.
Gli effetti diretti su produzione e filiere
L’innalzamento dei dazi comporterebbe un incremento immediato dei prezzi al consumo negli USA, con stime di rincari medi superiori al 5 % per i modelli importati dall’Europa. Tale aumento di costo si tradurrebbe in una compressione dei volumi ordinati: gli studi più recenti proiettano per l’Europa una perdita di produzione fino al 7 %, mentre per l’Italia si parla di una riduzione dell’attività attorno al 4 %, con effetti a cascata sull’indotto.
Il sondaggio condotto fra gli aderenti a Confindustria evidenzia che, in caso di dazi al 10 % (scenario considerato prudenziale rispetto al 30 %), l’Italia rischierebbe di perdere fino a 20 miliardi di euro di export e circa 118.000 posti di lavoro nell’anno successivo: cifre che, moltiplicate per un rincaro tre volte superiore, ribadiscono l’entità dell’allarme.
Le piccole e medie imprese della componentistica, che contano su commesse dirette dal Nord America per una quota variabile fra il 10 % e il 15 % dei fatturati, si troverebbero a dover ricalibrare i piani di produzione, orientandosi verso mercati alternativi come Nord Africa e Medio Oriente.
L’Unione ha adottato un approccio di “de‑escalation” sospendendo fino al 1° agosto i 21 miliardi di euro di tariffe di ritorsione già previsti, in attesa di un’intesa “zero‑for‑zero” sui beni industriali. Bruxelles ha però chiarito di avere pronto un pacchetto di misure anti‑coercizione, che potrebbe coinvolgere non solo nuovi dazi settoriali, ma anche vincoli regolatori sulle forniture di servizi finanziari e ostacoli alle opere strategiche realizzate da imprese statunitensi sul territorio europeo.
Sul piano nazionale, il Ministro degli Esteri italiano ha confermato che Roma sosterrà qualunque iniziativa comunitaria tesa a scoraggiare l’uso unilaterale dei dazi come arma negoziale, mantenendo aperto il canale diplomatico ma senza rinunciare a strumenti di pressione economica bilateralmente calibrata.
Servono strategie di adattamento
Davanti all’ombra dei dazi, diverse case automobilistiche europee hanno già accelerato i progetti di produzione “near‑shoring” negli Stati Uniti, con investimenti complessivi stimati in 15 miliardi di euro nei prossimi tre anni. Parallelamente, molte aziende italiane stanno potenziando l’offerta di modelli elettrici e ibridi, puntando sul valore aggiunto della tecnologia “green” per mitigare l’impatto dei dazi sul prezzo finale.
Questo doppio binario – delocalizzazione strategica e innovazione di prodotto – si configura come l’unica leva concreta per preservare quote di mercato e competere su un terreno sempre più frammentato e politicizzato.
L’insorgenza dei dazi al 30 % dichiarati dall’amministrazione statunitense non rappresenta un episodio isolato, bensì l’espressione di una strategia protezionistica che mette alla prova la coesione transatlantica e la resilienza dell’industria europea. Per l’Italia, la sfida consisterà nel bilanciare la difesa dei segmenti tradizionali – in primis il segmento premium e sportivo – con l’accelerazione verso la decarbonizzazione e la digitalizzazione delle produzioni.
In assenza di un accordo politico entro la scadenza di inizio agosto, sarà indispensabile che l’Europa rafforzi le proprie capacità di reazione economica, sostenendo al contempo le imprese nella transizione e agevolando nuovi corridoi commerciali verso Asia e America Latina. Solo così sarà possibile trasformare uno shock tariffario in un’occasione di rilancio strutturale per un settore che resta, nonostante tutto, fra i pilastri del Made in Europe e del Made in Italy.