Trasporti

Uber si prepara allo stop nazionale, ma studia il ricorso

Dalla mezzanotte di domenica 16 aprile l'app di Uber non mostrerà più alcun veicolo attivo, bisognerà ripiegare su taxi e NCC tradizionali.La sentenza del Tribunale di Roma, che venerdì scorso ha accolto il ricorso delle associazioni di categoria dei tassisti e messo le catene a Uber, richiederà tempo per essere impugnata.

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"Per il ricorso ci vorranno alcune settimane", ha confermato Carlo Tursi, General Manager di Uber Italy, al Corriere. "La decisione del Tribunale, fra l'altro, va in direzione opposta a quanto previsto dall'ultimo Milleproroghe sul rientro, non più necessario, in rimessa delle auto NCC".

L'Italia non è l'unico paese ad aver chiuso la porta al colosso statunitense. L'ultimo è stato la Danimarca, ma l'elenco comprende anche la Colombia, il Northern Territory in Australia e la Corea del Sud. In Francia, Belgio, Spagna, India e in parte degli Stati Uniti la mediazione ha portato a qualche restrizione ma comunque l'operatività.

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Resta il fatto che da domenica sarà emergenza per almeno 1000 autisti NCC che hanno creduto in Uber. "Per alcuni si parla anche di 2.500-3.000 euro al mese. Due terzi dei driver possiedono auto con meno di tre anni: hanno fatto investimenti", ha sottolineato Tursi. "Sono autisti indipendenti con la partita IVA. Scelgono autonomamente come impiegare il loro tempo". L'unico servizio che verrà mantenuto attivo sarà UberEats, che si occupa di consegnare cibo. 

Quali sono esattamente le criticità?

Il decreto Milleproroghe approvato a fine febbraio stabilisce che per gli NCC non c'è l'obbligo di ritorno in rimessa, la conferma del divieto di servizi come UberPop con autisti non professionisti e una lotta rinnovata ai tassisti abusivi.

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A prescindere da questo i giudici di Roma nella sentenza di pochi giorni fa sostengono che quella di Uber sia concorrenza sleale, anche se recentemente lo stesso Garante del Mercato ha sollecitato il Governo nel legiferare per favorire l'avvento di servizi innovativi nel trasporto pubblico. Il motivo? Stimolare la concorrenza.

Insomma, tutti concordano sul fatto che il Governo dovrebbe darsi una mossa nel redigere una nuova norma che riordini il settore e aggiorni la vecchia che ha ormai 25 anni. La sfida però è ardua perché il mercato dei taxi si è incancrenito. Da una parte negli anni si è concesso un po' troppo alla compravendita delle licenze – inizialmente rilasciate gratuitamente dai Comuni – dall'altra la politica ha favorito maggiormente gli interessi corporativi rispetto a quelli dei consumatori. 

È pur vero che il settore del trasporto pubblico non di linea è condizionato dalle piazze dove opera: ci sono grandi differenze tra le grandi città e i piccoli centri. Non meno importante il fatto che per una licenza taxi a Roma si possono spendere oltre 200mila euro, mentre per una licenza NCC in una piccola provincia ne bastano 10mila. Evidente che un NCC fuori zona possa alimentare le proteste dei taxisti. Discorso ancora a parte per gli abusivi, ma questi hanno sempre agito in violazione della legge.