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Digital Networks Act, l’Europa unifica le telecomunicazioni

La Commissione propone una riforma unica per superare la frammentazione normativa e accelerare lo sviluppo delle infrastrutture digitali europee.

Avatar di Antonello Buzzi

a cura di Antonello Buzzi

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 03/02/2026 alle 11:35

La notizia in un minuto

  • Il Digital Networks Act introduce un passaporto autorizzativo unico che permetterà agli operatori di fornire servizi in tutti i 27 Stati membri con una sola licenza, superando la frammentazione normativa
  • Prevista la dismissione delle reti in rame entro il 2035 con transizione completa alla fibra ottica, mentre lo spettro radio per 5G e 6G sarà gestito con coordinamento europeo
  • Resta controversa la questione della contribuzione degli OTT ai costi infrastrutturali, con la Commissione che propone meccanismi di conciliazione volontaria criticati sia da operatori che da piattaforme digitali

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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L'infrastruttura digitale europea si prepara a un cambio di paradigma radicale. Con la presentazione ufficiale del Digital Networks Act (DNA), la Commissione Europea ha messo sul tavolo una riforma strutturale che punta a rivoluzionare l'intero ecosistema delle telecomunicazioni nel continente, con implicazioni dirette su operatori, fornitori di tecnologia e utenti finali. L'iniziativa arriva dopo tre anni di consultazioni avviate nel 2023 e si propone di superare la frammentazione normativa che da troppo tempo frena l'espansione delle reti ad alta capacità, dalla fibra ottica al 5G, fino alle future implementazioni 6G e alle architetture cloud-native.

Il cuore tecnologico della proposta ruota attorno a un concetto apparentemente semplice ma dalle conseguenze enormi: l'introduzione di un passaporto autorizzativo unico valido su tutto il territorio dell'Unione. Gli operatori di rete potranno ottenere una singola licenza per fornire servizi di comunicazione elettronica in tutti i 27 Stati membri, abbattendo le barriere burocratiche che oggi rendono quasi proibitivi gli investimenti transfrontalieri. Si tratta di una svolta che ricorda, per portata potenziale, l'apertura del mercato unico europeo degli anni '90, ma applicata all'era delle reti gigabit e della connettività pervasiva.

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La spinta verso l'unificazione normativa risponde a problematiche concrete emerse negli studi strategici commissionati a Enrico Letta e Mario Draghi, che hanno documentato come l'attuale mosaico regolatorio generi inefficienze sistemiche. Ogni Stato membro ha sviluppato requisiti autorizzativi propri, tempi di approvazione diversi e interpretazioni autonome delle direttive europee, risultando in costi di conformità che pesano in modo sproporzionato sui bilanci degli operatori rispetto ai concorrenti globali americani e asiatici. Il DNA sostituirà quattro testi normativi fondamentali, tra cui il Codice Europeo delle Comunicazioni Elettroniche e il Regolamento BEREC, attraverso lo strumento del regolamento europeo, che garantisce applicazione diretta senza necessità di recepimento nazionale.

Sul fronte delle specifiche tecniche, la proposta legislativa fissa obiettivi ambiziosi per la transizione infrastrutturale. Gli Stati membri dovranno presentare piani nazionali di dismissione delle reti in rame con l'obiettivo di completare il passaggio alla fibra ottica entro il 2035. Si tratta di una deadline serrata che impone agli operatori storici di accelerare investimenti in tecnologie FTTH (Fiber to the Home) e FTTB (Fiber to the Building), abbandonando definitivamente le architetture legacy ADSL e VDSL che ancora caratterizzano ampie porzioni del territorio europeo, Italia compresa.

Gli operatori potranno ottenere una singola licenza per fornire servizi di comunicazione elettronica in tutti i 27 Stati membri, abbattendo le barriere burocratiche

Particolare attenzione viene riservata alla gestione delle risorse strategiche come lo spettro radio, elemento critico per il dispiegamento delle reti 5G e 6G. Il DNA introduce meccanismi di coordinamento europeo per l'assegnazione delle frequenze, con licenze dalla durata più lunga e maggiore stabilità rispetto all'attuale sistema frammentato per singoli Stati. L'obiettivo è favorire l'emergere di servizi pan-europei e ridurre le inefficienze nell'uso dello spettro, una risorsa per natura limitata che richiede ottimizzazione continua. Nel pacchetto rientrano anche le reti satellitari e i sistemi di numerazione, con un'architettura di governance che punta a semplificare la vita agli operatori che vogliono scalare oltre i confini nazionali.

Il testo legislativo sembra inoltre legittimare e incentivare i modelli di infrastrutturazione condivisa già diffusi nel settore, come gli accordi di RAN sharing (Radio Access Network sharing) che vedono operatori concorrenti condividere antenne, apparati radio e backhaul per ridurre i costi di dispiegamento. Queste sinergie industriali, testimoniate da joint venture come quelle tra Vodafone e Telecom Italia in Italia o tra Orange e Proximus in Belgio, vengono riconosciute come strumento legittimo per accelerare la copertura delle aree rurali e periferiche, dove i costi di investimento per singolo operatore risulterebbero proibitivi.

Il documento integra anche considerazioni di sicurezza e resilienza, richiamando esplicitamente il report Safer Together e la Bussola per la competitività dell'UE. Reti digitali avanzate non rappresentano solo un fattore di competitività economica, ma costituiscono infrastruttura critica per la sicurezza civile e la difesa europea. La riduzione della dipendenza da fornitori extraeuropei, tema caldo dopo le controversie su Huawei e ZTE, trova spazio implicito nelle previsioni che rafforzano le capacità produttive e tecnologiche interne all'Unione.

Il nodo politicamente più spinoso resta tuttavia quello della contribuzione degli OTT (Over-The-Top), ovvero i grandi fornitori di contenuti digitali come Netflix, YouTube, Amazon Prime Video e servizi di cloud computing che generano la maggior parte del traffico sulle reti ma non contribuiscono direttamente ai costi infrastrutturali. La Commissione ha scelto un approccio cauto basato su meccanismi di conciliazione volontaria tra operatori di rete e content provider, soluzione che ha generato malcontento su entrambi i fronti: gli operatori telecom la giudicano insufficiente, mentre le piattaforme digitali la considerano comunque un pericoloso precedente.

Fonte dell'articolo: www.corrierecomunicazioni.it

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