Il Digital Networks Act presentato dalla Commissione Europea ha generato una levata di scudi simultanea da fronti opposti: operatori di telecomunicazioni e colossi tecnologici si trovano inaspettatamente uniti nella critica, seppur per ragioni diametralmente diverse. Il provvedimento, che segna l'abbandono definitivo dell'ipotesi di contribuzione obbligatoria delle Big Tech alle infrastrutture di rete europee, introduce invece un meccanismo di conciliazione volontaria per le controversie commerciali tra fornitori di contenuti e operatori di connettività, affidato alle autorità nazionali. Una soluzione che Bruxelles ha elaborato dopo tre anni di consultazioni e che dovrebbe entrare in vigore tra la fine del 2027 e l'inizio del 2028.
Il contesto della decisione europea va ricercato nelle pressioni geopolitiche degli ultimi mesi. L'incontro estivo tra Ursula von der Leyen e Donald Trump ha di fatto sepolto qualsiasi velleità di imporre oneri finanziari ai giganti tecnologici americani, vincolando gli accordi sui dazi alla rinuncia di Bruxelles a introdurre quello che l'industria delle telecomunicazioni definiva "fair share". Una dinamica che evidenzia come le questioni di regolamentazione digitale siano ormai inscindibili dagli equilibri commerciali transatlantici.
Gli operatori di telecomunicazioni europei, rappresentati da Connect Europe e GSMA, avevano invocato per anni un meccanismo chiaro di contribuzione obbligatoria da parte di Google, Netflix, Amazon, Meta, Apple e Microsoft. L'argomentazione era lineare: questi operatori generano la maggior parte del traffico sulle reti senza contribuire economicamente alla loro manutenzione e sviluppo. La GSMA lamenta ora l'assenza di un meccanismo vincolante di risoluzione dei conflitti e la mancata transizione dalla regolamentazione settoriale a quella orizzontale, denunciando la perpetuazione di condizioni concorrenziali squilibrate.
La Vicepresidente della Commissione Henna Virkkunen ha cercato di giustificare l'approccio soft del provvedimento, ma la sua difesa appare debole di fronte alle critiche convergenti. Il meccanismo proposto prevede l'intervento del BEREC, l'organismo delle autorità europee di regolamentazione delle telecomunicazioni, per stabilire linee guida che facilitino gli accordi commerciali su base volontaria. Una soluzione che la Commissione presenta come equilibrata ma che nella pratica soddisfa pochi.
Paradossalmente, anche le Big Tech si sono dette profondamente insoddisfatte. La Computer and Communications Industry Association, che rappresenta i colossi tecnologici, ha espresso una critica durissima al provvedimento. L'associazione teme che il meccanismo di conciliazione volontaria rappresenti un escamotage per reintrodurre di nascosto delle tariffe di rete attraverso emendamenti legislativi o decisioni delle autorità nazionali. Secondo questa interpretazione, le telco potrebbero percepire entrate ingiustificate da servizi online popolari attraverso la porta sul retro lasciata aperta dal provvedimento.
Un ulteriore elemento di frizione riguarda l'estensione degli obblighi regolamentari. Il DNA prevede infatti che alcuni vincoli precedentemente a carico esclusivo degli operatori di telecomunicazioni vengano ora imposti anche ai servizi cloud e agli operatori CDN. In Italia, l'Agcom ha già mosso i primi passi in questa direzione con un provvedimento nei confronti di CloudFlare che potrebbe rappresentare un precedente. La normativa europea richiede che questi servizi rispettino gli stessi standard di sicurezza, trasparenza tecnica e continuità del servizio delle telco tradizionali.
La scelta di utilizzare un regolamento anziché una direttiva rappresenta una novità importante. Diversamente dalle direttive, che consentono ai singoli Stati membri margini di interpretazione e implementazione, il regolamento garantisce un'applicazione uniforme in tutta l'Unione Europea. Questo approccio dovrebbe favorire una migliore armonizzazione del mercato digitale europeo, ma il provvedimento dovrà comunque essere negoziato con il Parlamento e il Consiglio prima di assumere forma definitiva.
Alcuni analisti ritengono che il meccanismo di conciliazione volontaria potrebbe trasformarsi in un boomerang per le stesse telecomunicazioni. L'ipotesi che ogni singolo operatore possa imporre tariffe alle Big Tech sul cosiddetto ultimo miglio, la parte di rete controllata dalle telco che rappresenta circa il 2% rispetto alle dorsali oceaniche e ai cavi sottomarini gestiti direttamente dai giganti tecnologici, potrebbe spingere questi ultimi a bypassare completamente le reti tradizionali. Google ha già siglato accordi con Skylo e SpaceX per lo sviluppo di soluzioni satellitari alternative.
L'evoluzione futura potrebbe includere scenari ancora più dirompenti: l'acquisizione diretta di operatori di telecomunicazioni tradizionali da parte delle Big Tech per evitare qualsiasi obbligo di negoziazione. Una prospettiva che capovolgerebbe completamente i rapporti di forza attuali e che evidenzia quanto la strategia europea rischi di rivelarsi controproducente. Il DNA, nato con l'ambizione di riequilibrare un mercato percepito come sbilanciato a favore dei giganti tecnologici, potrebbe paradossalmente accelerare la loro integrazione verticale nel settore delle telecomunicazioni, riducendo ulteriormente la già fragile posizione competitiva degli operatori europei tradizionali in un mercato sempre più dominato dalla logica dell'infrastruttura proprietaria end-to-end.