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È boom delle app per la salute mentale, ma la privacy?

Le app per la salute mentale raccolgono dati sensibili, ma senza i controlli tipici delle strutture sanitarie tradizionali.

Avatar di Marco Pedrani

a cura di Marco Pedrani

Caporedattore centrale @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 27/01/2026 alle 12:20

La notizia in un minuto

  • Le app per la salute mentale raccolgono dati estremamente sensibili (sintomi, diagnosi, umore) ma sono gestite da società tecnologiche non regolamentate come strutture sanitarie, creando un vuoto normativo critico
  • Il modello di business gratuito solleva interrogativi sulla tutela della privacy, poiché i dati vengono spesso utilizzati per profilazione e marketing oltre le finalità dichiarate, violando il principio di minimizzazione del GDPR
  • Gli utenti in condizioni di fragilità psicologica rischiano di prestare consenso non consapevole attraverso informative complesse, mentre l'integrazione con dispositivi indossabili amplifica ulteriormente la raccolta di dati psicofisici sensibili

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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L'esplosione del mercato delle applicazioni dedicate alla salute mentale sta sollevando questioni cruciali sul piano della protezione dei dati personali. Si tratta di piattaforme digitali sviluppate prevalentemente da startup tecnologiche e società software che raccolgono informazioni estremamente sensibili sullo stato psicologico degli utenti, spesso senza i livelli di controllo e supervisione tipici delle strutture sanitarie tradizionali. Il fenomeno si è intensificato dopo la pandemia di Covid-19, quando l'attenzione verso il benessere psicologico è cresciuta esponenzialmente, trasformando un mercato di nicchia in un settore in rapida espansione.

Il modello di business di queste applicazioni solleva interrogativi sulla reale sostenibilità della tutela della privacy, specialmente quando i servizi sono offerti gratuitamente. Gli operatori economici che gestiscono questi strumenti non sono necessariamente soggetti sanitari regolamentati, ma spesso società tecnologiche prive di un background specifico in ambito medico. La mancanza di un contatto diretto con professionisti qualificati e l'assenza di supervisione clinica tradizionale creano un vuoto normativo che il Regolamento europeo sulla protezione dei dati (GDPR) cerca di colmare, con risultati però ancora incerti sul piano applicativo.

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Dal punto di vista economico, emerge una tensione strutturale tra l'interesse commerciale degli sviluppatori e la necessità di garantire standard elevati di sicurezza. Le informazioni raccolte includono sintomi, diagnosi, test psicologici, tracciamento dell'umore, diari emotivi e parametri comportamentali. Secondo l'articolo 4 del GDPR, si tratta di "dati personali attinenti alla salute fisica o mentale" che richiedono una tutela rafforzata. La questione centrale riguarda la capacità delle società che operano in questo settore di implementare misure tecniche e organizzative proporzionate al rischio, considerando che violazioni potrebbero causare danni reputazionali e stigmatizzazione sociale agli utenti.

Chi utilizza questi prodotti, soprattutto quelli gratuiti, potrebbe imbattersi in informazioni fuorvianti che, insieme alla mancanza di supervisione da parte di una figura professionale, potrebbero comportare rischi legati al trattamento dei dati sensibili

Un'analisi critica del modello evidenzia come molte applicazioni potrebbero non rispettare il principio di minimizzazione dei dati, raccogliendo informazioni ben oltre quanto necessario per le finalità dichiarate. L'obiettivo spesso non è solo fornire supporto psicologico, ma acquisire dataset utilizzabili per analisi statistiche, profilazione degli utenti o attività di marketing. Questo approccio entra in conflitto diretto con i requisiti del GDPR, che impongono che i dati raccolti siano "adeguati, pertinenti e limitati a quanto necessario".

Il problema della comprensibilità delle informative rappresenta un ulteriore elemento critico. Le policy sulla privacy risultano spesso tecnicamente complesse e lunghe, creando un'asimmetria informativa tra le società che gestiscono le piattaforme e gli utenti finali. In questo contesto, il consenso prestato dagli interessati rischia di essere formale piuttosto che sostanziale, specialmente quando si tratta di soggetti vulnerabili in condizioni di fragilità psicologica che necessitano urgentemente di supporto e potrebbero non valutare adeguatamente le implicazioni della condivisione di informazioni intime.

Sul piano della compliance normativa, le società sono tenute a implementare crittografia, autenticazione sicura, protezione contro accessi non autorizzati e procedure di risposta alle violazioni. Quando il trattamento comporta rischi elevati, è obbligatoria la redazione di una valutazione d'impatto sulla protezione dei dati (DPIA). Tuttavia, la carenza di competenze tecniche e legali specifiche nel settore tecnologico, combinata con la difficoltà di applicare regole complesse a modelli di business dinamici, genera zone grigie che potrebbero esporre gli utenti a rischi significativi.

I dati raccolti non possono essere utilizzati per scopi diversi da quelli dichiarati nell'informativa, a meno che non si ottenga un nuovo e valido consenso

La questione dell'archiviazione dei dati presso fornitori terzi aggiunge un ulteriore livello di complessità. Molte applicazioni si appoggiano a cloud provider esterni per la gestione delle informazioni, rendendo necessaria la verifica della conformità di tutta la supply chain tecnologica. La frammentazione dei soggetti coinvolti nel trattamento complica la responsabilità e rende più difficile per gli utenti esercitare i diritti di accesso, rettifica, cancellazione e portabilità previsti dalla normativa europea.

L'integrazione crescente con dispositivi indossabili come smartwatch amplia ulteriormente il perimetro dei dati raccolti, includendo parametri psicofisici misurati continuamente. Questo genera dataset sempre più ricchi e dettagliati, il cui valore economico per analisi predittive e modelli di intelligenza artificiale è evidente. Si pone quindi il problema di distinguere tra innovazione tecnologica al servizio del benessere e sfruttamento commerciale di informazioni sensibili raccolte da individui in stato di bisogno.

Le sfide che il diritto alla privacy deve affrontare a fronte della crescente diffusione di queste tipologie di app sono complesse e richiedono un bilanciamento tra innovazione tecnologica e tutela dei diritti fondamentali della persona

L'assenza di criteri uniformi per la valutazione della qualità e dell'affidabilità di queste applicazioni crea incertezza interpretativa per gli sviluppatori e tutela disomogenea per gli interessati. Mentre il GDPR fornisce un quadro normativo avanzato, la sua applicazione effettiva dipende dalla responsabilità dei titolari del trattamento e dalla capacità delle autorità di vigilanza di monitorare un mercato in continua evoluzione. Resta da verificare se l'attuale impianto normativo sia sufficiente a garantire che l'innovazione nel settore della sanità digitale non avvenga a scapito della dignità e riservatezza degli utenti più fragili.

Fonte dell'articolo: www.agendadigitale.eu

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